Andrea Pirlo, Giovanni Malagò, Giovane e Rasmus Højlund. Fonte: BBC Sport, figc.it, la pagina ufficiale Facebook della SSC Napoli e cronachedellacampania.it

C’è un filo rosso, o forse dovremmo dire un’ombra scura, che lega le vicende tragicomiche del calcio nazionale alle dinamiche complesse che stanno caratterizzando l’estate del Napoli. È un’estate in cui il pallone italiano sembra essersi dimenticato di rotolare, preferendo impantanarsi nelle stanze dei bottoni, nei conflitti d’interesse e nelle polemiche di ritiro. Mentre la Nazionale sprofonda in una crisi dirigenziale senza precedenti, a livello di club il Napoli di Massimiliano Allegri chiude la prima fase del suo precampionato lasciandosi alle spalle più interrogativi che certezze, sia sul campo che fuori.
Analizziamo a mente fredda i fatti di questi ultimi, frenetici giorni.

CAPITOLO 1: IL GROTTESCO TEATRINO DELLA FIGC E L’URGENZA DI UN COMMISSARIAMENTO

Siamo diventati, senza mezzi termini e a pieno titolo, la barzelletta del calcio mondiale. Quello che si sta consumando ai vertici della Federazione Italiana Giuoco Calcio è un cortocircuito istituzionale che denota una mancanza di programmazione a dir poco imbarazzante.
Il progetto di rinnovamento, che doveva ripartire da figure di assoluto spessore e pedigree internazionale come Paolo Maldini e Leonardo, è imploso prima ancora di nascere. Le loro dimissioni sono il certificato di morte di un tentativo di restaurazione tecnica che si è scontrato con una realtà dei fatti inaccettabile. La scelta di Andrea Pirlo come nuovo Commissario Tecnico è naufragata contro scogli che, in una federazione moderna e strutturata, andavano mappati molto prima di intavolare qualsiasi trattativa.
Da un lato, le “connessioni russe” dell’ex centrocampista hanno sollevato un polverone politico e d’immagine insostenibile nel clima geopolitico attuale. Dall’altro, è emerso un macroscopico e inaccettabile conflitto di interessi: i figli dello stesso Maldini e di Pirlo operano come procuratori sportivi. Come si può pensare di affidare la gestione della Nazionale, con il suo immenso potere di valorizzazione dei calciatori, a figure i cui familiari hanno interessi diretti nel mercato degli atleti? La retromarcia era inevitabile, ma il modo in cui ci si è arrivati è dilettantesco.
In mezzo a questo tsunami, Giovanni Malagò si ritrova letteralmente con un pugno di mosche in mano. Il presidente del CONI assiste inerte al vuoto di potere, mentre nei corridoi federali tornano a circolare, come in un eterno e stantio ritorno al passato, i nomi di Roberto Mancini e Antonio Conte. Profili di altissimo livello, certo, ma che sanno di “usato sicuro”, di minestra riscaldata in fretta e furia per coprire i buchi di una falla sistemica.
È giunto il momento di dire basta. Sarebbe il caso, se non l’urgenza assoluta, che il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, prendesse in mano la situazione con un atto di forza. Mandare a casa Malagò e procedere al commissariamento della FIGC non è più un’ipotesi estremista, ma l’unica strada percorribile per avviare finalmente quel processo di rinnovamento radicale, strutturale e morale che nel calcio italiano non è mai davvero avvenuto. Serve tabula rasa per non continuare a essere lo zimbello d’Europa.

CAPITOLO 2: IL NAPOLI E IL “MAL DI GOL” – L’ALLARME TATTICO DI ALLEGRI

Dalle scrivanie romane ai campi del Trentino, le note liete faticano a farsi sentire. Domenica il Napoli ha disputato la sua seconda amichevole del precampionato, superando la Carrarese per 2-0. Sul tabellino, una vittoria che fa morale e mette minuti nelle gambe. Sul prato verde, invece, si sono materializzati i fantasmi di un problema strutturale che la squadra si trascina in maniera cronica dalla scorsa stagione, e forse anche da quella precedente.
La squadra fa una fatica immane ad andare in gol.
Certo, è calcio d’estate. C’è l’alibi, legittimo e innegabile, delle assenze e di un’infermeria che ha iniziato a riempirsi troppo presto, con Alisson Santos che si è aggiunto alla lista degli infortunati. Le gambe sono pesanti e i carichi di lavoro di mister Allegri si fanno sentire. Ma queste scusanti non possono mascherare una difficoltà palese nella fluidità della manovra offensiva.
Il due a zero siglato ai danni dei modesti toscani è arrivato quasi per inerzia superiore, ma la squadra continua a faticare tremendamente nel creare azioni da rete pulite. La manovra ristagna, c’è un deficit di inventiva sulla trequarti e la transizione offensiva appare spesso lenta e prevedibile. In questo contesto, anche il terminale offensivo principale rischia di soffrire: un attaccante puro come Højlund ha bisogno di rifornimenti continui, di palloni tagliati, di fluidità negli inserimenti dei compagni per non rimanere isolato nella morsa dei difensori centrali avversari.
Allegri è un maestro della gestione e della solidità difensiva, ma il lavoro da fare dalla metà campo in su è ciclopico. Se il Napoli vuole presentarsi ai nastri di partenza della stagione con ambizioni serie, il problema della costruzione offensiva deve essere risolto rapidamente. Non si può vivere di soli strappi individuali o di episodi fortuiti.

