
PROLOGO: I MARINAI INGLESI, LA SCISSIONE E LA GRANDE FUSIONE (1904 – 1926)
Tutto ha inizio molto prima dell’era di Ascarelli. Il football sbarca a Napoli all’inizio del Novecento, grazie all’influenza dei marinai d’oltremanica e all’intraprendenza della borghesia locale. Nel 1904, l’inglese William Poths (impiegato di una compagnia marittima), insieme al genovese Hector Bayon e ad altri soci napoletani, fonda il Naples Foot-Ball & Cricket Club. I primissimi colori sociali non sono l’azzurro monocromatico che tutti conosciamo, ma strisce verticali celesti e blu notte.
Per anni il Naples domina la scena pionieristica del Meridione, ma nel 1911 dissidi interni portano a una clamorosa scissione. Alcuni membri, prevalentemente la componente straniera, abbandonano la società per fondare l’Unione Sportiva Internazionale Napoli. Inizia così un decennio di accesissima rivalità stracittadina, un vero e proprio “Derby del Golfo” che infiamma i primissimi tifosi partenopei.
Tuttavia, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, il calcio sta cambiando. Appare chiaro che per competere strutturalmente con le potenze economiche e calcistiche del Nord Italia (come Genoa, Pro Vercelli e Juventus) le forze non possono più essere disperse. È un’esigenza tattica, finanziaria e di sopravvivenza sportiva. Nel 1922 si giunge a una storica pacificazione: il Naples e l’Internazionale Napoli mettono da parte le antiche ruggini e si fondono, dando vita al Foot-Ball Club Internaples. È questo il vero e proprio embrione strutturale del club moderno.
CAPITOLO 1: LA NASCITA DEL “CIUCCIO”, IL METODO E I PRIMI EROI (1926 – 1945)

È proprio sulle solide fondamenta dell’Internaples che, nell’estate del 1926, interviene Giorgio Ascarelli, giovane e visionario industriale tessile. Da presidente dell’Internaples, Ascarelli comprende la necessità di modernizzare definitivamente la società e adeguarla alle nuove direttive nazionali. Il 1° agosto 1926, l’Internaples cambia nome e statuto: nasce ufficialmente l’Associazione Calcio Napoli. Il celeste e blu a strisce viene sostituito dalla maglia azzurra, il colore del cielo e del mare di Napoli.

La prima stagione è disastrosa, tanto che il cavallo rampante (simbolo originario) viene ironicamente declassato dai tifosi a “Ciuccio”, l’asino che diventerà l’emblema eterno. Ma la svolta tecnica arriva alla fine degli anni ’20 con l’inglese William Garbutt (il primo a essere chiamato “Mister” in Italia).
Garbutt compie la prima vera evoluzione tattica della storia azzurra: abbandona la vecchia e rigida “Piramide di Cambridge” (il modulo 2-3-5) per importare i princìpi del “Metodo” (il modulo 2-3-2-3 o WW). Arretrando i due interni di centrocampo per creare un raccordo con la mediana, il Napoli trova una solidità difensiva inedita e innesca la velocità in avanti di Attila Sallustro e Antonio Vojak. Sallustro attacca la profondità con ferocia, mentre Vojak agisce quasi da regista offensivo arretrato, portando la squadra a sfiorare il titolo negli anni ’30 e gettando le basi del grande calcio a Napoli.
CAPITOLO 2: IL DOPOGUERRA, IL “COMANDANTE” E ‘O BANCO ‘E NAPULE (1946 – 1961)

