Gianni Infantino. Fonte: The Athletic

La notizia è deflagrata nel cuore dell’estate calcistica nordamericana, portando con sé l’eco di una rivoluzione sistemica. Come riportato in un’eccellente e dettagliata inchiesta a firma di Matt Slater per The Athletic, la FIFA è pronta a compiere un passo che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato pura eresia: vendere una quota di minoranza delle sue competizioni più redditizie, inclusa la Coppa del Mondo, a fondi di investimento privati.

Non si tratta di una speculazione di mercato, ma di un piano strutturato a cui il presidente Gianni Infantino lavora da mesi, con il supporto di colossi bancari e figure controverse del panorama politico-finanziario statunitense. Ma cosa c’è davvero dietro la creazione della FIFA Forward Enterprises? E come questa mossa ridisegnerà gli equilibri del calcio globale, dalla base piramidale delle federazioni minori fino alle ambizioni dei top club europei?

ANATOMIA DELLA “FIFA FORWARD ENTERPRISE”

Il cuore del progetto delineato da The Athletic ruota attorno a uno scorporo aziendale. L’idea è quella di creare una nuova entità commerciale, denominata FIFA Forward Enterprises (FFE), che assumerà il controllo totale delle operazioni commerciali dei principali eventi FIFA: la Coppa del Mondo (maschile e femminile) e il neonato, gigantesco Mondiale per Club.

La FIFA intende cedere fino al 21% di questa nuova holding a investitori privati, mantenendo formalmente la maggioranza delle quote e il ruolo di organo di governo globale. L’obiettivo a breve termine? Incassare liquidità immediata per 4,2 miliardi di dollari (circa 3,7 miliardi di euro).

A orchestrare l’operazione, la FIFA ha chiamato JP Morgan, la stessa banca d’affari globale che nel 2021 fu inizialmente accostata al progetto della Superlega Europea. Al tavolo degli investitori, a guidare la cordata, spunta il nome di Thrive Eternal, un veicolo di investimento a lungo termine fondato da Joshua Kushner. Un nome che, nel panorama americano, non passa inosservato: Joshua è il fratello di Jared Kushner, genero di Donald Trump ed ex consigliere di punta della Casa Bianca, uomo chiave nell’assegnazione dei Mondiali 2026 proprio agli Stati Uniti (con finale prevista al MetLife Stadium del New Jersey). Anche Apollo Sports Capital, divisione sportiva del colosso del private equity Apollo Global Management, figura tra i probabili finanziatori.

LA “DEMOCRATIZZAZIONE” DI INFANTINO (O LA PERFETTA CAMPAGNA ELETTORALE?)

Per comprendere il “perché” di questa mossa, bisogna guardare ai flussi di cassa e al calendario politico della FIFA. Nel comunicato stampa rilasciato in fretta e furia per anticipare i leak dei media, Gianni Infantino ha parlato di una struttura aziendale dedicata per far crescere il lato commerciale del gioco, condividendone il valore “in modo più equo in tutto il mondo”.

Il piano di Infantino è un capolavoro di pragmatismo politico: incassare $4,2 miliardi per finanziare immediatamente il FIFA Fast-Forward Programme (FFFP). Questo si traduce in un bonus una tantum, “opzionale”, di 20 milioni di dollari per ciascuna delle 211 federazioni affiliate alla FIFA, da usare per progetti speciali. Ma non è tutto. I normali fondi di sviluppo per il ciclo quadriennale passerebbero dagli attuali 8 milioni a 20 milioni, per poi salire a 22 milioni nel periodo 2031-34, fino alla cifra monstre di 24 milioni per il ciclo 2035-38. Triplicare i fondi garantiti alle federazioni nazionali.

Javier Tebas, presidente de La Liga spagnola e fiero oppositore di Infantino, ha centrato il punto su X (ex Twitter): “Non sembra una riforma. Sembra una campagna elettorale finanziata con il futuro del calcio. Lo sviluppo non può essere usato per comprare voti o silenzi”. Con le elezioni presidenziali FIFA previste per marzo 2027, Infantino sta di fatto blindando il suo mandato assicurando la sopravvivenza finanziaria a decine di federazioni (soprattutto in Africa, Asia e Centroamerica) che dipendono quasi esclusivamente dai sussidi di Zurigo.

LA BARRICATA UEFA E L’IPOCRISIA EUROPEA

​La reazione del Vecchio Continente non si è fatta attendere. La UEFA, poche ore prima che la FIFA confermasse le indiscrezioni di The Athletic, ha diramato un comunicato durissimo: “Questo supera un limite che le istituzioni governative del calcio non dovrebbero mai oltrepassare… L’anima e la governance del calcio non sono beni da scambiare”. Anche la Concacaf (Nord e Centro America) ha lamentato la totale mancanza di consultazione preventiva.

