Aurelio De Laurentiis. Fonte: Il Napolista

Ci sono settimane in cui il calendario della Champions League diventa uno specchio spietato. Uno di quegli specchi deformanti che, invece di distorcere la realtà, ti sbattono in faccia esattamente ciò che sei diventato e, soprattutto, ciò che avresti potuto essere se solo avessi avuto il coraggio di guardare oltre il tuo cortile.
Martedì sera, allo Stadio Diego Armando Maradona, il Napoli ha piegato per 4-3 il Bodø/Glimt. Una vittoria accolta come ossigeno puro dopo le amarezze che abbiamo analizzato a fondo su queste pagine nelle ultime settimane, dall’illusione ottica del 3-0 al Frosinone fino ai naufragi tecnici e concettuali contro Villarreal e Venezia, ma che non sposta di un millimetro la polvere accumulata sotto il tappeto. Contro i norvegesi di Kjetil Knutsen, una realtà che fattura una frazione infinitesimale rispetto al club partenopeo ma che si muove in campo con la sincronia di un’orchestra sinfonica, la squadra di Massimiliano Allegri ha dovuto aggrapparsi ai polmoni, al cuore e agli inserimenti feroci di Scott McTominay, oltre a un’autorete nel finale, per avere la meglio dopo aver incassato tre gol in casa. Abbiamo visto ancora una volta una squadra spezzata, priva di letture preventive moderne, in cui un monumento calcistico come Kevin De Bruyne continua a sembrare un corpo estraneo ingabbiato in un sistema che gli chiede di rincorrere anziché dipingere calcio.
Ventiquattr’ore più tardi, a circa ottocento chilometri più a nord, sotto un diluvio incessante che batteva sulle sponde del Lago di Como, andava in scena tutta un’altra storia. Il Como di Cesc Fàbregas demoliva per 4-1 il Manchester United, firmando l’impresa più clamorosa della sua storia.
A raccontare i retroscena di quella notte epocale è stato James Horncastle in un magistrale reportage pubblicato su The Athletic, intitolato Inside Como’s greatest night: ‘Disney’ model, a 14-page Man Utd dossier and Florence Pugh. Leggere l’analisi di Horncastle oggi, con gli occhi di chi ama la maglia azzurra e si interroga quotidianamente sul futuro della SSC Napoli nell’anno del suo Centenario, provoca una vertigine profonda. Perché tra le righe di quel trionfo lariano, incrociate con le recentissime e tutt’altro che banali dichiarazioni di Matt Rizzetta, c’è la radiografia esatta dei limiti strutturali contro cui il modello di Aurelio De Laurentiis è ormai andato a sbattere.