Uscita a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, Napoli ha un disperato bisogno di sognare. A raccogliere questo bisogno ci pensa Achille Lauro, “Il Comandante”. L’armatore comprende prima di tutti la potenza politica e sociale del calcio all’ombra del Vesuvio, trasformando la squadra in uno strumento di consenso e di spettacolo.
Il colpo di teatro per eccellenza arriva nell’estate del 1952. Lauro sborsa l’astronomica e mai vista cifra di 105 milioni di lire per strappare all’Atalanta il centravanti svedese Hasse Jeppson. I tifosi, geniali come sempre, lo ribattezzano istantaneamente “‘o Banco ‘e Napule”, a sottolineare il capitale investito. Jeppson è un attaccante moderno per l’epoca: fisico statuario, potenza e un senso del gol spietato.
Accanto a lui, il Napoli schiera un attacco formidabile con Amedeo Amadei e, soprattutto, un italo-argentino dal baricentro basso e dalla furbizia innata: Bruno Pesaola, per tutti il “Petisso”.
In quegli anni, il Napoli adotta un “Sistema” (il modulo WM) molto fisico, dove il talento sudamericano di Pesaola fa da collante tra il centrocampo e la potenza esplosiva di Jeppson. È un Napoli che riempie lo Stadio Collana fino all’inverosimile, tanto da spingere Lauro a inaugurare, nel 1959, l’immenso Stadio San Paolo a Fuorigrotta.
CAPITOLO 3: Il PETISSO, L’EPOPEA DEL CATENACCIO PROPOSITIVO E LA LEGGENDA DI TOTONNO (1962 – 1973)

Negli anni ’60, Bruno Pesaola passa dal campo alla panchina, diventando uno dei tecnici più iconici della storia azzurra. Nel 1962, il suo Napoli compie un’impresa sportiva senza precedenti (e mai più replicata): vince la Coppa Italia militando in Serie B.
Tatticamente, Pesaola è un maestro di pragmatismo. Adotta il “Catenaccio”, ma lo interpreta in chiave spiccatamente partenopea. Il suo Napoli non è solo difesa e ostruzionismo; è una squadra che si compatta dietro per far esplodere la velocità in ripartenza di ali guizzanti. È in questo contesto che si esalta Jarbas Faustinho, meglio noto come Cané. Primo vero idolo di colore della piazza, Cané interpreta il ruolo di ala/tornante con una generosità e una rapidità che spaccano le difese avversarie.
A metà anni ’60, Lauro alza la posta. Arrivano all’ombra del Vesuvio due fuoriclasse assoluti: Omar Sivori dalla Juventus e José Altafini dal Milan. Sivori, con i suoi calzettoni abbassati e la sua irriverenza, diventa il padrone del San Paolo, agendo da trequartista libero di inventare. Altafini è il terminale implacabile. Insieme, portano il Napoli a sfiorare lo scudetto nel 1967/68 (secondo posto dietro il Milan).
Ma il vero collante, l’anima immortale di quell’era, ha un volto scugnizzo e una fascia da capitano al braccio: Antonio Juliano. “Totonno” fa il suo esordio nel 1962 e diventa il padrone assoluto del centrocampo per oltre un decennio. Tatticamente è un giocatore immenso: nasce mezzala ma evolve in un regista totale, un vero “box-to-box” ante litteram. Detta i tempi, ringhia sugli avversari, cuce il gioco tra la difesa rocciosa e la genialità di Sivori. Juliano è Napoli, il primo vero “core” del centrocampo prima che, decenni dopo, si sarebbe reinventato dirigente per portare a Napoli Krol e Maradona.
CAPITOLO 4: IL “LIONE” VINICIO E LA RIVOLUZIONE DEL CALCIO TOTALE (1973 – 1980)

Se gli anni ’60 sono stati dominati dalle ripartenze del Petisso, gli anni ’70 cambiano per sempre la cultura calcistica del club grazie a Luis Vinicio. L’ex bomber brasiliano, ribattezzato “‘o Lione”, torna a Napoli da allenatore e porta in dote una rivoluzione tattica che sconvolge il calcio italiano, fino ad allora ancorato alla marcatura a uomo tradizionale.
Vinicio è innamorato del calcio dell’Ajax di Cruijff e della Nazionale Olandese di Rinus Michels. Decide di importare a Napoli i princìpi del Calcio Totale. Il suo schieramento elimina il libero staccato dietro la difesa. Vinicio impone la marcatura a zona integrale, alza vertiginosamente la linea difensiva e insegna l’applicazione sistematica della trappola del fuorigioco. I difensori centrali (come Tarcisio Burgnich, reinventato da Vinicio) giocano in linea, la squadra è corta e aggressiva.
A centrocampo, l’intelligenza suprema di Juliano trova l’esaltazione massima: la palla circola veloce, gli scambi di posizione sono continui. In attacco brillano Giuseppe Savoldi (il famoso “Mister Due Miliardi”) e Giorgio Braglia.
La stagione 1974/75 è il capolavoro di Vinicio: il Napoli gioca il calcio più bello d’Italia e sfiora lo scudetto, arrendendosi solo in un epico e contestatissimo scontro diretto al Comunale contro la Juventus. Pur senza cucirsi il tricolore sul petto, quel Napoli cambia la percezione tattica del calcio in Italia, dimostrando che al Sud era possibile coniugare spettacolo corale e risultati.
CAPITOLO 5: L’AVVENTO DEL D10S E IL BILANCIAMENTO DI BIANCHI (1984 – 1991)

