La nazionale dell’Uzbekistan

Preparate le macchinette del caffè. Regolate le sveglie. Domattina, quando in Italia scoccheranno le 4:00 e il cielo sarà ancora avvolto nel buio pesto, i fari del Mondiale nordamericano si accenderanno su una delle storie più affascinanti e inedite di questa Coppa del Mondo 2026.
Non è solo il debutto assoluto di una nazione che da trent’anni insegue questo traguardo come un miraggio nel deserto del Kyzylkum. È anche, e per noi soprattutto, il ritorno sul palcoscenico più importante del mondo di un figlio di Napoli. Fabio Cannavaro, il ragazzo della Loggetta che alzò la Coppa del Mondo nel cielo sopra Berlino vent’anni fa, siede oggi su una panchina che profuma di spezie, di oriente e di una sfida quasi impossibile: guidare l’Uzbekistan nella sua prima, storica avventura iridata.

Spezie uzbeke

In questa nuova puntata di Storie Mondiali, dopo aver viaggiato tra le ambizioni di Curaçao e l’architettura dei nuovi stadi, ci spostiamo nel cuore dell’Asia Centrale per capire come i Lupi Bianchi sono arrivati fin qui e cosa dobbiamo aspettarci tatticamente dalla creatura plasmata dal nostro Fabio.

IL MIRAGGIO INSEGUITO PER TRENT’ANNI: LA MALEDIZIONE ASIATICA

Per comprendere la portata storica della partita di domattina, bisogna fare un passo indietro e calarsi nella frustrazione sportiva di una nazione intera. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nei primi anni ’90, l’Uzbekistan ha sempre rappresentato la potenza calcistica emergente dell’Asia Centrale. Vincitori a sorpresa dei Giochi Asiatici nel 1994, gli uzbeki sembravano destinati a diventare una presenza fissa ai Mondiali.
Eppure, per tre decenni, la qualificazione si è sempre trasformata in una tragedia sportiva all’ultimo respiro.
Come non ricordare lo spareggio farsa del 2005 contro il Bahrain per l’accesso a Germania 2006? Un errore tecnico dell’arbitro giapponese Yoshida (che annullò un rigore trasformato dall’Uzbekistan assegnando incredibilmente una punizione agli avversari invece di far ripetere il tiro) costrinse la FIFA a far rigiocare una partita già vinta, portando a una clamorosa e ingiusta eliminazione. E poi il dramma sportivo verso Brasile 2014, quando la differenza reti premiò la Corea del Sud a scapito degli uzbeki, successivamente eliminati ai rigori dalla Giordania nello spareggio.
L’allargamento del Mondiale a 48 squadre ha sicuramente offerto all’Asia slot aggiuntivi, ma banalizzare il percorso dell’Uzbekistan a un semplice calcolo matematico sarebbe un torto. Questa è una squadra che è cresciuta, che ha esportato talenti in Europa e che aveva solo bisogno di un condottiero capace di gestire la pressione mentale di chi non ha più margine di errore. E qui, entra in gioco l’intuizione di chiamare in panchina un Pallone d’Oro.

UN FIGLIO DI NAPOLI SULLA ROTTA PER TASHKENT

La carriera da allenatore di Fabio Cannavaro è stata spesso oggetto di dibattito. Lontano dai riflettori europei per molti anni, ha costruito la sua credibilità in Asia, in particolare in Cina, imparando a conoscere le dinamiche, i ritmi e la mentalità del calcio orientale.
Quando la Federazione calcistica dell’Uzbekistan (UFA) ha deciso di affidargli la panchina, cercava esattamente questo: un uomo che conoscesse il calcio asiatico, ma che portasse con sé la mentalità vincente, l’organizzazione difensiva europea e quel carisma necessario per far fare il salto di qualità definitivo a un gruppo talentuoso ma storicamente fragile nei momenti chiave.
Da buon napoletano, Fabio ha saputo unire l’empatia al rigore. Ha lavorato sulla testa dei giocatori prima ancora che sulle gambe. Ha preso una squadra che spesso si sfaldava alla prima difficoltà e le ha cucito addosso un abito tattico pragmatico, solido, ma non per questo rinunciatario.

LA LAVAGNA TATTICA: COME GIOCA L’UZBEKISTAN DI CANNAVARO?

Veniamo al sodo, a ciò che ci piace analizzare: come si disporrà in campo questo Uzbekistan?
Dimenticatevi le squadre asiatiche degli anni ’90, tutte corsa e ingenuità tattica. Cannavaro ha importato concetti chiari, strutturando la squadra su un 3-4-2-1 che, in fase di non possesso, sa compattarsi in un roccioso 5-4-1 dal baricentro medio-basso. L’obiettivo primario non è dominare il possesso palla (un lusso che al Mondiale l’Uzbekistan non può permettersi contro selezioni di fascia superiore), ma controllare gli spazi e colpire in transizione.

