Immagine tratta dall’articolo di Oliver Key su The Athletic

Non è facile descrivere cosa si provasse a guardare il Manchester City in quella domenica del 13 maggio 2012. Anche per chi, come noi, osserva il calcio d’oltremanica con il distacco geografico ma con l’attenzione clinica dell’appassionato.
Ricordate tutti quel momento. Il City, sotto 2-1 contro il QPR, sembrava destinato all’ennesimo psicodramma sportivo di un club che per decenni aveva vissuto nell’ombra del Manchester United, ingoiando umiliazioni nei derby e retrocessioni dolorose. Poi, nei minuti di recupero, l’imponderabile. Edin Dzeko. E poi la voce strozzata dei telecronisti di tutto il mondo: “Aguerooooooooo”. Il gol che ribaltò il tavolo, che consegnò al City il primo titolo dopo 44 anni.
Non fu solo gioia, quella che esplose all’Etihad Stadium. Fu uno sfogo viscerale, una risposta febbrile a decenni di disperazione. Sembrava, a chiunque amasse questo sport, una bellissima storia di redenzione calcistica. Certo, c’erano i soldi dello Sceicco Mansour dietro quella rinascita, ma in quegli istanti magici il cinismo lasciava spazio al romanticismo del campo.
Oggi, a quattordici anni di distanza da quel momento fondativo, la storia ci presenta un conto salatissimo. La notizia confermata ieri da The Athletic e dalle testate britanniche ha i contorni del terremoto: il Manchester City è stato ritenuto colpevole di oltre 100 violazioni del regolamento finanziario della Premier League nel periodo compreso tra il 2009 e il 2018.
Tutto il loro successo in quel decennio, le fondamenta su cui hanno costruito un’egemonia totale, vincendo sei campionati su sette sotto la guida di Pep Guardiola, dominando in Inghilterra come mai nessuno prima d’ora, è ora ufficialmente macchiato. Il verdetto, seppur soggetto ad appello, ci pone di fronte a una verità scomoda: l’era più dominante nella storia del calcio inglese è frutto di un sistema alterato.

IL DOPING FINANZIARIO E L’ARROGANZA DEL POTERE

In molti, in queste ore, stanno paragonando il caso del Manchester City alle vicende di Lance Armstrong o Ben Johnson. Si parla apertamente di “doping finanziario”, termine coniato anni fa da Arsène Wenger. Tuttavia, la differenza sostanziale è che Armstrong si iniettava coscientemente EPO nel corpo; qui parliamo di un sistema orchestrato interamente a livello esecutivo e dirigenziale, ben al di sopra della testa dei calciatori che, in campo, hanno indubbiamente dimostrato un talento straordinario.
Ma come si è arrivati a questo punto? Il vaso di Pandora fu scoperchiato nel novembre 2018 dal magazine tedesco Der Spiegel, che pubblicò una serie di email hackerate. Quei documenti non sono mai stati smentiti dal City nella loro autenticità, ma solo nel “contesto” in cui venivano presentati. Le mail raccontavano una storia di raggiri sistematici.
L’esempio più eclatante? Quando, per bilanciare i conti della stagione 2012-13 a causa dei costi per l’esonero di Roberto Mancini, l’allora CFO Jorge Chumillas scrisse che ci sarebbe stato un deficit di 9,9 milioni di sterline per rispettare i paletti della UEFA. L’amministratore delegato, Ferran Soriano, suggerì che il problema si sarebbe risolto se gli sponsor avessero pagato un bonus per la vittoria della FA Cup. Peccato che il City avesse perso quella finale contro il Wigan.
La soluzione emersa dai documenti? Chiedere agli sponsor legati ad Abu Dhabi (Etihad Airways, Aabar Investments, ecc.) di “modificare” e adeguare i pagamenti per coprire artificialmente il buco. Quando Chumillas chiese se fosse possibile cambiare retroattivamente le date dei pagamenti delle sponsorizzazioni, Simon Pearce, membro del board del City Football Group, avrebbe risposto con una frase che è diventata il manifesto di questo decennio: “Of course. We can do what we want.” (Certamente. Possiamo fare quello che vogliamo).

