
Se le inchieste nostrane sulle curve milanesi, sponda Inter, ci raccontano di un calcio ostaggio della criminalità e le presunte “Arbitropoli” si sgonfiano in un nulla di fatto, c’è un’ombra molto più grande che si allunga sul calcio europeo. Spostando lo sguardo oltre la Manica, la Premier League sta affrontando quello che è, senza mezzi termini, il processo sportivo del secolo. Sul banco degli imputati c’è il Manchester City, schiacciato (almeno formalmente) da 115 capi d’accusa.
Inevitabilmente, per chi ha vissuto l’estate del 2006, il parallelo sorge spontaneo: il “Sistema City” è la nuova Calciopoli? E soprattutto, la giustizia sportiva inglese avrà il coraggio di affondare il colpo come fece quella italiana vent’anni fa?
I CAPI DI IMPUTAZIONE: IL POTERE POLITICO CONTRO IL DOPING FINANZIARIO
Per capire l’entità dei due scandali, bisogna smontarne la natura. Siamo di fronte a due modi diametralmente opposti di alterare la competizione.
Natura dell’illecito: Calciopoli si basava su un’ingerenza istituzionale e politica. Il caso del Manchester City (riferito al periodo 2009-2018) si fonda su un sistematico “doping” finanziario e contabile.
Obiettivo: Nel 2006 lo scopo era condizionare le designazioni arbitrali per ottenere vantaggi diretti sul rettangolo verde. L’obiettivo del City, secondo l’accusa, era aggirare il Fair Play Finanziario per immettere capitali illimitati e dominare il mercato globale.
Metodo: Lo scandalo italiano si nutriva di reti di contatti, pressioni sui designatori, schede telefoniche segrete e controllo del “palazzo”. Le accuse mosse al club di Manchester parlano invece di sponsorizzazioni fittizie gonfiate (spesso legate alla stessa proprietà emiratina), contratti ombra per manager e giocatori, oltre a un reiterato e sistematico ostruzionismo alle indagini.
Impatto: Calciopoli ha generato un’alterazione diretta dei singoli risultati sportivi e della classifica. Il “Sistema City” rischia di aver prodotto un’alterazione strutturale della competitività economica dell’intero ecosistema calcistico.
Calciopoli è stato uno scandalo di potere e relazioni. Non si compravano le partite con le valigette di contanti, si creava un clima di sudditanza psicologica e di controllo sulle carriere arbitrali. Il caso City, invece, è uno scandalo di finanza creativa. Le accuse, se provate, dimostrerebbero che le fondamenta dei trionfi di Pep Guardiola, e di Roberto Mancini prima di lui, poggiano su bilanci truccati e iniezioni di capitale mascherate per aggirare le regole che tutti gli altri club dovevano rispettare.
2006: FU VERA GIUSTIZIA?
Guardandoci indietro a vent’anni di distanza, la risposta alla domanda “ci fu vera giustizia in Calciopoli?” rimane profondamente divisiva.
Dal punto di vista dell’efficacia immediata, la risposta è sì. La giustizia sportiva italiana, pur con i suoi limiti, agì con una tempestività e una ferocia senza precedenti. La retrocessione della Juventus in Serie B, la revoca di due scudetti e le pesanti penalizzazioni per Milan, Lazio, Fiorentina e Reggina lanciarono un messaggio inequivocabile: il sistema era marcio e andava resettato.
Tuttavia, dal punto di vista dell’equità assoluta, la sensazione di una giustizia parziale non è mai del tutto svanita. Le intercettazioni emerse negli anni successivi hanno dimostrato che la pratica di contattare i designatori era un malcostume molto più diffuso di quanto non avesse stabilito la sentenza originaria, gettando ombre sull’assegnazione dello scudetto 2005-2006. È stata una giustizia d’urgenza, un’amputazione necessaria per salvare il paziente Serie A, ma forse non un’operazione chirurgica perfetta.
LA SENTENZA STORICA: 114 ACCUSE CONFERMATE E L’ATTESA DELL’APPELLO
Proprio nelle ultime ore, lo scenario è deflagrato: la commissione indipendente ha giudicato il Manchester City colpevole di ben 114 dei 115 capi d’accusa. Un verdetto che certifica, in primo grado, un decennio di doping finanziario, sponsorizzazioni gonfiate ad arte e ostruzionismo alle indagini.
Tuttavia, il terremoto è solo all’inizio. La macchina della giustizia sportiva inglese ha i suoi tempi e le sue incognite.
L’Appello del City: Il club ha preannunciato un ricorso formale, avendo 14 giorni di tempo per muoversi. Un dettaglio cruciale differenzia questa situazione dal passato: essendo un processo interno alla Premier League, il City non potrà rivolgersi al TAS di Losanna (che lo salvò nel 2020 dalle sanzioni UEFA), ma la palla passerà a un nuovo collegio indipendente d’appello.
Tempi dilatati: Fino all’esito dell’appello, i provvedimenti punitivi restano congelati. L’iter, vista la mole senza precedenti di documenti e accuse, potrebbe richiedere mesi prima di arrivare a una sentenza inappellabile.
Lo spettro delle sanzioni: Solo in caso di condanna definitiva verranno stabiliti i provvedimenti formali. Sul tavolo restano penalizzazioni mostruose in classifica per la stagione in corso, l’espulsione immediata dalla Premier League, fino alla revoca retroattiva dei titoli vinti tra il 2009 e il 2018 (che includono 3 Premier League, oltre a svariate coppe nazionali).
QUALE GIUSTIZIA, DUNQUE?
Se il verdetto dovesse essere confermato in appello, torneremmo al dilemma iniziale. Una multa astronomica o un blocco del mercato non sposterebbero gli equilibri di una società che dispone dei fondi illimitati di uno Stato sovrano.
La vera giustizia, per ridare credibilità al sistema e ripristinare l’equità verso chi ha rispettato le regole, non potrà prescindere da una condanna esemplare. Se Calciopoli è costata la Serie B e la revoca degli Scudetti per aver condizionato il campo, il “Sistema City” deve pagare un prezzo sportivo equivalente per aver falsato le fondamenta stesse della competizione finanziaria. Cancellare l’albo d’oro di quel decennio ed espellere il club dall’élite del calcio inglese è l’unica mossa per scongiurare la morte definitiva del Fair Play Finanziario ed evitare di lanciare lunghe ombre sulla credibilità stessa della Premier League.
Giulio Ceraldi
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