
In questi giorni di accesi dibattiti post-Como, c’è un commento, lasciato da un nostro lettore che più di ogni fredda statistica o disquisizione tattica ha centrato il vero cuore del problema. Un’ammissione tanto sincera quanto disarmante: “Senza Conte ho paura a cambiare tecnico“.
È una frase potentissima. È lo specchio dell’inconscio collettivo di un’intera piazza. Perché oggi, a Napoli, il dibattito su Antonio Conte ha smesso da tempo di essere una questione calcistica per trasformarsi in un caso di studio socio-psicologico. Più che discutere di moduli, di Expected Goals o di infortuni muscolari, dovremmo stenderci tutti sul lettino dell’analista e guardare in faccia la nostra malattia: il terrore del vuoto.
Abbiamo smesso di tifare un progetto e abbiamo iniziato ad aggrapparci a un totem, sacrificando la nostra stessa natura sull’altare di una rassicurante, seppur mediocre, sopravvivenza.
IL FETICCIO E LA SINDROME ANDREOTTIANA
La figura di Antonio Conte, a Napoli, si è rapidamente trasformata in qualcosa di diverso da un semplice allenatore. È diventato un feticcio. Uno spauracchio. Il classico “babau” che i genitori agitano per far star buoni i bambini capricciosi. Lo usiamo come scudo per nascondere i nostri atavici complessi di inferiorità: sventoliamo il suo nome in faccia al nemico, convinti che il “Nord” e le strisciate tremino al solo pensiero che il Condottiero sieda sulla nostra panchina.
E così, abbiamo coniato una narrazione tossica, racchiusa in frasi di stampo quasi andreottiano: “Conte logora chi non ce l’ha“. Un’illusione ottica straordinaria. Ci convinciamo che la sua sola presenza stia consumando i fegati degli avversari, quando in realtà, ed è sotto gli occhi di tutti, il suo pragmatismo arido, il suo catenaccio snervante e le sue tensioni stanno logorando noi. Noi che andiamo allo stadio, noi che guardiamo partite in cui non tiriamo in porta per 80 minuti.
Siamo arrivati al paradosso di sopprimere i nostri stessi dubbi, di autocensurare i nostri legittimi mugugni davanti a spettacoli tattici indecorosi, pur di non scalfire l’aura del “Santone”. Abbiamo così tanta paura di ritrovarci nudi e vulnerabili che preferiamo stringerci la catena al collo da soli, purché a tenerla sia un uomo dal curriculum pesante.
LA PAURA DI VOLARE E IL “PLAY SAFE”
Avere a disposizione una rosa con Kevin De Bruyne, Rasmus Højlund, Alisson Santos e Scott McTominay, e decidere scientemente di schiacciarsi nella propria metà campo contro il Como per difendere uno 0-0, non è tattica. È psicologia clinica. È la più classica e tragica “paura di volare”.
È la sindrome di chi possiede le chiavi di una Ferrari fiammante ma decide di tenerla chiusa in garage, o di guidarla a 30 all’ora in prima marcia, terrorizzato dall’idea di sbandare alla prima curva. Il “play safe” esasperato che il Napoli mette in scena ogni settimana è il rifiuto categorico del rischio, e quindi, il rifiuto della grandezza. Perché non esiste impresa epica senza una percentuale di azzardo.
Questo terrore di fallire ci schiaccia al suolo. Preferiamo il punticino squallido e un piazzamento Champions figlio anche dei crolli delle avversarie, piuttosto che avere il coraggio di spiegare le ali. Conte ha fiutato questa fragilità emotiva dell’ambiente, reduce dal disastroso decimo posto pre-scudetto, e se ne è nutrito, offrendoci un patto faustiano: vi tolgo la paura di cadere, ma in cambio vi tolgo la gioia di giocare. E noi, terrorizzati, abbiamo firmato.
L’ABIURA IDENTITARIA E IL MOTTO DEL NEMICO
Ma il risvolto più drammatico di questo processo di massificazione psicologica è un altro. Per accettare questo compromesso, la piazza di Napoli ha dovuto compiere un’abiura identitaria senza precedenti.
Napoli è storicamente la culla del genio, della creatività, dell’imprevedibilità, dell’estetica che si fa sostanza. Siamo la città di Maradona. Siamo il popolo che si è innamorato delle geometrie perfette di Sarri e che ha toccato il tetto d’Italia dominando l’Europa con la bellezza sfrontata del calcio di Spalletti. Il “bel gioco”, da noi, non è mai stato un vezzo borghese: è stato il nostro modo di affermarci sul mondo, la nostra rivoluzione culturale.
E oggi? Oggi, pur di difendere lo 0-0 e il secondo posto, abbiamo barattato questa nostra meravigliosa natura per sposare in pieno la filosofia che per decenni abbiamo disprezzato e combattuto. Abbiamo fatto nostro il motto sabaudo e juventino per eccellenza: “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. E se non si vince, “muovere la classifica” diventa il nuovo verbo.
Siamo diventati cinici, grigi, ragionieri del pallone. Abbiamo interiorizzato la cultura del nostro peggior nemico pur di placare l’ansia da prestazione.
Il pareggio di Como è il manifesto di una squadra e di una tifoseria in gabbia. Una gabbia d’oro, placcata dai milioni degli ingaggi e da una rassicurante posizione in classifica, ma pur sempre una gabbia.
Emanciparsi da Antonio Conte, oggi, non significa solo fare una scelta tecnica. Significa compiere un atto di emancipazione psicologica. Significa smettere di credere che senza di lui ci sia solo l’abisso. Significa ricordare a noi stessi che il Napoli esisteva, vinceva ed emozionava ben prima che lui si sedesse sulla nostra panchina.
Alle porte della stagione del Centenario, la domanda che la società, la dirigenza e ogni singolo tifoso deve farsi è una sola: vogliamo continuare a vivere con la paura addosso, ostaggi di un “babau” che ci impone di non volare per non farci male, o vogliamo riprenderci la nostra anima?
Perché il “play safe” può garantirti la sopravvivenza, ma la Storia, quella vera, si scrive solo avendo il coraggio di essere se stessi.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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