Il 5 luglio 1984, con l’arrivo di Diego Armando Maradona, il Napoli riscrive la propria storia e le leggi della fisica calcistica.
L’architetto del Primo Scudetto (1986-87) è Ottavio Bianchi, che disegna un sistema tattico asimmetrico e ibrido cucito su misura per esaltare il numero 10, esentandolo da compiti difensivi. Bruscolotti agisce da marcatore spietato a uomo, mentre Alessandro Renica interpreta il ruolo del “libero moderno”, sganciandosi palla al piede. Salvatore Bagni è l’equilibratore tattico, il rubapalloni che copre le scorribande offensive.
Maradona è libero di fluttuare, partendo dal mezzo-spazio di destra per rientrare sul sinistro, creando una connessione letale con Giordano e, successivamente, con Careca (la celebre Ma-Gi-Ca). Nel 1989 arriva la Coppa UEFA, vinta in finale contro lo Stoccarda. Sotto la guida di Albertino Bigon (1989-90), il Napoli vince il secondo scudetto passando a una marcatura più elastica e a un modulo che garantisce un baricentro più alto per schiacciare gli avversari.
CAPITOLO 6: IL VUOTO TECNICO E LA RIPARTENZA (1991 – 2004)

L’addio di Maradona nel 1991 lascia un vuoto incolmabile. Gli anni ’90 vedono il Napoli smarrire la propria identità tattica e tecnica. Nonostante fiammate con Lippi, Boskov e Simoni, la costante mancanza di un vero regista e le fragilità difensive (oltre a quelle economiche) portano la squadra a un progressivo declino.
Nel 2004, la società fallisce. Si riparte dalla Serie C1 sotto la guida di Aurelio De Laurentiis. L’obiettivo primario di Edy Reja (protagonista della risalita) è la praticità assoluta: un 3-5-2 roccioso, difese blindate e palle inattive per scalare le categorie e ritornare in Serie A nel 2007.
CAPITOLO 7: DAL 3-4-2-1 DI MAZZARRI AL “SARRISMO” (2007 – 2021)

Il decennio che riporta il Napoli ai vertici del calcio europeo è una fucina di innovazioni tattiche.
Le Transizioni di Mazzarri (3-4-2-1): Walter Mazzarri costruisce una macchina da contropiede letale. La difesa a tre vede Campagnaro spingersi in avanti come braccetto. Lavezzi scompagina le linee, Hamsik attacca gli spazi vuoti come incursore, e Cavani finalizza. Il gioco sfrutta i cambi di campo repentini per isolare Maggio sull’esterno debole.
L’Internazionalizzazione di Benitez (4-2-3-1): Rafa Benitez cambia la cultura del club. Passa alla difesa a quattro con marcatura a zona, introduce il doppio mediano e l’utilizzo di ali a piede invertito (Insigne e Callejon) per favorire la densità centrale, con Higuain come terminale implacabile.
La Macchina Perfetta di Sarri (4-3-3): Maurizio Sarri forgia il “Sarrismo”. Il Napoli gioca un calcio di possesso posizionale a ritmi vertiginosi. La squadra costruisce triangoli corti e sovraccarichi sulla fascia sinistra (Ghoulam, Hamsik, Insigne) per innescare il taglio sul lato cieco di Callejon a destra. Jorginho funge da metronomo, e la difesa guidata da Koulibaly si muove all’unisono guardando esclusivamente la palla.
CAPITOLO 8: IL TERZO TRICOLORE E LO SPAZIO FLUIDO DI SPALLETTI (2022 – 2023)

