
Una figura pietosa dopo l’altra. Se si volesse riassumere l’ultimo decennio del calcio istituzionale italiano in una singola frase, questa sarebbe probabilmente la più accurata. L’imminente nomina del nuovo Commissario Tecnico della Nazionale non è l’inizio di un tanto sbandierato Rinascimento azzurro, ma l’ennesimo capitolo di una farsa in cui i veri problemi vengono accuratamente nascosti sotto il tappeto di un finto moralismo istituzionale.
Il circo mediatico di queste ore si è concentrato su un unico, grande, comodo bersaglio: la geopolitica. Ma per comprendere la reale profondità del baratro in cui versa il nostro movimento, occorre distogliere lo sguardo dal dito e guardare finalmente la luna. Una luna pallida, che illumina un sistema sportivo semplicemente irrecuperabile.
IL COMODO PARAVENTO MORALE: IL “CASO FONBET”
La narrazione dominante di queste ore ruota attorno allo scandalo dello sponsor. Il futuro CT è, dall’ottobre del 2025, global brand ambassador di Fonbet, un colosso del betting russo. Apriti cielo. I vertici supremi dello sport italiano si stracciano le vesti, autorevoli esponenti del Parlamento (nazionale ed europeo) rilasciano dichiarazioni indignate, invocando la purezza della maglia azzurra.
L’indignazione, sia chiaro, ha radici reali. Fonbet non è una semplice agenzia di scommesse di quartiere. Nata nel 1994 a Mosca, con il contributo, ironia della sorte, del maestro di scacchi Anatoly Machulsky, l’azienda è oggi un leviatano finanziario che nel 2025 ha registrato ricavi per oltre 8 miliardi di euro (circa 712,4 miliardi di rubli). È il title sponsor della Coppa di Russia e della Kontinental Hockey League. Più di ogni altra cosa, è un operatore la cui complessa struttura societaria si intreccia con figure di spicco dell’imprenditoria russa, tra cui Sergey Lomakin, miliardario e proprietario proprio di quello United FC di Dubai dove il nostro futuro CT si è seduto in panchina.
Le immagini dello scorso maggio, con il tecnico a firmare autografi allo stadio Luzhniki di Mosca per un evento promozionale mentre il conflitto in Ucraina continuava a mietere vittime, sono state servite su un piatto d’argento ai moralisti dell’ultima ora. È scattato il veto incrociato. La politica ha bussato alle porte della Federazione, e i grandi gattopardi dei comitati olimpici hanno iniziato a sudare freddo, terrorizzati dall’idea di perdere consensi nei salotti buoni di Roma.
La vera farsa, in questa levata di scudi istituzionale, è il tempismo. Il contratto di sponsorizzazione non era un segreto di Stato custodito in qualche cassaforte moscovita: era noto, ufficiale e documentato da mesi, con tanto di eventi pubblici, foto e sorrisi a favore di telecamera. Ma finché il palcoscenico era quello dorato di Dubai, la bussola morale dei nostri benpensanti era stranamente disattivata. L’indignazione a orologeria è scattata solo quando la poltrona in gioco è diventata quella azzurra e si è profilato il rischio di un danno d’immagine per i salotti romani. Non è etica sportiva: è puro calcolo di convenienza.
Ma è qui che risiede l’ipocrisia più disarmante del nostro Paese. Ci si accapiglia sulle relazioni commerciali internazionali, ci si finge statisti consumati, pur di non affrontare il vero, mastodontico fallimento sportivo.
IL VUOTO TECNICO E IL SOGNO DI CARTAPESTA
Il problema reale, quello che dovrebbe far tremare i polsi a chi ha a cuore le sorti del calcio giocato, non è il contratto con i russi. Il problema è che stiamo per affidare il progetto di ricostruzione del calcio italiano a un allenatore che, conti alla mano, non ha ancora dimostrato nulla di tangibile nella sua carriera in panchina.
La sua scelta non è il frutto di una profonda visione programmatica, di un’analisi spietata dei dati, o della volontà di impiantare una filosofia tattica rivoluzionaria in stile europeo. La sua nomina è figlia della disperazione e delle casse vuote. Per settimane i palazzi del calcio hanno fatto filtrare alla stampa sogni di gloria: si sussurrava l’arrivo dell’irraggiungibile maestro catalano, l’uomo che ha ridisegnato il calcio a Barcellona, Monaco e Manchester. Si è nutrita la piazza con l’illusione di un top manager mondiale.
