
C’era un tempo in cui le partite di fine stagione, con in palio la qualificazione alla Champions League e le ultime speranze Scudetto, offrivano spettacolo, sangue agli occhi e tatticismi esasperati ma vibranti. Lo 0-0 andato in scena al Giuseppe Sinigaglia sabato 2 maggio 2026 è stato, invece, il manifesto di due squadre che, per motivi diversi, hanno deciso di non farsi male. O meglio, di due squadre che hanno mostrato al mondo intero i propri limiti strutturali, nervosi e tattici, mascherandoli dietro la foglia di fico del “pragmatismo”.
Da una parte il Como di Cesc Fàbregas, la vera rivelazione europea, una squadra bellissima fino alla trequarti ma drammaticamente sterile negli ultimi sedici metri. Dall’altra il Napoli di Antonio Conte, una corazzata costruita a suon di milioni (con innesti del calibro di Kevin De Bruyne e Rasmus Højlund) che si è ridotta a fare le barricate sulle sponde del Lario per elemosinare un punto utile solo a blindare i bilanci, consegnando di fatto (e senza combattere) lo Scudetto 2025-2026 nelle mani dell’Inter.
Nessuno sconto, nessuna giustificazione: analizziamo ai raggi X una partita in cui la paura di perdere ha divorato la voglia di vincere.
IL CONTESTO: Il BRACCINO CORTO DI CONTE E L’ANSIA DA PRESTAZIONE DI FÀBREGAS
Per comprendere lo scempio offensivo visto al Sinigaglia, bisogna partire dalla classifica e dalla psicologia. Il Napoli arrivava da una serie di risultati altalenanti: 4 punti raccolti nelle ultime tre partite, un calo atletico strutturale e un gioco che, col passare dei mesi, si è involuto da “macchina da guerra” a “gestione passiva”. L’obiettivo di Conte era chiaro fin dal riscaldamento: non prendere gol. Un atteggiamento quasi provinciale per una squadra che schiera un centrocampo e un attacco dal valore evidente.
Il Como, quinto in classifica a sole tre lunghezze dalla Juventus quarta, aveva l’obbligo morale di provare a vincere per coronare un sogno chiamato Champions League. E in effetti, i lariani la partita l’hanno fatta. Hanno tenuto il pallone, hanno manovrato, hanno schiacciato il Napoli. Ma l’ansia di concretizzare ha annebbiato la mente degli uomini di Fàbregas, evidenziando una cronica mancanza di cattiveria sotto porta. Non è un caso che questa squadra abbia collezionato 17 clean sheet stagionali (record nei top 5 campionati europei): la solidità difensiva è commovente, ma il peso offensivo è da squadra di mezza classifica.
LA SCACCHIERA TATTICA: IL POSSESSO STERILE CONTRO IL MURO DI GOMMA
Dal punto di vista tattico, la partita è stata un lungo, estenuante monologo orizzontale. Fabregas ha schierato i suoi con un palleggio fluido, affidando le chiavi della transizione a Máximo Perrone e la creatività a Martin Baturina e Nico Paz. I due trequartisti hanno danzato tra le linee, eludendo costantemente la prima e scialba pressione portata da Lobotka e compagni.
Ma dove finiva questa ragnatela di passaggi? Nel nulla. Il possesso palla del Como (esteticamente sublime, va ammesso) si è infranto sistematicamente contro la linea bassa del Napoli. Anastasios Douvikas, schierato terminale offensivo, è stato inghiottito nella morsa di Alessandro Buongiorno e Amir Rrahmani, finendo per non toccare quasi mai palloni sporchi in area. Il Como ha costruito fino all’imbocco dell’area di rigore, ma è mancato clamorosamente il guizzo, la sovrapposizione rabbiosa (Álex Valle e Jacobo Ramón si sono limitati al compitino), il tiro da fuori.
Dall’altra parte, il piano gara di Antonio Conte rasentava l’offesa al talento a sua disposizione. Il Napoli si è chiuso in un blocco medio-basso, speculando su ipotetiche ripartenze che non sono mai arrivate. La squadra era lunghissima, sfilacciata. La connessione tra il centrocampo e l’attacco è stata semplicemente inesistente. Quando la palla veniva recuperata, veniva lanciata alla cieca verso un Højlund disperatamente isolato e puntualmente sovrastato da un monumentale Diego Carlos (MVP indiscusso della linea difensiva lariana).
IL FLOP GALATTICO: L’ENIGMA DE BRUYNE E L’INVISIBILITÀ DI HØJLUND
Se c’è un colpevole tecnico nello squallore offensivo del Napoli, questo ha un nome e un cognome di risonanza mondiale: Kevin De Bruyne. Il fuoriclasse belga ha disputato una delle partite peggiori della sua illustre carriera, sembrando più un turista in visita al lago che il faro del centrocampo azzurro. Zero strappi, zero imbucate, una lentezza di pensiero imbarazzante, tanto da costringere Conte a sostituirlo già al 60′ minuto. Un affronto per un giocatore del suo calibro, ma una decisione inevitabile. Da lui ci si aspetta che accenda la luce; a Como non ha nemmeno trovato l’interruttore.
Non è andata meglio a Rasmus Højlund. L’attaccante danese ha chiuso la partita con un impietoso “zero” alla casella dei tiri in porta. Certo, non è stato servito, ma la sua passività nel cercare spazi, nel venire incontro a legare il gioco, nel combattere contro i centrali del Como (Diego Carlos e Smolčić lo hanno letteralmente annullato) è imperdonabile per un centravanti da vertice.
