Aurelio De Laurentiis e Max Allegri ieri a Castel Volturno. Fonte: Gazzetta.it

Se cercavate il fotogramma definitivo per raccontare il cortocircuito gestionale, comunicativo e psicologico in cui è precipitato il Napoli del Centenario, non dovete riavvolgere il nastro fino alle praterie portoghesi del fiume Douro. Basta fermare le lancette dell’orologio alle ore 14:55 di oggi, sabato 7 novembre, nella pancia del centro sportivo di Castel Volturno.
La sala stampa è gremita. I cronisti sono seduti al loro posto, le telecamere sono accese, i microfoni sono già allineati sul tavolo per raccogliere le parole di Massimiliano Allegri, pronto a tornare a sedersi in panchina anche in Serie A dopo i due turni di squalifica scontati in tribuna contro Roma e Juventus. Mancano esattamente cinque minuti alle 15:00, l’orario fissato per l’inizio della conferenza stampa della vigilia di Napoli-Lazio. Allegri ha dato la sua piena disponibilità a parlare, come ha sempre fatto in carriera anche nel pieno delle tempeste più furiose. Ma a trecento secondi dal via, arriva il contrordine secco: conferenza stampa annullata. Giornalisti invitati a raccogliere i cavi e a lasciare il centro sportivo. Nessuna spiegazione ufficiale sul momento, prima che inizi a filtrare la verità: la decisione è partita direttamente da Aurelio De Laurentiis.
Niente domande sulle crepe dello spogliatoio, niente domande sulle sette sconfitte nelle prime quattordici gare stagionali, niente domande sull’emorragia difensiva. Il patron ha deciso di abbassare la saracinesca a cinque minuti dal semaforo verde, trasformando la vigilia della sfida contro la capolista in un esercizio di surrealismo degno del miglior teatro dell’assurdo.

1. DUE ORE DI CATECHISMO, IL “PERDONO” A LUCCA E IL FANTASMA DEL 1997/98: COSA È SUCCESSO DAVVERO TRA CASTEL VOLTURNO E POZZUOLI

