Emanuele Rao. Fonte: reutersconnect.com

Quando ho pubblicato l’ultimo articolo sul paradosso di Emanuele Rao e sulla rivoluzione globale dello scouting targato Eyeball, sapevo di toccare un nervo scoperto. Quello che non potevo prevedere era l’ondata di reazioni, lucide, arrabbiate e profondamente analitiche, che avrebbero inondato la sezione commenti del blog e i nostri canali social.
La vicenda di Rao, spedito in prestito in nome di un conservatorismo che sa di stantio, non è più solo una questione di calciomercato. È diventata lo specchio in cui l’intera tifoseria partenopea (e, per estensione, il calcio italiano) osserva i propri limiti, le proprie contraddizioni e le proprie paure. Leggendo i vostri spunti, e integrandoli con le dinamiche societarie e tattiche che viviamo in quest’annata cruciale, emerge un quadro clinico spietato. Un quadro che abbiamo già iniziato a sviscerare nella diretta di ieri sera, ma che merita di essere messo nero su bianco, pezzo per pezzo.

IL DINOSAURO E L’ILLUSIONE DEL CALCIO 4.0

“Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiar se stesso.”
Partiamo dalla citazione di Lev Tolstoj che l’amico Gianluca ha brillantemente portato all’attenzione. È l’epitaffio perfetto per il sistema calcio italiano e per le recenti dinamiche della nostra società. Aurelio De Laurentiis ama dipingersi come un pioniere, un visionario pronto a scardinare i vecchi dogmi del pallone. Ma la realtà, spogliata dal marketing e dalle luci stroboscopiche, ci restituisce l’immagine di un dinosauro infrastrutturale.
Ci stiamo addentrando nella stagione del Centenario. Le aspettative sono alle stelle, il brand si lucida a festa, le maglie celebrative andranno a ruba. Ma sotto questa patina scintillante, l’infrastruttura sportiva langue. Non basteranno i mega-eventi per proiettare il Napoli nel Calcio 4.0 se continuiamo a ignorare le fondamenta: il settore giovanile e, soprattutto, una squadra Under-23 in Serie C. Predichiamo il rinnovamento, ma nei fatti, con decenni di carenze strutturali alle spalle, continuiamo a delegare la crescita dei nostri ragazzi a terzi, rifiutando di investire sull’unica vera rete di protezione che il calcio moderno richiede.

IL TRITACARNE AMBIENTALE E LA SINDROME DELL’ALIBI

C’è però una faccia della medaglia che non possiamo ignorare, e che Massimo ha descritto con doloroso realismo. La piazza di Napoli è un ambiente magnifico ma tossico, un tritacarne umorale capace di esaltarti in un pomeriggio e distruggerti la mattina seguente.
Ce lo ricordiamo tutti il pregiudizio su Kim (“tre pacchetti 10 euro”) o le sentenze anticipate su Kvaratskhelia. E l’abbiamo rivisto proprio in questi giorni: è bastata una banalissima, inutile amichevole estiva contro l’Arezzo per far scattare l’isterismo collettivo e i processi alla stagione. In un ambiente simile, dominato dall’impazienza e alimentato da pseudo-opinionisti pronti a speculare sul primo passaggio sbagliato, lanciare un ragazzo come Rao significa esporlo al plotone d’esecuzione.
Tuttavia, questa tossicità ambientale non può e non deve diventare l’alibi della dirigenza. Se sappiamo che il Maradona non perdona, è proprio dovere della società creare quel famoso “cuscinetto” infrastrutturale. L’Under-23 servirebbe a questo: far crescere i ragazzi in casa, con le nostre metodologie, tenendoli al riparo dall’ansia da prestazione che divora la prima squadra. Scegliere la via del prestito non è una tutela per il giocatore, è una scorciatoia per la dirigenza.