Tuttavia, l’indignazione europea presta il fianco a pesanti accuse di ipocrisia. Ciò che la FIFA sta proponendo a livello globale non è concettualmente diverso da ciò che le leghe nazionali europee hanno già fatto o tentato di fare. La Ligue 1 francese e La Liga spagnola hanno venduto quote dei loro diritti commerciali a fondi di private equity (CVC Capital Partners). La Serie A e la Bundesliga ne dibattono da anni. Persino altri sport, come la Formula 1 (Liberty Media) e il golf (PGA Tour), hanno intrapreso questa strada. Il calcio europeo piange la mercificazione dello sport, ma ha spalancato le porte ai capitali di rischio già da tempo.

DA JULES RIMET A WALL STREET

Inserendo questa notizia in un  più ampio contesto, assistiamo a un’evoluzione storica affascinante e al tempo stesso inquietante. Nel 1930, quando Jules Rimet organizzò la prima Coppa del Mondo in Uruguay, le squadre europee viaggiavano in nave per settimane, mosse dal puro spirito decoubertiniano e da un rudimentale senso di competizione internazionale. Il Mondiale era un evento culturale, un momento di incontro tra nazioni.

Oggi, il Mondiale è trattato alla stregua di una asset class, un prodotto finanziario maturo pronto per essere impacchettato e venduto a Wall Street. La FIFA prevede già che il ciclo quadriennale culminante con l’imminente Mondiale a 48 squadre frutterà circa 15 miliardi di dollari (superando l’obiettivo di 13 miliardi). La trasformazione della Coppa del Mondo da evento sportivo a gigantesca macchina da dividendi segna la fine del romanticismo e l’inizio dell’era tecno-finanziaria del calcio, dove algoritmi di monetizzazione e ritorni sull’investimento (ROI) dettano la linea. E voci autorevoli, come The Times, suggeriscono che a capo di FFE potrebbe sedersi lo stesso Infantino, con uno stipendio paragonabile a quello di Roger Goodell, Commissioner della NFL (circa 64 milioni di dollari l’anno).

LE RICADUTE SUL MONDIALE PER CLUB: UNA PROSPETTIVA PER LE BIG E PER IL NAPOLI

Ma come si traduce questa iper-commercializzazione per il calcio dei club? L’infusione di capitali americani accelererà senza dubbio l’espansione e la frequenza del Mondiale per Club. Un torneo concepito per rivaleggiare, se non superare, la Champions League in termini di fatturato e prestigio globale.

In un’ottica puramente partenopea, guardare a questi scenari macroeconomici è vitale. Pensare a un Napoli solidamente guidato dalla saggezza tattica di Massimiliano Allegri, con l’attacco affidato a certezze come Højlund, capace di competere per l’accesso a un futuro, ricchissimo Mondiale per Club gestito dalla nuova FFE, fa capire quanto la posta in gioco sia alta. Partecipare a questi nuovi circuiti chiusi o semi-chiusi garantirà introiti tali da segnare uno spartiacque definitivo tra chi è dentro e chi è fuori. La gestione del brand, i diritti d’immagine e la capacità di penetrare i mercati internazionali diventeranno fondamentali tanto quanto la tattica sul rettangolo verde.

DI CHI È IL CALCIO?

Il deputato americano Jamie Raskin ha definito la mossa come “l’ennesima corruzione oligarchica che infanga il gioco più bello del mondo”, ricordando come i tifosi siano già stati messi ai margini da politiche di prezzo proibitive. Andy Burnham, Primo Ministro del Regno Unito, ha chiosato su X in maniera inequivocabile: “La Coppa del Mondo non è un prodotto. È la più grande competizione dello sport mondiale e non è mai stata di nessuno per poter essere venduta… Il calcio appartiene ai tifosi. Lo è sempre stato, e lo sarà sempre”.

Belle parole, cariche di passione. Ma la realtà finanziaria descritta dall’inchiesta di Matt Slater su The Athletic ci racconta una storia diversa. Il calcio di domani si deciderà sempre meno nei sorteggi di Nyon o Zurigo, e sempre più nei grattacieli di Manhattan. E a noi, analisti e tifosi, non resta che studiarne le mosse, sperando che la palla, rotolando, riesca ancora a emozionarci nonostante il suo nuovo, esorbitante cartellino del prezzo.

Giulio Ceraldi

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