Per capire il senso del bavaglio imposto alle 14:55 bisogna ricostruire, pezzo dopo pezzo, ciò che è accaduto nelle ultime trentasei ore tra i cancelli di Castel Volturno e l’hotel di Pozzuoli dove la squadra è rinchiusa in ritiro.
Un ritiro totale, quasi claustrale, in cui è stato impartito un ordine preciso: dentro tutti, nessuno escluso. Sul pullman per Pozzuoli e nelle stanze d’albergo non ci sono soltanto i superstiti arruolabili per il lunch match di domani, domenica, alle 12:30, ma anche lo squalificato Luca Marianucci e tutti i nove calciatori infortunati (da capitan Di Lorenzo a Lobotka, da Buongiorno a Neres e Spinazzola). Una mossa pensata per forzare la ricomposizione plastica di un gruppo che tra Torino e Oporto è apparso sull’orlo di una crisi di nervi, spaccato lungo la linea di faglia tra il nucleo storico italiano e la legione straniera.
Venerdì pomeriggio, nel cuore di questa polveriera, Aurelio De Laurentiis è sceso personalmente in campo. Due ore di vertice a Castel Volturno, un discorso diretto alla squadra dai toni sorprendentemente morbidi, quasi paterni, «Siete forti e siete bravi ragazzi, siate uniti perché solo così se ne esce», accompagnato dalla consapevolezza tardiva che le lacune di un mercato estivo incompleto non possono però diventare l’alibi eterno per chi scende in campo. Poi il faccia a faccia con Massimiliano Allegri: «Serve calma, io sono ottimista e lo sei anche tu».
Dagli ambienti vicini alla presidenza è stata fatta filtrare persino una battuta colorita per spegnere sul nascere le voci social su possibili traghettatori (da Stefano Pioli al nostalgico ritorno di Rafa Benítez, fino alla suggestione Fabio Cannavaro lanciata da Walter Sabatini): «L’esonero di Allegri oggi è probabile quanto il passaggio di Giorgia Meloni al PD». Il copione del nuovo film targato Filmauro prevede di tenere botta con Allegri e il direttore sportivo Giovanni Manna, perdonare Lorenzo Lucca dopo la sceneggiata portoghese (salvo poi preparargli le valigie a gennaio per dare l’assalto a profili come Varela o Solet, oltre ad almeno altri due innesti) e pregare che il calendario post-sosta rimetta in carreggiata la barca.
Ma dietro la vernice dell’ottimismo presidenziale, i numeri e i retroscena emersi nelle ultime ore raccontano una realtà che fa gelare il sangue.
Il peggior avvio dal 1997/98: Con 7 sconfitte nelle prime 14 partite ufficiali tra Serie A e Champions League e la bellezza di 24 gol subiti, questo Napoli ha eguagliato i numeri dell’autunno 1997/98, l’anno horribilis dei quattro allenatori (Mutti, Mazzone, Galeone, Montefusco) culminato con la retrocessione in Serie B a quota 14 punti. Quando ieri sera, nella nostra diretta streaming, mettevamo in guardia dal rischio di scivolare in una spirale da retrocessione se non si bonifica l’ambiente e si sbagliano le mosse, non facevamo terrorismo psicologico: leggevamo la storia statistica del club.
Il caso De Bruyne oltre la lite con Lucca: Nelle ultime ore è venuto a galla un retroscena pesantissimo. La sfuriata plateale di Kevin De Bruyne contro Lorenzo Lucca nei minuti finali del Dragão non è stata un episodio isolato dettato dalla frustrazione del 4-1. Nelle settimane precedenti, il fuoriclasse belga aveva già avuto discussioni accese e frizioni evidenti anche con Rasmus Højlund e persino con capitan Giovanni Di Lorenzo. Il linguaggio del corpo insofferente di un campione che fatica a calarsi nell’umiltà di una squadra operaia è diventato un problema gestionale enorme, a maggior ragione dopo che tre compagni di squadra hanno finito per smentire nei fatti il tentativo di Politano di tenere i panni sporchi in famiglia.
Il paradosso del «gatto che si morde la coda»: A Castel Volturno i muri dello spogliatoio hanno tremato sotto le urla di Allegri, ma il cortocircuito tecnico resta intatto. I giocatori chiedono soluzioni codificate, uscite pulite dal basso e certezze di posizionamento per non finire schiacciati; Allegri chiede “percezione del pericolo” e compattezza individuale, senza riuscire a fermare un’emorragia difensiva che smentisce tutta la sua storia professionale. E come se non bastasse il caos sportivo, anche sul fronte infrastrutturale le ultime ore hanno certificato l’ennesimo rinvio: come svelato da Edoardo Cosenza, il progetto di restyling dello Stadio Maradona per Euro 2032 è finito in un’ulteriore revisione per il vaglio del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, facendo slittare ancora i tempi della gara d’appalto.

2. LO “SGAMATO” CONTRO L’ESORCISTA: LA PSICOLOGIA DI RINO GATTUSO E LA FESTA DEI 40 PUNTI

Mentre a Castel Volturno si spegnevano i microfoni alle 14:55 per paura delle domande, due ore prima a Formello Gennaro Gattuso teneva una lezione magistrale di psicologia applicata al calcio.
Pensate al paradosso: Gattuso sbarca a Fuorigrotta da capolista solitario con 28 punti in 10 giornate, un bottino mostruoso di 9 vittorie e 1 pareggio, 24 gol segnati e appena 8 subiti (esattamente un terzo dei gol incassati dal Napoli!), con un percorso netto spaventoso lontano dall’Olimpico: 5 vittorie su 5 trasferte, 14 reti fatte e solo 3 incassate. Eppure, come si presenta “Ringhio” davanti ai microfoni? Con l’elmetto, il basso profilo e la parabola delle tre scimmiette:
«Mancano 12 punti per arrivare a quota 40: quando ci arriveremo faremo una bella festa, perché avremo raggiunto il primo obiettivo. Noi non c’entriamo nulla lì sopra, non è il nostro campionato. Ho visto che i miei ragazzi smanettano sui telefoni e leggono i complimenti: ho detto loro di non leggere e non ascoltare nulla. Pressioni domani non ne abbiamo, ma guai a fidarsi di Max Allegri: è stato il mio capitano quando vincemmo il campionato dalla B alla A e il mio allenatore al Milan, contro di lui non ho mai vinto. Lui di stress non muore, è uno sgamato che nei momenti di difficoltà trova sempre il modo di far quadrare i conti. Se per il Napoli è una finale, deve esserlo anche per noi: dobbiamo andare a mille all’ora».
Capite la differenza abissale di leadership emotiva? Mentre a Napoli si oscilla da mesi tra i proclami presidenziali fuori dalla realtà e il silenzio stampa mascherato dell’ultimo minuto, Gattuso toglie ogni grammo di pressione dalle spalle dei suoi giocatori, elegge un nuovo capitano per sopperire allo stop di Mattia Zaccagni, accarezza Napoli ricordando la Coppa Italia vinta insieme e prepara l’imboscata perfetta sul piano del ritmo.
C’è un dato statistico che rende l’incrocio di domani alle 12:30 (arbitra Luca Pairetto di Nichelino, con Aureliano al VAR) ancora più inquietante per i colori azzurri: la Lazio ha vinto le ultime quattro partite di Serie A giocate allo Stadio Diego Armando Maradona. Nella storia ultra-centenaria del campionato italiano a girone unico, il Napoli non aveva mai subito quattro sconfitte interne consecutive contro la stessa avversaria. Gattuso cerca la quinta spallata storica a domicilio e la sesta vittoria esterna di fila su sei in questo campionato.