PARTIRE DA “MENO DIECI”: LA RIVOLUZIONE CULTURALE DEL SINIGAGLIA

Nel suo pezzo per The Athletic, Horncastle dipinge una scena che vale più di mille trattati di economia aziendale applicata allo sport. Mancano ancora quindici minuti al fischio finale quando il settore ospiti dello stadio Giuseppe Sinigaglia comincia a svuotarsi. I tifosi del Manchester United abbandonano i gradoni sotto la pioggia battente, incapaci di reggere oltre l’umiliazione. Qualche fila più indietro, in tribuna, Ryan Giggs osserva il campo con il volto pietrificato: per ritrovare nella memoria una disfatta così netta dei Red Devils in terra italiana bisogna riavvolgere il nastro di quasi vent’anni, fino alla semifinale di Champions League del 2007 a San Siro contro l’ultimo grande Milan di Carlo Ancelotti e di un Kaká da Pallone d’Oro.
All’epoca, nel 2007, il Como annaspava nella quarta serie del calcio italiano. Come ha ricordato lo stesso Fàbregas ai microfoni nel post-partita, il progetto attuale non è partito da zero, ma da sottozero, da una voragine strutturale e sportiva. Horncastle ci accompagna lungo la scalinata che porta alla sala consiglio del Sinigaglia, oggi arredata con l’eleganza dei grandi alberghi storici del lago, dove i dirigenti dello United sono passati accanto alla statua di Alessandro Gabrielloni. Un dettaglio straordinario: Gabrielloni ha 32 anni, gioca ancora in prestito al Palermo, eppure ha già un monumento fuori dallo stadio perché incarna la memoria storica della rinascita. Quando l’attaccante arrivò a Como nel 2018, proveniente dalla Cavese, il club non aveva nemmeno un campo d’allenamento proprio; la squadra si arrangiava sul sintetico usurato di Ponte Lambro, senza strutture e con stipendi che in certi mesi nemmeno arrivavano.
Otto anni dopo, quello stesso club non solo partecipa alla massima competizione europea, ma schianta il Manchester United davanti agli occhi dell’attrice hollywoodiana Florence Pugh, seduta in tribuna mentre gli ultras cantano sotto l’acqua in una curva che la società ha demolito e ricostruito in appena 89 giorni per adeguarsi ai parametri imposti dalla UEFA.
Fermiamoci un istante su questo numero: ottantanove giorni. Meno di tre mesi per abbattere e riedificare un settore dello stadio e renderlo conforme agli standard internazionali. A Napoli, dopo oltre ventidue anni di gestione Filmauro, siamo ancora ostaggio di un dibattito surreale sul restyling del Maradona, di plastici mai nati, di conferenze stampa fiume e, soprattutto, dell’assenza totale di un centro sportivo di proprietà degno di un club d’élite europeo e di una cantera capace di produrre costantemente talento fatto in casa (dove l’apparizione di un ragazzo come Vergara, che pure abbiamo celebrato a inizio stagione a Genova, resta una mosca bianca anziché il frutto di una catena di montaggio progettata a tavolino).

IL MODELLO “DISNEY” E LA TIRANNIA DELLA VISIONE TECNICA

Come ha fatto una realtà di provincia a compiere un salto evolutivo di questa portata senza cadere nelle sabbie mobili dell’improvvisazione? La risposta che emerge dall’indagine di Horncastle su The Athletic risiede nella filosofia del presidente Mirwan Suwarso, l’uomo che nel 2019 ha guidato l’acquisizione del club per conto del colosso indonesiano Djarum, facente capo alla famiglia miliardaria Hartono.
