
Fonte: pagina ufficiale Facebook dei Gunners
Il caldo asfissiante di questo inizio settembre avvolge Napoli in una morsa umida, un’afa che toglie il respiro ma che si sposa alla perfezione con la tensione elettrica delle grandi notti europee. La Champions League è finalmente tornata, con il suo format a 36 squadre e quel fascino elitario che riesce sempre a fermare il tempo. Proprio in queste ore mi sono preso il tempo di metabolizzare l’ultimo, monumentale editoriale pubblicato su The Athletic a firma di Nick Miller, Conor O’Neill e Thom Harris.
Un ranking completo, dall’ultima alla prima classificata, che fotografa senza filtri i valori di forza del calcio continentale. In vetta, incontrastato, siede il Paris Saint-Germain di Luis Enrique, reduce da due trionfi consecutivi e trascinato, con un pizzico di inevitabile malinconia per noi, dal nostro ex Khvicha Kvaratskhelia. Ma è scendendo un solo gradino, alla posizione numero 2, che la lettura si fa elettrica e strettamente legata al nostro destino immediato: l’Arsenal di Mikel Arteta. Il Napoli, valutato al dodicesimo posto, viene descritto dai colleghi inglesi come una variabile impazzita, una squadra alla ricerca della propria dimensione europea sotto la nuova guida tecnica.
Come analizzavamo all’indomani del sorteggio, siamo stati messi subito di fronte a una montagna. Mercoledì sera, il prato infuocato del Maradona accoglierà i vice-campioni d’Europa, un gruppo che ha perso l’ultima finale continentale solo ai rigori e che sbarca a Fuorigrotta con il dente avvelenato e la consapevolezza di chi sa di essere padrone del proprio destino.
Per capire cosa ci aspetta, basta riavvolgere il nastro a domenica pomeriggio. L’Emirates Stadium ha fatto da cornice all’attesissimo derby londinese contro il Chelsea di Xabi Alonso. È stato un autentico crash test per i campioni d’Inghilterra in carica. I Blues sono passati in vantaggio dopo appena due minuti con un inserimento fulmineo di Morgan Rogers. In Inghilterra, subire gol a freddo in un derby spesso equivale a un crollo nervoso. L’Arsenal, invece, non ha fatto una piega.
Nei miei recenti articoli ho riflettuto molto sull’impatto della robotica nello sport e sulle differenze filosofiche tra l’emozione atletica umana e la performance sintetica; guardando giocare l’Arsenal, a tratti sembra davvero di assistere all’esecuzione di un codice scritto da un’intelligenza artificiale per la precisione millimetrica dei movimenti. I Gunners hanno semplicemente assorbito l’urto, abbassato il battito cardiaco della partita e ricominciato a tessere la loro tela, pareggiando al 25′ con Kai Havertz e ribaltando definitivamente il risultato al 50′ con il solito, chirurgico Martin Ødegaard.
L’aspetto tecnico e tattico dei londinesi fa spavento per ampiezza e sincronizzazione. Arteta schiera un 4-2-3-1 che è puro trasformismo. In fase di costruzione, David Raya si alza quasi a ridosso dei centrali, fungendo da libero moderno e permettendo a Declan Rice di galleggiare per dettare i ritmi. Contro il Chelsea, ad affiancare l’ex West Ham in mediana c’era il giovanissimo Myles Lewis-Skelly, a dimostrazione di come il vivaio londinese sia ormai un serbatoio perfettamente integrato nei meccanismi della prima squadra.
La linea difensiva è un muro d’acciaio. A Ben White, Gabriel e al sempre più maturo Riccardo Calafiori, quest’estate si è aggiunto Ezri Konsa dall’Aston Villa, aumentando ulteriormente il coefficiente di fisicità e attenzione in marcatura preventiva. Ma è dalla trequarti in su che il ritmo diventa insostenibile. Bukayo Saka a destra è un apriscatole costante, Ødegaard cuce il gioco tra le linee con una visione periferica irreale e a sinistra l’impatto di Christos Tzolis, prelevato per 34 milioni di sterline dal Club Brugge, è stato devastante. L’esterno greco si è calato subito nei ritmi forsennati della Premier, portando strappi e imprevedibilità.
E poi c’è la gestione della panchina, il vero lusso di Arteta. Quando le energie fisiologicamente calano, il manager spagnolo può permettersi di pescare dal mazzo carte pesantissime. Domenica, a un quarto d’ora dalla fine, per addormentare la gara e mantenere la pressione alta, sono entrati contemporaneamente Mikel Merino, Martín Zubimendi e Viktor Gyökeres. È il tipo di rotazione che logora gli avversari, una profondità di rosa concepita per soffocare chiunque osi sfidarli sul piano dell’intensità.
Come può, dunque, il nostro Napoli arginare questa corazzata?
Il dodicesimo posto assegnatoci da The Athletic riflette lo scetticismo fisiologico che accompagna i cicli di transizione. Ora il timone è saldo nelle mani di Massimiliano Allegri, chiamato a fare ciò che gli riesce meglio: infondere pragmatismo e solidità a un ambiente che vive di pura emotività.
Il passaggio tattico dal furore verticale di Conte all’equilibrio posizionale di Allegri è un salto quantico. È un po’ come valutare di passare dalla solida sicurezza di una vettura diesel a una moderna trazione elettrica: richiede un cambio di paradigma, un adattamento dell’infrastruttura mentale prima ancora che fisica. Allegri sa perfettamente che sfidare l’Arsenal sul piano del possesso palla e del pressing iper-offensivo sarebbe un suicidio calcistico.
La chiave mercoledì sera sarà la densità e il cinismo. Dovremo accettare di lasciare il pallino del gioco ai Gunners, compattando le linee per togliere ossigeno a Ødegaard e raddoppiando sistematicamente su Saka e Tzolis. In fase di transizione, la fisicità del nostro reparto offensivo dovrà essere l’arma per scardinare le certezze di Konsa e Gabriel. Rasmus Højlund è un treno merci capace di far salire la squadra nei momenti di massima pressione. Insieme a lui, Lorenzo Lucca ci consegna una torre fondamentale per i duelli aerei, un’opzione preziosissima per bypassare la prima linea di pressione inglese con lanci diretti e sponde intelligenti.
La Champions League non perdona le disattenzioni, proprio come i punti critici di non ritorno nel dibattito sul cambiamento climatico di cui discutevo poche settimane fa sul blog. Nel calcio di altissimo livello, esiste un momento esatto, uno spartiacque millimetrico, in cui l’inerzia di una partita scivola via o viene afferrata con forza. L’Arsenal proverà a imporci il suo ritmo fin dal riscaldamento. Noi dovremo rispondere con la testa, con la tattica, spezzando le loro linee di passaggio e ferendoli appena abbasseranno la guardia, sfruttando anche il clima rovente della nostra città per togliere loro lucidità col passare dei minuti.
Il Maradona dovrà essere un catino ribollente. Servirà tutta la nostra voce per spingere gli azzurri oltre l’ostacolo londinese e dimostrare a The Athletic che le classifiche di inizio settembre sono fatte apposta per essere smentite. Noi saremo lì. Col cuore.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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