CAPITOLO 3: TITOLI DI CODA SU DIMARO? UN CORTOCIRCUITO AMBIENTALE

Mentre la squadra si prepara a scendere in Abruzzo, a Castel Di Sangro, per la seconda fase del ritiro che inizierà domani, è tempo di bilanci per quanto riguarda il soggiorno in Val di Sole. E il bilancio, dal punto di vista ambientale e relazionale, è profondamente negativo.
Aurelio De Laurentiis non ha nascosto il suo disappunto per l’accoglienza ricevuta nella località trentina. Le parole e gli atteggiamenti del presidente lasciano presagire in maniera concreta che il lungo sodalizio tra il Napoli e Dimaro sia arrivato ai titoli di coda. Ma al di là delle frizioni istituzionali con gli enti locali, c’è un dato che deve far riflettere: si è registrato un calo di presenze dei tifosi azzurri stimato addirittura intorno al 30%.
Un crollo verticale che non può essere imputato solo alla crisi economica o alle distanze geografiche. Gran parte della responsabilità va ascritta a un sistema di prenotazione online per l’accesso agli allenamenti che definire cervellotico è un eufemismo. Una piattaforma macchinosa, punitiva per l’utente, che ha scoraggiato centinaia di famiglie e appassionati che volevano semplicemente godersi un’ora di spensieratezza osservando i propri beniamini. È l’ennesimo esempio di una gestione logistica distaccata dalla realtà della passione popolare.
E a proposito di passione popolare, non si può non stigmatizzare l’episodio che ha visto protagonista in negativo il presidente. Rifiutarsi di firmare la maglietta a una ragazzina perché l’indumento era un’imitazione (un “pezzotto”) è un gesto antipatico, fuori luogo e controproducente. La lotta alla contraffazione è sacrosanta a livello commerciale e legale, ma un bambino che porge un pennarello non è l’anello debole da colpire con una lezione di etica aziendale. È solo un tifoso che chiede un ricordo. Atteggiamenti del genere non fanno altro che allargare la frattura emotiva tra la proprietà e la base della tifoseria.

VERSO CASTEL DI SANGRO

Domani si aprono le porte del ritiro di Castel Di Sangro. Per Massimiliano Allegri sarà la fase cruciale per oliare i meccanismi offensivi e trovare soluzioni alla sterilità vista contro la Carrarese, sperando di recuperare pedine fondamentali, a partire proprio da Alisson Santos.
Ma il Napoli che riparte dall’Abruzzo è una squadra e una società che devono necessariamente ritrovare il sorriso. Sul campo, cercando una manovra d’attacco degna di questo nome. Fuori dal campo, ricucendo uno strappo con la piazza che episodi come quello della maglietta negata non fanno che peggiorare. Nel frattempo, guarderemo le macerie della FIGC sperando che qualcuno a Roma, magari il Ministro Abodi, decida finalmente di premere il tasto “Reset”. Il calcio italiano, e noi con lui, non ha più tempo da perdere.

Giulio Ceraldi

P.S. In calce a questa riflessione, non possiamo non aprire una parentesi sulle imminenti e tanto attese celebrazioni per i cento anni di storia del Napoli, previste per il 1° agosto. In perfetta e triste coerenza con la frattura ambientale citata in precedenza, per l’evento clou in Piazza del Plebiscito si è optato per un format a “numero chiuso”.
I dati parlano chiaro: un tetto massimo di ventimila persone, filtrate attraverso l’obbligo di biglietti nominativi da accaparrarsi online. Una scelta che, di fatto, snatura e mortifica la matrice squisitamente popolare che dovrebbe contraddistinguere il compleanno di un club che rappresenta l’identità viscerale di un’intera metropoli. Si organizza il centenario di una squadra del popolo, in barba a una città che in quei colori ci vive e si identifica.
Non è, purtroppo, la prima volta che questa gestione societaria assume contorni così elitari nei confronti della propria base: basti ricordare le celebrazioni per il tanto agognato terzo scudetto, atteso la bellezza di 33 anni, confinate all’interno delle mura dello stadio, lasciando il grosso della piazza a festeggiare all’esterno.
Meno male, però, che l’anima di Napoli non si fa ingabbiare dai tornelli o dai server di prenotazione. La tifoseria organizzata e i napoletani in generale troveranno, come sempre, il modo di celebrare il secolo di storia azzurra. Lo faranno spontaneamente, aggregandosi per le vie della città, tra la gente e per la gente. Perché la passione non si prenota. E, soprattutto, non ha numeri chiusi.

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