Suwarso non concepisce il Como come una semplice squadra di pallone che vive alla giornata aspettando la plusvalenza di giugno o il piazzamento utile per incassare i diritti televisivi. Il presidente lariano paragona apertamente la sua creatura al modello Disney: se per il gigante dell’intrattenimento americano i parchi a tema rappresentano l’esperienza fisica e tangibile del brand, per il Como la squadra di calcio e l’esperienza della partita al Sinigaglia costituiscono la divisione “parco a tema” al centro di una galassia integrata. Sotto l’ombrello societario operano infatti una divisione di merchandising e licensing globale, una linea di abbigliamento di lusso, una media house interna e un intero ramo dedicato al turismo e all’ospitalità d’alta gamma sul lago.
Quando al Sinigaglia un uomo d’affari di Hong Kong suggerisce ironicamente a un tifoso indonesiano del Manchester United di tenersi in testa il cappellino del Como e cambiare fede calcistica sul serio, si comprende come il club stia erodendo quote di mercato e immaginario collettivo persino in Asia. Non è quel turismo calcistico posticcio e senz’anima che abbiamo criticato su questo blog nell’articolo sul “Mito dei 70.000 posti e il popolo dei selfie“: è la capacità di costruire un ecosistema economico autonomo che alimenta il progetto sportivo senza snaturarne il legame con il territorio.
Ma il vero capolavoro di Suwarso, sottolineato da Horncastle, è stato il coraggio della coerenza tecnica. Nel 2023, in Serie B, il Como vince in trasferta ad Ascoli ed è pienamente in zona play-off sotto la guida di Moreno Longo. Qualsiasi presidente italiano legato alla vecchia scuola del “risultatismo” avrebbe conservato lo status quo. Suwarso, invece, esonera Longo tra lo sconcerto della stampa locale che bolla la mossa come una follia. Il motivo? Il calcio espresso dalla squadra non era allineato con la visione estetica, tattica e strategica che la proprietà aveva disegnato per il futuro del club. Volevano un’identità precisa, proattiva, europea, e hanno affidato le chiavi a Cesc Fàbregas.
Adesso voltiamo lo sguardo verso Castel Volturno. Qual è stata la bussola identitaria della SSC Napoli dal 4 maggio 2023 a oggi? Dopo aver toccato il cielo con il calcio avanguardistico e dominante di Luciano Spalletti, abbiamo assistito a un’altalena schizofrenica che ha demolito ogni principio di continuità: l’equivoco Rudi Garcia, il ritorno nostalgico a Walter Mazzarri, il traghettamento di Francesco Calzona, la parentesi muscolare e logorante del biennio di Antonio Conte e infine l’approdo tra le braccia di Massimiliano Allegri. Cinque universi calcistici incompatibili tra loro nel giro di poco più di tre anni. A Como si cambia un allenatore vincente in Serie B perché non gioca il calcio del futuro; a Napoli si passa da un estremo ideologico all’altro come se i calciatori fossero figurine intercambiabili su un tavolo da gioco.