3. LA LAVAGNA TATTICA DELLE ULTIME ORE: I DUE BALLOTTAGGI DI ALLEGRI E IL RIENTRO IN EXTREMIS DI OLIVERA E TAVARES

Cosa bolle davvero nella pentola tattica delle due squadre dopo le ultime rifiniture di oggi? Rispetto al quadro di giovedì, le ultime ventiquattr’ore hanno cambiato diverse carte in tavola su entrambe le sponde, aprendo scenari tattici inediti.
Partiamo dal Napoli. La notizia dell’ultim’ora dall’infermeria è che Mathías Olivera ha stretto i denti, ha smaltito il risentimento muscolare rimediato a Torino e tornerà ad accomodarsi in panchina (insieme a Milinković-Savić, Contini, Lucca e ai giovanissimi della Primavera Chiummariello e Lieto). Non ha novanta minuti nelle gambe, ma offre ad Allegri almeno un cambio difensivo di ruolo a gara in corso per evitare il tracollo strutturale visto al minuto 70 di Oporto.
Per l’undici titolare, dentro il 3-5-1-1 (pronto a scivolare in un 3-5-2 o 3-4-2-1), dietro sono obbligate le scelte con Beukema, Rrahmani e Rafa Marín davanti a Meret e con Politano confermato quinto di sacrificio a destra. Ma a centrocampo e sulla trequarti Allegri si porta, nella notte del ritiro di Pozzuoli, due ballottaggi pesantissimi (entrambi sul filo del 55% contro 45%) che cambiano radicalmente la natura della partita.

1. Il dilemma della fascia sinistra: Noa Lang (55%) in sorpasso su Vergara (45%): Dopo il giallo rimediato da Antonio Vergara dopo quaranta secondi al Dragão e l’evidente sofferenza difensiva del classe 2003 adattato a tutta fascia, nelle prove tattiche di ieri e oggi Allegri ha testato con insistenza Noa Lang dal primo minuto largo a sinistra. È una mossa a doppio taglio: da un lato schierare l’olandese dall’inizio significa tenere sulla corda il giovane Romano Floriani Mussolini (terzino destro della Lazio) e costringere Gustav Isaksen (4 gol e 1 assist nelle ultime 5 giornate di A!) a rincorrere all’indietro anziché ricevere palla fronte alla porta; dall’altro lato, chiedere a Lang di fare la diagonale difensiva su Isaksen e sulle incursioni di Davide Frattesi richiede una copertura feroce e costante da parte di Scott McTominay e del braccetto Rafa Marín. Ma c’è un vantaggio strategico non indifferente: partire con Lang permetterebbe ad Allegri di conservarsi Vergara in panchina come unico vero cambio di centrocampo per l’ultima mezz’ora!

