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Nella foto sono Takefusa Kubo (Giappone) e Micky van de Ven (Olanda) in azione ieri sera. Fonte: fifa.com

Benritrovati, tifosi e innamorati del bel calcio, sulle pagine di questo blog per un nuovo, avvincente capitolo della nostra rubrica “STORIE MONDIALI”. Ieri abbiamo viaggiato nel cuore dell’Europa, ripercorrendo la rinascita e i fasti dell’Austria, una nazione che sta ritrovando la sua identità calcistica fondendo un glorioso passato asburgico con l’iper-dinamismo moderno. Oggi, invece, vi chiedo di allacciare le cinture e preparare la mente a un viaggio che ci porterà agli antipodi. Non solo dal punto di vista geografico, ma soprattutto filosofico e culturale.
Oggi andiamo in Giappone.
A Napoli, all’ombra del Vesuvio, lo sappiamo bene: il calcio è visceralità. È il genio improvviso, è il talento di strada che sboccia quasi per caso tra i vicoli, è l’estasi del singolo che risolve la partita da solo e infiamma un popolo che vive di settimana in settimana, di emozione in emozione. Noi viviamo il calcio come un’opera d’arte estemporanea, spesso caotica, incostante ma meravigliosamente passionale. E se un presidente si presentasse ai microfoni parlando di “un progetto a lungo termine di cento anni”, verrebbe probabilmente sommerso dalle pernacchie.
I giapponesi, invece, concepiscono il calcio come un’equazione matematica, o meglio, come la costruzione ingegneristica di una cattedrale. Non si affidano al caso, non sperano nel miracolo divino, né aspettano l’avvento di un salvatore della patria. Loro pianificano.
La nostra analisi odierna, frutto di una ricerca diretta sulle attuali direttive della Japan Football Association (JFA), si concentra su qualcosa che, a noi che viviamo di “qui e ora”, sembra pura fantascienza: la “J.League 100-Year Vision”. Un progetto lungo letteralmente un secolo per portare la Nazionale del Sol Levante, i “Samurai Blue”, sul tetto del mondo. Mettetevi comodi: ecco come il Giappone sta silenziosamente hackerando il sistema calcistico mondiale.

ANNO ZERO: 1992, L’ALBA DELLA J.LEAGUE E IL SOGNO SECOLARE

Fino ai primi anni ’90, il calcio in Giappone era essenzialmente un passatempo dopolavoristico d’élite. Il campionato era amatoriale e le squadre portavano i nomi dei colossi industriali che le finanziavano. Si tifava per la Mitsubishi Motors, per la Nissan, per la Yomiuri, per la Mazda. I giocatori erano, a tutti gli effetti, dipendenti d’azienda che la domenica scendevano in campo. Il calcio non apparteneva alla gente e alle città, apparteneva alle corporazioni.
Poi, all’inizio degli anni ’90, la federazione prende una decisione che cambierà per sempre la storia sportiva del Paese. Nasce la J.League, il primo vero campionato professionistico. Ma la vera rivoluzione non è nei contratti milionari (che pure attrassero stelle a fine carriera come Zico o Gary Lineker), bensì nella concezione stessa dei club. La JFA impone una regola draconiana: via i nomi delle aziende dalle squadre. I club devono prendere il nome delle loro città o regioni e devono radicarsi in modo simbiotico nel territorio. È la nascita del concetto di Hometown. Nascono così i Kashima Antlers, gli Urawa Red Diamonds, gli Yokohama F. Marinos.
In concomitanza con la nascita della J.League (che inaugura la sua prima stagione il 15 maggio 1993), la federazione lancia un manifesto programmatico: la “J.League 100-Year Vision”. L’obiettivo primario non era vincere la Coppa d’Asia l’anno successivo, ma innescare una rivoluzione culturale sportiva che, nell’arco di un secolo esatto (entro il 2092), avrebbe reso il Giappone una superpotenza mondiale.