LA SCIENZA CONTRO L’APPROSSIMAZIONE: JAMESTOWN ANALYTICS, IL DOSSIER DI 14 PAGINE E I 400 MILIONI BRUCIATI

C’è un alibi che rimbomba spesso nelle radio campane e negli editoriali di chi difende a spada tratta l’operato presidenziale, come abbiamo sentito fare anche in questi giorni: “De Laurentiis ha speso 400 milioni negli ultimi due anni, il Como ha alle spalle i miliardari Hartono”.
È un’argomentazione che si scioglie come neve al sole non appena si analizzano i numeri reali snocciolati da The Athletic. È vero, il Como ha avuto il saldo netto di mercato più alto della Serie A per due stagioni consecutive al suo ritorno nella massima serie dopo ventun anni di assenza. Ma spendere non equivale a saper comprare. La domenica precedente al trionfo contro lo United, il Como è andato a vincere per 3-1 a Firenze contro una Fiorentina che in estate ha sperperato oltre 150 milioni di euro per quindici nuovi acquisti, ritrovandosi già con un allenatore esonerato e al penultimo posto in classifica.
Guardiamo invece quanto sono costati gli uomini chiave con cui Fàbregas ha annichilito il Manchester United di Michael Carrick:
La coppia di difensori centrali titolari, composta da Marc-Oliver Kempf e Jacobo Ramón, è costata complessivamente appena 5 milioni di euro.
Lucas Da Cunha, prelevato dal Nizza quando il Como era ancora in Serie B per la cifra irrisoria di 750.000 euro, è stato trasformato in un calciatore totale capace di abbassarsi sulla linea dei difensori per schermare le transizioni avversarie, tanto da guadagnarsi a settembre l’esordio nella nazionale maggiore francese sotto la nuova gestione di Zinédine Zidane.
Il portiere Jean Butez, primo regista della manovra dal basso, è stato pescato dall’Anversa per 2 milioni di euro.
In mezzo al campo, accanto a Máximo Perrone, la regia è stata dominata da Luis Milla, strappato al Getafe per 6 milioni, sotto gli occhi ammirati di due tecnici del calibro di Roberto Martínez e Stefano Pioli, presenti in tribuna al Sinigaglia proprio per studiare dal vivo i meccanismi di Fàbregas.
E poi c’è il gioiello Nico Paz: un’operazione da 60 milioni complessivi con il Real Madrid, strutturata però con un’ingegneria finanziaria magistrale spalmata su sei anni (con soli 10 milioni versati nell’immediato e una clausola di riacquisto a favore dei Blancos per l’estate 2027). Contro lo United, il ventiduenne argentino designato dal destino per raccogliere l’eredità impossibile di Lionel Messi in Nazionale, con il piccolo Ciro Messi già immortalato con le maglie del Como inviate da Fàbregas, ha segnato due reti, servito un assist e costretto Carrick a sostituire Andrey Santos all’intervallo per evitargli un’espulsione certa.
Tutto questo mentre acquisti di grido dell’ultima estate come Trevoh Chalobah e Moise Kean, insieme all’infortunato Jesús Rodríguez, osservavano la partita dietro le vetrate dell’area ospitalità senza che la squadra risentisse minimamente della loro assenza.
Dietro questi colpi non c’è la fortuna, né il libretto degli assegni aperto a caso. C’è il lavoro sinergico del direttore sportivo Charlie Ludi, di uno staff tecnico in cui brilla Dani Guindos (che conosceva a memoria Paz e Ramón dai tempi della cantera del Real Madrid) e soprattutto di un comparto dati che si appoggia a Jamestown Analytics, la stessa società di analisi algoritmica avanzata che ha fatto le fortune del Brighton e dell’Union Saint-Gilloise. Prima di ogni singola gara, Fàbregas e il suo staff consegnano ai vertici societari un dossier tattico di 14 pagine in cui viene sviscerato il piano partita: come eludere il pressing partendo dal portiere, dove creare superiorità numerica, come disinnescare le transizioni offensive avversarie.
Confrontiamo ora questo orologio svizzero con la gestione tecnica e sportiva della SSC Napoli nell’ultimo biennio. Come ha giustamente sottolineato anche Antonio Giordano sulla Gazzetta dello Sport, il Napoli attraversa uno dei momenti di maggiore debolezza strutturale ed economica della sua storia recente proprio perché ha bruciato circa 400 milioni di euro sul mercato senza costruire fondamenta durature, arrivando nell’ultima sessione a muoversi con il freno a mano tirato.
Dove sono finiti quei soldi? In un mercato fatto troppo spesso di rincorse emergenziali, di cambi di rotta repentini e di rapporti preferenziali con determinati circuiti di procuratori, basti pensare ai circa 40 milioni complessivi versati nelle casse dell’Hellas Verona tra le operazioni Ngonge e Giovane, su cui persino gli osservatori più vicini alla presidenza hanno dovuto sollevare più di un interrogativo. Ma il limite strutturale esplode in tutta la sua evidenza anche nella gestione atletica e sanitaria: dopo l’ecatombe dei quarantatré infortuni che aveva caratterizzato il passato recente e portato al ricambio dello staff medico, in questo avvio di stagione stiamo assistendo a un bollettino di guerra persino peggiore, tra le ricadute immediate di Anguissa appena rimesso piede in campo, il nuovo stop di Neres dopo otto mesi di calvario e l’infortunio di Alisson Santos.
A Como la scienza dei dati e la metodologia d’allenamento prevengono il problema e moltiplicano il valore di un ragazzo pagato 750.000 euro; a Napoli si naviga a vista, scaricando ciclicamente le colpe sull’allenatore di turno, sul preparatore, sul medico o sul direttore sportivo, senza mai interrogarsi sul vertice della piramide.