Il capolavoro del Terzo Scudetto è un trionfo dello scouting e del genio di Luciano Spalletti. Il suo 4-3-3 è liquido, basato sull’occupazione degli spazi più che sui ruoli fissi.
Spalletti trasforma Lobotka in un regista “a prova di pressing”. Di Lorenzo si accentra giocando spesso da mezzala aggiunta. Sulla sinistra, Khvicha Kvaratskhelia viene isolato sistematicamente in 1 contro 1, mentre Victor Osimhen attacca la profondità scardinando le difese avversarie. Il 4 maggio 2023, a Udine, arriva l’aritmetica. Dopo 33 anni di attesa, il tricolore torna alle falde del Vesuvio.
CAPITOLO 9: IL MIRACOLO DI CONTE E IL QUARTO SCUDETTO (2024 – 2025)

Dopo lo scudetto del 2023, il Napoli vive una stagione da incubo, chiudendo il campionato con un disastroso decimo posto. Dalle ceneri di quell’annata, la società decide di affidare la rifondazione a un tecnico dal DNA vincente: Antonio Conte. È l’inizio di quello che la stampa sportiva definirà un vero e proprio capolavoro manageriale e tattico.
L’impatto dell’allenatore salentino è devastante. Il Napoli ritrova una ferocia agonistica e una solidità mentale impressionanti, rimanendo in vetta per ben 20 delle 38 giornate di campionato. Il duello per il tricolore si trasforma in un logorante testa a testa contro l’Inter, risolto solamente all’ultimo respiro.
Il 23 maggio 2025, in uno stadio Maradona ribollente, il Napoli piega il Cagliari per 2-0 all’ultima giornata e si cuce sul petto il Quarto Scudetto della sua storia. Le reti tricolore portano la firma dei due volti simbolo di quell’annata e delle scelte di mercato: Scott McTominay (immediatamente ribattezzato dai tifosi “McFratm”) e il colosso Romelu Lukaku.
Al fischio finale, Conte, che era stato costretto a seguire gli ultimi minuti della partita dalla tribuna a causa di una squalifica prima di lanciarsi in campo, definirà questo trionfo come il titolo “più inaspettato” e stimolante della sua intera carriera, il coronamento di una sfida durissima partita dalle macerie dell’anno precedente.
CAPITOLO 10: L’ANNO DEL CENTENARIO, IL PRESENTE E IL FUTURO (2026 – 2027)
Siamo giunti al traguardo del secolo. Il campionato del Centenario vede la squadra approcciarsi alla storia sotto la guida di Massimiliano Allegri, l’allenatore scelto (dopo la conclusione dell’esperienza di Antonio Conte) per condurre il Napoli in questa annata fondamentale. Allegri ha plasmato una squadra matura, che sa gestire i momenti della partita attraverso un approccio pragmatico e una feroce ottimizzazione delle transizioni.
Tatticamente, il Napoli del Centenario ha ridefinito il suo fronte offensivo. Di fatto il Napoli non fa affidamento su Romelu Lukaku dal suo infortunio in precampionato; è Rasmus Højlund il vero titolare del centrattacco partenopeo, perfetto per finalizzare la manovra. A supporto, l’impianto tattico sulle corsie e in rifinitura beneficia immensamente di Alisson Santos, un’autentica spina nel fianco per le difese avversarie e presenza vitale nella rosa.
Il Napoli oggi è una sintesi di cento anni di evoluzioni, trionfi, cadute e colpi di genio. Una squadra che vive in simbiosi tattica ed emotiva con una città intera. Finché ci sarà un pallone che rotola sul prato verde del Maradona, questa storia non avrà mai una vera fine.
Auguri, Napoli. E cento di questi giorni, sempre e solo a tinte azzurre.
Pe’ Cient’Anne!
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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