IL PARADOSSO DEL REGOLATORE E IL NOSTRO CALCIO REALE

“Possiamo fare quello che vogliamo”. È una frase che suona come una pugnalata per chi, come noi, vive il calcio tifando e analizzando club che operano nel mondo reale.
Qui sul blog abbiamo sviscerato centinaia di volte le pieghe dei bilanci, le necessità di fare player trading, le sofferenze legate al dover far quadrare i conti. Noi, il calcio vero, lo viviamo con la calcolatrice in mano. Sappiamo bene cosa significhi il Fair Play Finanziario quando non si hanno stati sovrani alle spalle. Sappiamo che la sostenibilità impone sacrifici immensi. Le cessioni di Khvicha Kvaratskhelia al PSG a gennaio 2025 e di Victor Osimhen al Galatasaray non sono state certo mosse fatte a cuor leggero per puro sfizio tattico. Sono state dolorose necessità figlie di un ecosistema in cui, per restare competitivi senza fallire, devi vendere i tuoi gioielli e reinventarti.
Mentre a Manchester si coprivano i buchi gonfiando le sponsorizzazioni interne, a Napoli i trofei si vincevano con il sudore e la programmazione maniacale. La nostra splendida Supercoppa vinta a dicembre l’abbiamo conquistata sul campo, senza trucchi contabili. E anche oggi, sotto la guida di Massimiliano Allegri, il Napoli deve fare di necessità virtù. Il calcio di Allegri si basa sul lavoro quotidiano, sulla pragmatica costruzione dei risultati, sulla valorizzazione di chi si ha a disposizione. Non c’è un fondo illimitato pronto a comprare difensori da 80 milioni di euro ogni volta che il sistema difensivo scricchiola.
Anche dal punto di vista infrastrutturale, la differenza è abissale. Il City ha costruito il suo impero partendo da uno stadio originariamente finanziato per i Giochi del Commonwealth e poi brandizzato dalle stesse entità che controllavano il club. Noi, invece, per garantirci un futuro stabile, stiamo guardando con speranza e pragmatismo all’idea del nuovo stadio a San Giovanni a Teduccio, avendo accantonato altri siti. Un percorso lungo, tortuoso, soggetto alle lentezze della burocrazia italiana e all’effettiva sostenibilità economica del nostro club. È questa la differenza tra chi costruisce mattone su mattone e chi compra l’intero edificio con soldi creati dal nulla.

IL RISCHIO PER IL SISTEMA E LE CONSEGUENZE

Il paradosso del Fair Play Finanziario (e delle sue moderne declinazioni come il Profit and Sustainability Rules della Premier) è sempre stato questo: nato con intenti nobili per evitare il collasso dei club, ha finito per cristallizzare le gerarchie, rendendo quasi impossibile per i “nuovi ricchi” emergere senza barare, e per i “vecchi storici” competere con i club-Stato.
Ma l’alternativa al regolamento, come ha ricordato il CEO della Premier League Richard Masters, è l’anarchia. Mentre in Inghilterra la lega è di fatto entrata in guerra totale con il suo club più vincente, da noi in Italia, in Lega Serie A, si cerca, tra mille difficoltà e sotto la presidenza di Ezio Maria Simonelli, di trovare una quadra tra competitività e sopravvivenza.

LA DOMANDA CHE TUTTI SI PONGONO OGGI È: COSA SUCCEDERÀ ADESSO?

Pochi, negli ambienti legali della Premier League, si aspettano una revoca retroattiva dei titoli. Ridistribuire le Premier League vinte da Guardiola a tavolino creerebbe un albo d’oro grottesco, fatto di asterischi e vittorie assegnate anni dopo. Non darebbe alcuna vera soddisfazione ai tifosi di Arsenal, Liverpool o Manchester United, né restituirebbe i sogni infranti a piazze come Stoke City o Watford, battute dal City nelle finali di coppa.
Ma le sanzioni dovranno essere esemplari, altrimenti l’intero castello di carte del calcio europeo crollerà. Quale squadra accetterà più una penalizzazione per aver sforato i parametri di pochi milioni, se chi ha barato per un decennio non viene punito in modo devastante? E non dimentichiamo il fronte civile: gli altri club di Premier League stanno già esplorando le vie legali per richiedere risarcimenti astronomici per i mancati introiti derivanti dalle mancate qualificazioni in Champions League o dai diritti televisivi.

LA FINE DELL’INNOCENZA

Il City farà appello, come ha fatto (vincendo, pur con le fortissime critiche del TAS per la “palese inosservanza del processo investigativo”) contro la UEFA nel 2020. Le battaglie legali andranno avanti per mesi, forse anni. I toni saranno aspri, divisivi, acrimoniosi.
Ma al di là dei punti di penalizzazione, delle retrocessioni o delle multe, c’è un danno che nessuna corte potrà mai quantificare o riparare: il danno all’immaginario collettivo.
Il calcio non doveva ridursi a una guerra di ammortamenti, fair value delle sponsorizzazioni e commissioni indipendenti. E sicuramente non doveva diventare una corsa agli armamenti tra fondi sovrani. Pep Guardiola ha espresso un calcio celestiale in questi anni, ha innovato tatticamente lo sport, ha innalzato il livello della competizione. Ma sapere che le fondamenta di quella bellezza poggiavano su un sistema che alterava le regole del gioco cambia tutto.
L’era della Premier League più ricca, spettacolare e venduta del mondo è ora irrimediabilmente macchiata. E forse, noi che ci esaltiamo per un recupero difensivo sudato, che guardiamo Allegri sbracciarsi in panchina per difendere un vantaggio minimo, e che celebriamo le vittorie vere pur con la consapevolezza dei nostri limiti finanziari, abbiamo qualcosa di cui andare molto, molto fieri. Abbiamo conservato l’anima del gioco.
Il calcio, quello vero, si gioca ancora sull’erba. E i bilanci, quelli veri, prima o poi presentano sempre il conto.

Giulio Ceraldi

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.