2. La tentazione dell’azzardo: Gilmour (55%) o Giovane (45%) con De Bruyne arretrato in regia? È la seconda grande riflessione notturna di Allegri. La logica della prudenza dice Billy Gilmour confermato vertice basso tra Anguissa e McTominay, con Kevin De Bruyne trequartista alle spalle di Rasmus Højlund. Ma visto il chilometraggio a vuoto di De Bruyne tra Torino e Oporto sulla trequarti, Allegri ha provato anche la variante d’attacco: dentro il brasiliano Giovane dal primo minuto in coppia con Højlund per attaccare la profondità e i canali laterali, e arretramento di De Bruyne in cabina di regia (come già visto nel finale con la Roma e a sprazzi allo Stadium) per abbassare la sua posizione di quindici metri, toglierlo dalla morsa fisica dei centrali laziali e fargli dettare i lanci lunghi fronte al gioco.
Sulla sponda Lazio, le ultime ore a Formello hanno regalato tre sorrisi a Gattuso.

1. Il recupero lampo di Nuno Tavares (55% su Pedraza 45%): Come annunciato dallo stesso Gattuso in conferenza («Oggi Nuno ha fatto tutto con la squadra, domani valutiamo»), il treno portoghese ha bruciato le tappe dopo l’affaticamento muscolare ed è tornato in vantaggio sullo spagnolo Alfonso Pedraza per una maglia da titolare sulla corsia mancina. Se Tavares dovesse partire dal 1’, il duello fisico e atletico sulla fascia destra del Napoli tra lui e Politano (con Beukema chiamato agli straordinari in scivolata) diventerà la chiave di volta del match.

2. Rovella e Marušić di nuovo arruolabili: Entrambi hanno superato i rispettivi infortuni e salgono sul treno per Napoli. Partiranno dalla panchina (con Belahyane confermato regista titolare tra Frattesi e Kenneth Taylor, e la coppia Šutalo-Provstgaard al centro della difesa), ma garantiscono a Gattuso quel serbatoio di cambi d’élite negli ultimi venti minuti che al Napoli oggi manca come l’aria.

3. Il tridente mobile anti-Rrahmani: Senza Zaccagni (l’edema da contusione al quadricipite verrà rivalutato in settimana dopo la terapia in piscina) e senza Gudmundsson, Gattuso scioglie le riserve davanti: Andrea Pinamonti agirà da centravanti di peso per fare a sportellate con Rrahmani, Tijjani Noslin partirà largo a sinistra pronto a tagliare dentro il campo alle spalle di Anguissa, e Gustav Isaksen sarà il padrone della fascia destra.

4. LA CHIAVE TATTICA: SOPRAVVIVERE ALL’ORA DI PRANZO SENZA SPALANCARE LE TRANSIZIONI

Come si evita che la Lazio firmi il quinto successo consecutivo al Maradona e mandi definitivamente in frantumi quel che resta della stagione azzurra prima della sosta?
La risposta sta tutta nella gestione delle distanze tra i reparti quando il Napoli perde palla. La Lazio di Gattuso non è una squadra che si specchia nel palleggio sterile: è una macchina da guerra progettata per andare “a mille all’ora” non appena recupera la sfera nella propria metà campo. Se il Napoli dovesse schierare contemporaneamente Noa Lang a sinistra e De Bruyne in mezzo (o peggio ancora la variante iper-offensiva con Giovane), il rischio di spaccarsi in due tronconi sul primo passaggio sbagliato è altissimo.
Con Frattesi e Taylor che attaccano la Zona 14 a rimorchio di Pinamonti e con due frecce come Isaksen e Noslin (spinto da Tavares) sugli esterni, concedere cinquanta metri di campo aperto in transizione negativa, o ripetere le amnesie sulle palle inattive che ci sono costate quattro gol tra Roma e Porto, equivarrebbe a un suicidio annunciato. Servirà una partita sporca, feroce, di letture preventive perfette da parte di Gilmour e Anguissa, aggrappandosi alla fame di Højlund e McTominay per colpire la Lazio nell’unico punto in cui soffre: lo spazio alle spalle dei suoi terzini quando entrambi accompagnano l’azione.
A Castel Volturno oggi alle 14:55 hanno spento i microfoni perché “deve parlare solo il campo”. Benissimo. Allora che il campo parli davvero, domani a mezzogiorno e mezzo. Perché dopo sette sconfitte in quattordici gare, ventiquattro gol incassati e quattro giorni passati a contare le crepe dello spogliatoio, il tempo delle carezze presidenziali e dei silenzi strategici è ufficialmente scaduto.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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