TRA IL DOPING FINANZIARIO DEL CITY E L’AUTARCHIA DI FILMAURO: LA TERZA VIA ESISTE

Chi legge abitualmente questo blog conosce bene la nostra posizione etica sul calcio contemporaneo. Alla fine di settembre, analizzando lo scandalo delle oltre cento violazioni contestate al Manchester City nel pezzo “Oltre quell’Aguerooooo: le 100 violazioni del Manchester City e la fine dell’innocenza“, abbiamo condannato senza appello il modello del doping finanziario, delle sponsorizzazioni gonfiate ad arte dagli Stati sovrani e dell’arroganza di chi pensa di poter comprare le regole. Non abbiamo mai invocato sceicchi di plastica pronti a calpestare la storia del nostro club.
Allo stesso modo, l’onestà intellettuale ci impone di ribadire un concetto sacro: Aurelio De Laurentiis ha compiuto un’opera storica straordinaria. Ha raccolto un foglio di carta da un tribunale fallimentare nel 2004 e ha riportato il Napoli sul tetto d’Italia e stabilmente in Europa mantenendo i conti in ordine in un sistema calcistico italiano spesso sull’orlo della bancarotta.
Tuttavia, la gratitudine per il passato non può trasformarsi in una cambiale in bianco per l’eternità, né in una benda sugli occhi di fronte all’evidenza storica. Nel 2026, il modello dell’imprenditoria familiare pura, accentratrice e autarchica, quello in cui la società coincide con la persona fisica del proprietario e con il suo ristretto nucleo familiare, ha raggiunto il suo limite strutturale invalicabile. È diventato un soffitto di cristallo, un “tappo” evolutivo.
Tra il capitalismo di Stato senza regole in stile Abu Dhabi e la gestione padronale novecentesca della Filmauro, esiste infatti una terza via: quella del management sportivo moderno, della multiproprietà sinergica, della polisportiva radicata nel territorio, degli algoritmi predittivi applicati allo scouting e delle infrastrutture che generano ricavi 365 giorni all’anno. È la via tracciata dal Como sul piano tecnico-commerciale ed è, esattamente, la via che Matt Rizzetta sta bussando per portare all’ombra del Vesuvio.

MATT RIZZETTA E IL MANIFESTO AMERICANO: DALLA “WREXHAM DEL MOLISE” AL SOGNO DELLA POLISPORTIVA

Per comprendere la portata delle dichiarazioni rilasciate da Matt Rizzetta tra martedì 20 e mercoledì 21 ottobre 2026, bisogna anzitutto sgombrare il campo dal provincialismo con cui certi ambienti mediatici napoletani hanno provato a liquidarlo, etichettandolo come un “furbetto” in cerca di visibilità sull’onda del malcontento popolare verso De Laurentiis.
Rizzetta non è un avventuriero della domenica. Imprenditore italo-americano di New York con radici profonde nel Mezzogiorno, fondatore di North 6th Agency (cresciuta fino a diventare una delle cinquanta agenzie di comunicazione e marketing più influenti degli Stati Uniti) e oggi alla guida del fondo Underdog Global Partners (UGP) insieme a manager di alto profilo internazionale, tra cui Joseph Greco e Rosario Procino, già consulente della Lega Serie A per lo sviluppo del mercato statunitense, Rizzetta predica e pratica da anni un modello preciso.
Quando qualche anno fa rilevò il Campobasso nei dilettanti, molti sorrisero. In pochi anni ha trasformato il club molisano in un caso di studio internazionale, ribattezzato dalla stampa americana la “Wrexham d’Italia”, attirando nell’azionariato star televisive statunitensi come Kelly Ripa e Mark Consuelos, producendo una docuserie per il pubblico nordamericano e portando la squadra tra i professionisti attraverso una programmazione meticolosa. In tutte le sue interviste passate, da Front Office Sports a We the Italians, — il mantra dell’italo-americano è sempre stato lo stesso: il Sud Italia possiede un potenziale emotivo, identitario e commerciale inespresso che non ha eguali al mondo, perché può saldare il calore di piazze storiche con un bacino di oltre venti milioni di italo-americani negli Stati Uniti affamati di radici e di appartenenza.
Quando ha deciso di entrare nel Napoli Basket, Rizzetta non lo ha fatto per hobby. Ha messo sul piatto risorse, competenze manageriali e relazioni dirette con i vertici di NBA ed Eurolega, avviando concretamente l’iter burocratico con il Comune di Napoli per la costruzione del nuovo Palasport nell’area occidentale della città, il vero passo decisivo per ottenere la licenza di Eurolega, e vivendo la città in prima persona, fino alle visite silenziose ma cariche di significato insieme ai suoi giocatori ai piccoli pazienti dell’ospedale Santobono Pausilipon.
Già nei mesi scorsi, come abbiamo più volte ricordato su queste pagine rispondendo anche alle riflessioni dei nostri lettori sul tema della cessione societaria, la cordata guidata da Rizzetta e Underdog Global Partners aveva fatto filtrare il proprio interesse per la creazione di una grande polisportiva partenopea, scontrandosi però con il muro eretto da De Laurentiis.