L’unico nel centrocampo del Napoli a provare a dare una scossa è stato Scott McTominay. Lo scozzese, con la solita foga agonistica, ha provato ad attaccare gli spazi, risultando l’unico a calciare verso la porta (3 conclusioni, tutte innocue). Ma se il tuo giocatore più pericoloso è il mediano d’assalto e non i tuoi fantasisti, c’è un problema di sistema enorme.
GLI EPISODI: L’ILLUSIONE E IL MIRACOLO
In una partita così bloccata, a fare la differenza dovevano essere gli episodi. E gli episodi, pur radi, ci sono stati.
Il Como può legittimamente recriminare per un salvataggio sulla linea della retroguardia napoletana, apice di una pressione durata tutta la prima frazione di gioco. Quando il muro azzurro sembrava cedere, ci ha pensato un Vanja Milinković-Savić in serata di grazia a tenere a galla la barca. Il portiere serbo ha effettuato ben quattro parate decisive, salvando letteralmente la faccia ad Antonio Conte e alla sua difesa. È lui il vero motivo per cui il Napoli torna a casa con un punto e con la Champions League in tasca.
Il Napoli, dal canto suo, ha avuto il clamoroso “match point” nel finale, del tutto immeritato per quanto visto nei 90 minuti. Matteo Politano, dopo una delle rarissime ripartenze corali azzurre, ha rubato il tempo alla difesa lariana e ha lasciato partire un sinistro a giro velenoso che si è stampato rovinosamente sul palo. Un legno che rimbomba nella notte lariana e che avrebbe regalato al Napoli una vittoria scippata, punendo un Como bello a metà.
PAGELLE SPIETATE: I TOP E I FLOP
Per non fare sconti a nessuno, analizziamo i rendimenti individuali.
I FLOP:
Kevin De Bruyne (Napoli) – Voto 4.5: Indisponente. Passeggia per il campo senza mai entrare in partita. I compagni lo cercano, lui si nasconde. Sostituzione al 60′ che suona come una bocciatura tecnica totale da parte di Conte.
Rasmus Højlund (Napoli) – Voto 4.5: Un fantasma biondo perso nella nebbia. Zero tiri, zero sponde utili, perso nel taschino di Diego Carlos. Se questo è il centravanti da Scudetto, il Napoli ha un problema.
Anastasios Douvikas (Como) – Voto 5: Fabregas lo preferisce per dare profondità, ma lui sbatte contro Rrahmani e scompare dai radar. Inutile in fase di costruzione, inesistente in area di rigore.
L’Attacco del Napoli in generale – Voto 4: Venire a Como per non tirare in porta per 80 minuti è un insulto alla storia recente del club.
I TOP:
Diego Carlos (Como) – Voto 7.5: Un muro invalicabile. Anticipa, chiude, imposta. Mette la museruola a Højlund con una facilità disarmante. Leader assoluto di una difesa che colleziona il 17esimo clean sheet.
Vanja Milinković-Savić (Napoli) – Voto 7: Se il Napoli esce indenne dal Sinigaglia, tre quarti del merito sono suoi. Quattro parate, alcune stilisticamente non perfette ma di un’efficacia brutale. Ha tenuto in piedi la baracca da solo.
Nico Paz (Como) – Voto 6.5: Accende la luce, salta l’uomo, tenta un paio di conclusioni. Predica nel deserto di un attacco che non segue le sue intuizioni. Talento purissimo, ma ha bisogno di partner più cinici.
Martin Baturina (Como) – Voto 6.5: Dialoga benissimo con Paz e sguscia tra le maglie larghe del centrocampo napoletano. Cala alla distanza, ma la qualità c’è.
A tre giornate dal termine, questo 0-0 emette sentenze inappellabili.
Il Napoli spegne definitivamente l’interruttore della lotta Scudetto. Non che ci credesse ancora veramente, considerando il distacco abissale, ma questo pareggio suona come un “liberi tutti”. Antonio Conte ha raggiunto l’obiettivo minimo sindacale, la qualificazione in Champions, ma lo ha fatto smarrendo la brillantezza lungo il percorso. La gestione dei fuoriclasse a disposizione (De Bruyne su tutti) apre pesanti interrogativi sul progetto tecnico del prossimo anno. Una squadra che gioca per difendere lo 0-0 contro una “matricola” arricchita non è una squadra pronta a vincere in Europa.
Il Como, dal canto suo, mastica amaro. I lariani hanno fatto la partita, confermandosi una realtà tattica meravigliosa orchestrata da Fàbregas. Ma il calcio è uno sport in cui vince chi la butta dentro, non chi fa la miglior ragnatela di passaggi. Restare a -2 dalla Juventus fa malissimo, perché la sensazione è che il Como avesse le carte in regola per abbattere questo Napoli. Le ambizioni di Champions passano dalla capacità di trovare il gol: se non impari a graffiare, sarai sempre un bellissimo animale da esposizione, ma mai un predatore.
Al triplice fischio, il Sinigaglia ha applaudito. Più per abitudine che per convinzione. Perché in fondo, lo 0-0 andato in scena sul Lago di Como è stato il trionfo della paura e della mediocrità offensiva. Nessuno ha vinto, tutti hanno perso qualcosa: il Napoli l’onore di combattere fino all’ultimo per il tricolore, il Como forse l’ultima vera chance di agganciare il treno per il paradiso europeo.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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