Poi, puntuale, è arrivata la sfilza sconfortante di “no”. Di fronte a un sistema privo di appeal, senza stadi, senza strutture e senza una vera progettualità sui settori giovanili, i grandi nomi hanno declinato. E così, l’establishment si è ripiegato sulla soluzione più comoda, economica e “di famiglia”. Un contratto al ribasso rispetto ai sogni di mezza estate, una figura dal passato glorioso in campo ma dal presente tecnico incerto, buona per placare le piazze con la nostalgia del 2006.
Si maschera un ripiego low-cost come una “scelta identitaria”. È il trionfo della mediocrità spacciata per strategia.
AFFARI DI FAMIGLIA E CONFLITTI SILENTI
Se l’establishment è così attento all’etica e alla purezza della maglia azzurra quando si tratta di sponsor esteri, risulta invece colpevolmente miope di fronte alle dinamiche interne del nostro calcio.
Mentre ci si interroga sulle quote societarie di misteriose holding moscovite, si accetta come assoluta normalità un ecosistema in cui il conflitto di interessi è la regola aurea. Viviamo in un calcio dove i figli degli ex grandi campioni, sia di chi oggi viene chiamato ad allenare, sia di chi siede nelle stanze dei bottoni a sceglierlo, si muovono nei corridoi del calciomercato reinventandosi “baby procuratori” o intermediari.
In qualsiasi lega professionistica anglosassone, l’intreccio tra chi seleziona i giocatori per la Nazionale e chi, all’interno della stessa cerchia familiare o di amicizie strette, gestisce le procure degli atleti, farebbe scattare indagini federali e inchieste giornalistiche di prima pagina. Da noi, è semplicemente “il mondo del calcio”. Ci si indigna per i rubli, ma si chiudono entrambi gli occhi su una casta autoreferenziale che continua a passarsi incarichi, panchine e poltrone, in un perpetuo valzer in cui i cognomi contano infinitamente più dei meriti e delle competenze.
IL TRIONFO DEL GATTOPARDO
L’attuale dirigenza sportiva non è mossa dal desiderio di innovare, ma dal terrore di dispiacere ai palazzi della politica. Il veto posto su questa nomina non nasce da un’analisi tecnica (nessuno si è chiesto pubblicamente se il modulo o la gestione dello spogliatoio siano adeguati per rifondare un movimento a pezzi), ma dal cruccio di apparire politicamente scorretti.
Tutto deve cambiare (il nome sulla panchina) affinché tutto resti esattamente com’è (il potere di chi muove i fili alle spalle). È il gattopardismo applicato al pallone. Si preferisce sacrificare o ritardare una nomina tecnica non per tutelare un progetto sportivo, ma per proteggere le pubbliche relazioni di dirigenti in giacca e cravatta che, di fronte alla peggiore crisi di talenti della nostra storia, pensano solo a salvare la propria poltrona dalle ire dei segretari di partito.
Un sistema irrecuperabile?
Alla fine della fiera, lo spettacolo offerto in questi giorni certifica la fine di un’era e l’assenza di un futuro. Abbiamo un sistema che si rifiuta di guardarsi allo specchio. Che non ammette di essere fallito nella formazione dei giovani, nella gestione degli stadi, nella sostenibilità economica dei club.
Invece di azzerare i vertici federali, di commissariare e rifondare un’infrastruttura obsoleta prendendo esempio dalle leghe nordeuropee, continuiamo a litigare sui contratti pubblicitari di un commissario tecnico scelto per disperazione. Se l’unica vera preoccupazione di un movimento calcistico in macerie è quella di non urtare la sensibilità politica di qualche salotto televisivo romano, allora la diagnosi è una sola, drammatica e inappellabile.
Non è forse il caso di chiudere, una volta per tutte, le porte di questo calcio italiano e buttare la chiave? Di fronte a un Paese calcisticamente irrecuperabile, l’accanimento terapeutico rischia di essere solo un insulto a chi questo sport lo ama ancora davvero.
Giulio Ceraldi
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