
Stamattina gli Stati Uniti hanno inaugurato il loro Mondiale battendo il Paraguay per 4-1, in una partita che ha visto i padroni di casa dominare sul prato verde. Ma per chi mastica di calcio non solo in termini di tattica, ma anche di infrastrutture e visione sistemica, il vero protagonista della serata californiana non era in campo. Era la struttura che lo circondava: il SoFi Stadium di Inglewood.
A tal proposito, Henry Bushnell ha firmato un pezzo illuminante su The Athletic intitolato “Why SoFi Stadium… will wow the World Cup and shock soccer purists”, in cui analizza le scelte architettoniche e filosofiche del palazzo da 5 miliardi di dollari di proprietà di Stan Kroenke (proprietario anche dell’Arsenal, fresco Campione d’Inghilterra ndr). L’articolo di Bushnell fotografa in modo spietato e preciso una dicotomia che sta per travolgere il calcio europeo: lo scontro tra il calcio come “religione” e il calcio come mero accessorio dell’industria dell’intrattenimento.
E mentre a Napoli continuiamo a interrogarci su quale debba essere il destino del Maradona, la lettura del reportage di Bushnell ci obbliga a fare una scelta di campo definitiva. Perché la retorica dominante ci sta spingendo verso un modello che rischia di uccidere l’anima del nostro sport.
L’ILLUSIONE AMERICANA: QUANDO LO STADIO COMPETECON LA PARTITA
Quando Lance Evans e il team di architetti della HKS si sono seduti a progettare il SoFi Stadium, si sono posti una domanda che, riportata da Bushnell su The Athletic, suona quasi come un’eresia: “Possiamo suscitare meraviglia proprio come sa fare Messi?”.
Volevano un edificio con “personalità”, che fosse “un partecipante paritario all’intrattenimento”. In sintesi, hanno deliberatamente progettato l’esatto opposto delle cattedrali secolari del calcio europeo. Il SoFi Stadium vanta uno schermo “Infinity Screen” a doppia faccia in 4K, pesante oltre mille tonnellate e grande 6.500 metri quadrati, che incombe sul campo. Ha 260 altoparlanti integrati. Ha pannelli LED sul tetto che trasformano la copertura in un televisore visibile dagli aerei in fase di atterraggio.
Leggendo il pezzo di The Athletic, emerge una visione inquietante: l’architettura americana parte dal presupposto che lo spettatore vada distratto. Evans ammette candidamente che i fan potrebbero andare allo stadio non per guardare la partita, ma per passare il tempo con gli amici o perché trascinati dal partner. L’obiettivo è offrire un’esperienza gratificante a “chi non ha mai intenzione di alzarsi dal proprio posto, o a chi non ha mai intenzione di andarci, al proprio posto”.
È la sublimazione del “cliente” a discapito del “tifoso”. In Sudamerica o in Europa, come fa notare giustamente Bushnell paragonando il SoFi al Defensores del Chaco del Paraguay o ad Anfield, lo stadio è nudo e crudo perché la partita è tutto. È una fortezza perché non hai nient’altro da guardare se non il prato. Nel modello californiano, invece, la partita è solo un rumore di fondo mentre sorseggi champagne nel multi-acre plaza adiacente.
LA REALTÀ DEL NAPOLI: INFRASTRUTTURE, CLA E SOSTENIBILITÀ
Perché questa disamina americana ci riguarda così da vicino? Perché ogni qualvolta si parla di rifare lo stadio a Napoli, si evocano modelli megalomani, centri commerciali, cittadelle dello sport e dell’intrattenimento, strizzando l’occhio proprio a questa filosofia d’oltreoceano. Ma noi non siamo i Los Angeles Rams. Noi siamo il Napoli, e le nostre esigenze finanziarie e culturali viaggiano su binari completamente diversi.
Sul nostro blog abbiamo analizzato innumerevoli volte l’impatto del Costo del Lavoro Allargato (CLA) sulle dinamiche della nostra rosa. Senza uno stadio di proprietà che generi ricavi strutturali incisivi e costanti, derivanti dal matchday, dall’hospitality e non dalla vendita di hot-dog a chi passeggia senza guardare il campo, il nostro modello di business rimane schiavo del player trading.
Lo abbiamo visto e vissuto sulla nostra pelle: per far quadrare i conti e finanziare il mercato abbiamo dovuto fare cessioni dolorose ma necessarie all’interno di un sistema in cui i diritti TV e il botteghino attuale non coprono un CLA da top club europeo.
Oggi, con l’era di Antonio Conte definitivamente conclusa, stiamo aprendo un nuovo ciclo. Ma nessun ciclo tecnico potrà mai essere duraturo se non viene poggiato sulle fondamenta di cemento armato di un nuovo stadio.
LA TERZA VIA: I MODELLI EVERTON E SAN MAMÉS
Il pezzo di Bushnell ci pone davanti a una falsa scelta: o rimaniamo nelle nostre vecchie strutture fatiscenti, oppure dobbiamo piegarci al modello hollywoodiano del SoFi Stadium.
Non è così. Esiste una terza via, ed è quella che a Napoli dovremmo pretendere a gran voce dalle istituzioni e dalla dirigenza. È la via tracciata dall’Athletic Club con il nuovo San Mamés a Bilbao, o la spettacolare opera appena completata dall’Everton al Bramley-Moore Dock.
Cosa insegnano questi due modelli?
Verticalità e Acustica: Il San Mamés e il nuovo stadio dell’Everton sono disegnati per schiacciare il pubblico sul campo. Le tribune sono ripide, quasi asfissianti per gli avversari. L’acustica è studiata non per pompare musica artificiale da 260 speaker, ma per intrappolare e amplificare il boato umano della curva.
Hospitality Intelligente: Entrambi gli stadi generano milioni in Corporate Hospitality, garantendo al club i fondi necessari per abbattere il peso percentuale del CLA. Ma lo fanno senza trasformare le gradinate in una sala d’attesa. Le aree VIP sono integrate, non preponderanti.
Centralità del Gioco: In questi impianti non c’è un “Infinity Screen” da 80 milioni di pixel a distrarti. Non ci sono cascate artificiali. L’architettura serve il calcio, non vi entra in competizione.
Se vogliamo difendere un giornalismo etico e trasparente, dobbiamo smascherare questa tossicità di fondo che vorrebbe trasformare il calcio in uno show asettico, infarcito di spezzatini televisivi e logiche di consumo passive.
La modernità non deve coincidere con la perdita d’identità. Il SoFi Stadium sarà anche il palcoscenico perfetto per le finali del Super Bowl e per i turisti del Mondiale 2026, ma il calcio europeo, e soprattutto quello viscerale di Napoli, ha bisogno di altro.
Abbiamo bisogno di una fortezza moderna che aumenti i ricavi, che ci permetta di trattenere i prossimi Kvara o Osimhen e di gestire il CLA con serenità, ma che al fischio d’inizio chiuda il mondo esterno fuori dai cancelli. Uno stadio che non cerchi di “suscitare meraviglia”, perché a quella, da noi, devono pensarci solo gli undici ragazzi con l’azzurro sul petto.
Giulio Ceraldi
Lascia un commento