LA JFA DECLARATION DEL 2005: IL BERSAGLIO GROSSO

Il progetto avanza con la precisione di uno Shinkansen. Il Giappone inizia a qualificarsi con regolarità ai Mondiali (la prima storica partecipazione è a Francia ’98, da lì in poi non mancheranno più un appuntamento) e nel 2002 co-ospita un Mondiale di straordinario successo con la Corea del Sud, dotandosi di infrastrutture fantascientifiche.
Ma è il 1° gennaio 2005 che la Federazione cala l’asso, pubblicando un documento ufficiale noto come “The JFA Declaration 2005”. È un vero e proprio patto d’onore con la nazione. All’interno di questo documento vengono fissati due obiettivi a lunghissimo termine, datati rigorosamente all’anno 2050:
Avere una “Football Family” di 10 milioni di persone in Giappone (tra giocatori attivi, allenatori, arbitri e tifosi visceralmente attivi).
Ospitare nuovamente la Coppa del Mondo FIFA in solitaria e, soprattutto, VINCERE IL MONDIALE ENTRO IL 2050.
Quando questo documento fu tradotto e letto in Europa e in Sudamerica, in molti sorrisero con accondiscendenza. Il mondo occidentale, arrogante e cullato dalla propria tradizione storica, guardava al Giappone con la sufficienza con cui si guarda un bambino che dichiara di voler costruire un razzo in giardino per andare su Marte. “Vogliono programmare la vittoria di un Mondiale a tavolino”, si pensava.
Eppure, 21 anni dopo, nel nostro 2026, nessuno in Europa ride più.
Quello che la JFA aveva capito, e che le élite del calcio italiano ed europeo spesso dimenticano perdendosi in scandali, debiti e riforme a metà, è che non puoi fare affidamento solo sulla provvidenza o sul ciclo generazionale fortunato. Devi costruire un sistema in cui la base del talento è così ampia e così qualitativamente elevata che anche in un’annata “scarsa” il tuo peggior prodotto è un calciatore tecnicamente eccelso, in grado di dominare in Europa.

LA FILOSOFIA DEL “JAPAN’S WAY”: LA DOPPIA PIRAMIDE E IL CALCIO PER TUTTI

Il manifesto del 2005 si è costantemente evoluto. Dalla nostra indagine di oggi è emerso l’ultimo, fondamentale aggiornamento della filosofia giapponese, ribattezzato “Japan’s Way” (La Via Giapponese). Il fulcro di questo approccio non è un freddo e arido manuale tattico, ma un capolavoro di ingegneria sociale. L’obiettivo primario dichiarato nel documento è a dir poco poetico: “Diventare la nazione più felice del mondo attraverso il calcio”.
Come si traduce questa poesia in vittorie sul campo di battaglia? Attraverso quella che la JFA definisce la Struttura a Doppia Piramide (Double Pyramid Structure).
Nella maggior parte del mondo, il modello sportivo giovanile è un imbuto crudele e spietato: le accademie d’élite “estraggono” il talento puro e abbandonano la base. Si gioca solo per vincere fin dai 7 anni di età: se sei bravo giochi, se sei gracile o meno sviluppato scaldi la panchina, per poi abbandonare lo sport disgustato. Questo crea un vertice talentuoso, ma una base poverissima, frustrata e disamorata.
Il Giappone ha deciso di polverizzare questa mentalità. Il nuovo paradigma si fonda sull’uguaglianza delle opportunità e sulla creazione di uno spazio dove, cito testualmente la JFA, “il divertimento stesso è rispettato”. Tutti i bambini devono poter giocare regolarmente. Sono stati severamente scoraggiati gli atteggiamenti da “vittoria a tutti i costi” nei settori giovanili di base.
Questa è l’intuizione clamorosa: se la base della piramide (il calcio amatoriale, scolastico, di quartiere) non viene stressata dalla competizione tossica, i ragazzi continuano a giocare. Continuano a divertirsi. Questo bacino gigantesco di milioni di ragazzi viene parallelamente istruito attraverso il “Four Factors Integrated Approach”, un sistema che cura allo stesso modo i giocatori, i giovani, le strutture di base e, cosa fondamentale, la formazione obbligatoria e di altissimo livello per tutti gli allenatori di qualsiasi categoria.
Innalzando il livello qualitativo della base di milioni di giovani praticanti, il vertice d’élite della piramide si innalza di conseguenza, per pura e semplice matematica statistica.

RIVOLUZIONE 2026: RIMUOVERE GLI ATTRITI E LA “100 YEAR VISION LEAGUE”

Ma il Giappone non è solo sociologia; è prassi chirurgica. E sono pronti a tagliare col machete le tradizioni se si rivelano degli ostacoli. Un principio base del Japan’s Way è: “Se i tuoi tempi interni si scontrano con il mercato globale, stai solo punendo la tua stessa gente”. L’hanno definita “frizione strutturale”.
Cosa significa? Per trent’anni, la J.League si è giocata in un anno solare: da primavera ad autunno (da febbraio a novembre). Perfetto per il clima giapponese e per scansare le peggiori nevicate, ma disastroso a livello di calciomercato. Le finestre di trasferimento giapponesi erano completamente asincrone rispetto ai grandi campionati europei. Quando un club di Serie A o Premier League cercava un giapponese a luglio per portarlo in ritiro, la J.League era nel bel mezzo della volata scudetto.
Così, proprio adesso, nel 2026, il calcio giapponese ha compiuto una rivoluzione epocale: la J.League è ufficialmente passata al formato “Autunno-Primavera” per allinearsi perfettamente all’Europa (agosto-maggio).
Per colmare il vuoto temporale creatosi nei primi sei mesi del 2026 prima dell’inizio del nuovo calendario, la federazione non è rimasta a girarsi i pollici. Ha istituito un torneo di transizione “una-tantum”, dal fascino romanticissimo: la Meiji Yasuda J.League 100 Year Vision League, disputata tra febbraio e giugno 2026 e vinta proprio poche settimane fa dal Vissel Kobe. Un torneo di altissimo livello agonistico che ha messo in palio la qualificazione per l’imminente AFC Champions League Elite.
Tutto questo ha uno scopo chiarissimo: rendere il passaggio dei talenti giapponesi verso l’Europa fluido e inarrestabile.