IL CONVITATO DI PIETRA AL MARADONA: “CON DE LAURENTIIS O ATTRAVERSO UN’ALTRA STRADA”

Questa settimana, però, lo scenario è cambiato radicalmente nei toni e nella sostanza. Martedì sera Rizzetta era seduto nella tribuna autorità dello Stadio Maradona, ospite proprio di Aurelio De Laurentiis per assistere a Napoli-Bodø/Glimt. E il giorno seguente, intervenendo prima all’evento “L’impresa di fare sport: dall’America’s Cup ai progetti sociali per il territorio” e poi in conferenza stampa alla vigilia dell’impegno di EuroCup del Napoli Basket, l’imprenditore newyorkese ha calato le carte sul tavolo con un mix letale di diplomazia istituzionale e fermezza strategica.
Rizzetta ha reso omaggio al lavoro ventennale di De Laurentiis, riconoscendogli il merito storico di aver costruito un modello vincente e sostenibile partendo dalle macerie del fallimento e offrendogli simbolicamente un posto d’onore a vita nel futuro palazzetto. Ma subito dopo ha pronunciato parole che pesano come macigni sul futuro del club: ha chiarito che si trova a Napoli per edificare una polisportiva globale che abbracci calcio, basket, pallanuoto e pallavolo; ha definito il calcio “il pezzo d’oro” di questa visione; ha escluso categoricamente l’ipotesi di un ingresso come semplice socio di minoranza senza potere decisionale; e soprattutto ha scandito che l’approdo al calcio avverrà comunque, tramite un accordo con il presidente De Laurentiis oppure percorrendo un’altra strada su cui il suo gruppo sta già ragionando, assicurando alla piazza che, qualora dovesse raccogliere quell’eredità, farebbe “non di tutto, ma di più” per non deludere il popolo azzurro.
Ancora più illuminante è la ricetta indicata da Rizzetta quando gli è stato chiesto cosa porterebbe il modello americano nel calcio napoletano. La sua risposta si articola esattamente sui tre pilastri che rappresentano il tallone d’Achille della gestione Filmauro.
Programmazione decennale reale: Smarrire la logica del “vivere di stagione in stagione” e pianificare dove dovrà trovarsi il brand Napoli nel 2036, indipendentemente dal singolo allenatore o dal singolo centravanti.
Infrastrutture moderne e dialoganti con la città: Mentre con De Laurentiis ogni dialogo con le istituzioni comunali sullo stadio si trasforma in un braccio di ferro estenuante, Rizzetta ha già presentato la documentazione per la nuova Arena e punta dritto anche alla riqualificazione del Maradona, forte di relazioni fluide con l’amministrazione cittadina e con i grandi circuiti finanziari internazionali.
Settore giovanile e comunità: Investire finalmente sulle strutture per i ragazzi del territorio, trasformando Napoli e la Campania nella più grande fucina di talenti del Mediterraneo anziché regalare ogni estate decine di milioni a club di mezza Europa per comprimari strapagati.