LA CERNIERA DIFENSIVA

Il cuore del progetto tattico di Cannavaro, e non poteva essere altrimenti, è la difesa. Al centro della retroguardia spicca Abdukodir Khusanov, un talento cristallino che si è fatto le ossa in Ligue 1 con il Lens e che oggi gioca titolare nel Manchester City. È un difensore moderno, roccioso ma capace di impostare, che Cannavaro ha responsabilizzato dandogli le chiavi della linea a tre. Accanto a lui, braccetti aggressivi che hanno il compito di rompere la linea per andare in pressione preventiva sui trequartisti avversari.

IL MOTORE IN MEZZO AL CAMPO

A centrocampo, l’Uzbekistan fa affidamento sull’esperienza di Otabek Shukurov. È lui il metronomo, l’uomo deputato a dare i tempi alla squadra, a raddoppiare in fase di copertura e a far ripartire l’azione. I quinti di centrocampo sono chiamati a un lavoro massacrante: devono abbassarsi sulla linea dei difensori in fase di ripiegamento, ma essere i primi ad accompagnare l’azione quando si recupera palla, per non lasciare l’attacco isolato.

LA FANTASIA E L’ATTACCO: FAYZULLAEV E SHOMURODOV

Ma è dalla trequarti in su che l’Uzbekistan accende la luce. Alle spalle dell’unica punta agiranno due trequartisti atipici. Tutte le attenzioni dei talent scout sono rivolte a Abbosbek Fayzullaev, il gioiellino classe 2003 esploso nel CSKA Mosca. Fayzullaev è il vero ago della bilancia: brevilineo, tecnicamente eccelso, letale nello stretto. È a lui che Cannavaro concede la libertà di staccarsi dagli schemi per inventare la giocata o mandare in porta i compagni.
E infine, là davanti, il capitano, la leggenda vivente del calcio uzbeko: Eldor Shomurodov. L’ex attaccante di Genoa, Roma e Cagliari (che noi in Serie A abbiamo imparato a conoscere bene) è molto più di un semplice terminale offensivo. In questo sistema, Shomurodov gioca quasi da “falso nove” e da boa allo stesso tempo. Il suo compito è fare a sportellate con i centrali avversari, ripulire i palloni sporchi lanciati dalla difesa, far salire la squadra e aprire varchi per gli inserimenti di Fayzullaev e degli esterni.

L’IMPORTANZA DELLA PRIMA NOTTE (SOTTO IL CIELO DEL MESSICO)

L’esordio nasconde insidie non indifferenti e un fascino che viaggia attraverso i fusi orari. Mentre noi in Italia regoleremo le sveglie alle 4:00 del mattino di giovedì, con il buio fuori dalla finestra e la prima moka del giorno sul fuoco, a Città del Messico saranno le 20:00 di mercoledì sera. L’Uzbekistan scenderà in campo contro la Colombia in pieno prime time americano, sotto le luci accese del monumentale Estadio Banorte.
Per una squadra che calca questo palcoscenico per la prima volta, l’impatto emotivo rischia di essere devastante. L’inno nazionale cantato a squarciagola nella fresca serata messicana; il pallone che improvvisamente sembra pesare cento chili; la consapevolezza di avere una nazione intera, in Asia Centrale, incollata ai teleschermi proprio nel momento in cui da loro sorge il sole (a Tashkent saranno le 7:00 del mattino).
Cannavaro sa bene cosa significa affrontare l’urto di un Mondiale. Sa che i primi quindici minuti saranno pura apnea. Il suo compito sarà quello del pompiere: dovrà gettare acqua sul fuoco dell’emozione, chiedere ai suoi di restare corti e di aggrapparsi a quelle certezze tattiche costruite nel 3-4-2-1 per esorcizzare la paura di un palcoscenico così imponente.

PERCHÉ GUARDARE QUESTA PARTITA?

Certo, la sveglia nel cuore della notte europea non è per tutti. Ma questo è il Mondiale, signori. È fatto di occhiaie al lavoro il giorno dopo, di caffè bevuti davanti a uno schermo mentre la città fuori dorme, di nazioni periferiche che cercano il loro quarto d’ora di gloria nell’élite globale.
Per noi innamorati della tattica e delle storie romantiche, l’Uzbekistan è la underdog story perfetta. E vedere Fabio Cannavaro, con la sua tigna intatta sotto i riflettori dell’Estadio Banorte, sbracciarsi per guidare i suoi Lupi Bianchi, aggiunge quel tocco di napoletanità che rende l’alzataccia assolutamente obbligatoria.
Appuntamento a stanotte. La Via della Seta è arrivata in Messico. Vediamo se il nostro Fabio saprà scriverne un nuovo, indimenticabile capitolo.

Giulio Ceraldi

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.