L’EUROPA COME LABORATORIO E I SAMURAI BLUE AI MONDIALI 2026

Oggi, il Giappone è il più grande e silente esportatore di classe operaia e talento tattico d’élite del pianeta. Fino a quindici anni fa, acquistare un calciatore asiatico era spesso vista come un’operazione di puro marketing per vendere magliette a Tokyo (con le dovute eccezioni, vedi il genio di Nakata).
Oggi, i club europei comprano i giapponesi perché sono macchine perfette. Nelle accademie imparano il sistema, la duttilità e la pulizia tecnica, senza iperspecializzarsi in un singolo ruolo che li renderebbe rigidi. Sono diventati i giocatori “plug-and-play” definitivi. Basti pensare a profili imprenscindibili e devastanti come Endo nel centrocampo del Liverpool, Tomiyasu nella difesa dell’Ajax, Mitoma al Brighton o l’estro di Kubo nella Liga.
E questo ci porta alla Nazionale. I Samurai Blue, guidati da Hajime Moriyasu, sono stati la prima squadra al mondo (escluse le tre nordamericane ospitanti) a strappare il pass matematico per i Mondiali del 2026. Hanno dominato il girone asiatico quasi per inerzia.
Moriyasu, parlando della spedizione nordamericana ormai alle porte, non si è nascosto dietro a falsi moralismi: “Nei decenni passati il nostro tetto massimo è sempre stato l’Ottavo di Finale. Raggiungere i Quarti al Mondiale 2026 è il nostro obiettivo realistico, minimo. Ma se puntiamo solo a quello, non potremo mai sperare di crescere ulteriormente”.
Hanno battuto Germania e Spagna nel 2022 stupendo tutti. Ma nel 2026, il Giappone non sarà più la sorpresa simpatica del torneo. Sarà una corazzata consapevole della propria forza, imbottita di top player abituati ai ritmi infernali di Premier League e Champions League.

COSA POSSIAMO IMPARARE, NOI, ALL’OMBRA DEL VESUVIO?

E allora, cari lettori, cosa ci portiamo a casa alla fine di questo viaggio dall’altra parte del mondo?
C’è una dicotomia affascinante tra il nostro approccio viscerale e la loro razionalità zen. A Napoli crediamo che il calcio sia carne, sangue e scintilla divina. Noi amiamo follemente il giocatore di strada, il “mascalzone” calcistico che inventa il tunnel irridente quando le lavagne tattiche dicono tutt’altro. E intendiamoci: questo non cambierà mai. La bellezza travolgente e caotica di un’esplosione di gioia allo Stadio Diego Armando Maradona non potrà mai, e sottolineo mai, essere replicata o codificata in un asettico ufficio dirigenziale di Tokyo. Noi siamo fatti di fuoco, loro di calcoli.
Tuttavia, c’è una lezione di spaventosa umiltà che arriva dal Sol Levante e che dovrebbe far tremare i polsi a tutto il sistema calcistico italiano.
Mentre il calcio in Italia annaspa tra polemiche arbitrali infinite, stadi fatiscenti degli anni ’90, settori giovanili ridotti a serbatoi di plusvalenze fittizie e una totale, disarmante mancanza di visione strategica che vada oltre la fine della singola stagione… il Giappone costruisce l’eternità mattone dopo mattone.
Se il Giappone solleverà la Coppa del Mondo nel 2050, non sarà stato un miracolo o una “nottata magica”. Sarà stata un’inevitabilità progettata.
Nel frattempo, prepariamoci a vederli lottare con il coltello tra i denti in questo imminente Mondiale 2026 (e ieri ne abbiamo avuto un assaggio, col 2 a 2 rimediato meritatamente contro l’Olanda di Koeman). Attenzione ai Samurai Blue: hanno smesso da un pezzo di essere i simpatici protagonisti di Holly e Benji. Sono l’avanguardia del calcio del futuro. E il futuro, a quanto pare, parla già giapponese.

Giulio Ceraldi

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