IL BIVIO DEL CENTENARIO: RIFONDARE O RASSEGNARSI AL DECLINO

Eccoci dunque al punto nodale che su questo blog denunciamo da tempo, anche quando una vittoria di nervi in campionato o in coppa prova a narcotizzare il dibattito pubblico.
Da una parte abbiamo il Como raccontato da James Horncastle su The Athletic: una società che fino a ieri non aveva un campo su cui correre e che oggi, grazie a una proprietà lungimirante, a una struttura dirigenziale moderna, alla scienza dei dati di Jamestown Analytics, a uno stadio ammodernato a tempo di record e a un allenatore-manager come Fàbregas che prepara dossier di quattordici pagine per dominare il Manchester United, rappresenta l’avanguardia assoluta del calcio europeo.
Dall’altra abbiamo Matt Rizzetta e Underdog Global Partners, che a pochi passi da Castel Volturno stanno già dimostrando con i fatti nel basket cosa significhi portare a Napoli capitali freschi, mentalità da grande metropoli internazionale, progettualità infrastrutturale e fame di futuro, tendendo la mano a De Laurentiis ma avvertendo contemporaneamente che il vento del cambiamento non può essere fermato con le barricate.
Nel mezzo c’è la SSC Napoli del Centenario. Una squadra che ha speso quattrocento milioni per ritrovarsi prigioniera di un calcio speculativo e logoro, afflitta da un’epidemia di infortuni muscolari senza fine, con il suo fuoriclasse più luminoso, Kevin De Bruyne, depotenziato da un contesto tattico anacronistico, e con una proprietà che alle legittime domande sul futuro risponde sfidando chiunque a tirare fuori i soldi per ripagare “un quarto di secolo di sforzi”.
Nessuno vuole cancellare quel quarto di secolo, presidente De Laurentiis. Ma la storia del calcio non aspetta chi si siede sui propri trofei o sui propri bilanci passati. Quando al Sinigaglia Roberto Martínez e Stefano Pioli guardavano il centrocampo del Como palleggiare in faccia al Manchester United sotto il diluvio, non stavano ammirando un miracolo di provincia: stavano osservando il futuro del gioco e dell’industria calcistica.
A Napoli gli acquirenti, i progetti, le idee e le visioni per compiere il definitivo salto di qualità verso una dimensione mondiale non sono più un miraggio astratto: hanno un nome, un cognome, una struttura finanziaria solida e siedono già nella stessa tribuna d’onore del Maradona. Continuare a ignorarli per difendere il fortino dell’uomo solo al comando non significa più proteggere il Napoli: significa condannarlo a guardare gli altri sognare a occhi aperti, mentre noi restiamo aggrappati alla nostalgia.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

P.S. De Laurentiis rompe il silenzio: “Rizzetta mi ha chiesto se volessi vendere il Napoli”

Neanche il tempo di pubblicare questo articolo, che arriva una dichiarazione destinata ad alimentare ulteriormente il dibattito sul futuro del Napoli. Aurelio De Laurentiis, intervenuto ai microfoni di Kiss Kiss Napoli, ha affrontato apertamente il tema della cessione del club, tirando in ballo proprio Matt Rizzetta.

“Se dovessi vendere il Napoli preferirei venderlo a un napoletano, non ad un americano”, ha dichiarato il presidente azzurro, aggiungendo: “Lo voglio costruire lo stadio nuovo, anni fa ho rifiutato 3,5 miliardi dagli arabi… Matt Rizzetta mi ha chiesto se volessi vendere ma ho detto che non c’è l’intenzione”.

Parole che meritano attenzione, soprattutto alla luce delle riflessioni sviluppate in questo articolo sul cosiddetto modello Como e sui possibili scenari legati alla proprietà del Napoli. Il dato più significativo è che un contatto sul tema della vendita c’è stato: a confermarlo è lo stesso De Laurentiis. Ciò non significa che esista una trattativa in corso, né che la cessione sia imminente. Il presidente, anzi, ha ribadito pubblicamente di non avere intenzione di vendere.

Resta però un elemento sul quale vale la pena soffermarsi: il nome di Matt Rizzetta è entrato direttamente nel discorso sul futuro societario del Napoli. E quando si parla di un club di questa dimensione, tra ambizioni sportive, stadio, valore economico e prospettive di crescita, la questione della proprietà non può essere considerata un tema secondario.

Aggiornamento doveroso, dunque, a pochi minuti dalla pubblicazione: le parole di De Laurentiis non chiudono il dibattito, ma aggiungono un tassello concreto a una discussione che merita di essere seguita con attenzione.

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