IL DOGMA DEL “NON È PRONTO” E L’ESILIO NEL FANGO

Questo ci porta al più grande dogma del nostro calcio, riassunto perfettamente nel commento di Antonio: “Rao non è pronto ad altissimi livelli”, a cui fa eco Rosario ricordando le 15 misere presenze in un Bari retrocesso.
È la frase-manifesto del nostro fallimento. Ma come si diventa “pronti”? Pretendiamo che un diciannovenne acquisisca il ritmo, la visione e la malizia della Champions League mandandolo a lottare nel fango della Serie B, in squadre disperate che giocano un calcio speculativo, dove l’unico schema è spazzare la palla in tribuna per salvare la panchina dell’allenatore?
Come fa notare giustamente Luciano, fa rabbia vedere la Juventus lanciare Kenan Yildiz o il Como puntare su Nico Paz, mentre noi spediamo i vari Rao & Co in esilio a fare a sportellate in provincia. Vergara lo abbiamo visto esordire l’anno scorso solo perché eravamo in totale, drammatica emergenza numerica, non certo per programmazione. E per Prisco vale lo stesso discorso. Se un talento non lo affianchi mai a giocatori di spessore, se non gli fai respirare l’aria di Castel Volturno, non sarà mai pronto. Lo deprimi, gli fai perdere anni preziosi e poi, paradossalmente, usi il fallimento di quel prestito inutile per giustificare la sua cessione definitiva.

L’AZIENDALISMO DI ALLEGRI E LE ILLUSIONI DEL MERCATO

E qui entra in gioco il fattore tecnico. Manna in conferenza stampa è caduto in una contraddizione palese, elogiando le qualità di Rao ma chiudendogli di fatto le porte. Il motivo, però, va ricercato in chi siede in panchina.
Massimiliano Allegri, come sottolineato anche da Eddy, non è uno che odia i giovani a prescindere: se uno è bravo lo fa giocare (l’esempio di Bartesaghi preferito a Estupiñán al Milan è emblematico). Ma c’è una differenza sostanziale rispetto al recente passato. Antonio Conte aveva preteso e ottenuto carta bianca totale, imponendo la sua visione. Allegri, per sua stessa e fiera ammissione, è un “aziendalista”.
In questa annata del Centenario, il diktat societario è chiaro: minimizzare i rischi, massimizzare il risultato immediato, nessuna scommessa. E il tecnico livornese, da perfetto esecutore, si allinea. Assorbe la pressione e sceglie l’usato sicuro. Tutto il peso dell’attacco grava sulle spalle di Rasmus Højlund, titolare inamovibile in assenza di un Romelu Lukaku ormai fuori dai radar dal precampionato. Con Lorenzo Lucca pure infortunatosi di recente, siamo aggrappati ai guizzi e all’imprevedibilità di Alisson Santos, l’unico vero elemento di rottura in una gestione iper-conservativa.
Poi c’è il mito delle liste e degli “ingorghi”. Luigi e Renato parlano di scelte obbligate, di esterni in sovrannumero e di liste bloccate. Ma è una narrazione distorta. Le liste UEFA e FIGC sono strutturate esattamente per premiare l’inserimento dei giovani del vivaio. Il problema dell’ingorgo ce lo creiamo da soli, intasando la rosa di mestieranti, sondando il mercato per fantasmi che non sono ancora arrivati e chissà se arriveranno (ogni riferimento alle voci su Zeballos non è puramente casuale), o aspettando di valutare le condizioni fisiche di un Lang eternamente in bilico.
La verità è che lo spazio per un talento locale ci sarebbe. Se si preferisce rincorrere l’ennesimo nome esotico sul mercato, non è un obbligo di lista, ma una precisa e pavida scelta politica.

IL REQUIEM FINALE

In chiusura, non posso che prendere in prestito l’immagine evocata da Fabio: “Requiem for a Dream”. È questa la vera colonna sonora del Napoli di oggi e del calcio italiano in generale.
Stiamo celebrando il funerale del sogno romantico di vedere i nostri ragazzi del vivaio imporsi in maglia azzurra, schiacciati come sono da algoritmi che non sappiamo usare, infrastrutture che non vogliamo costruire e paure che non sappiamo dominare.
Ha ragione da vendere Carmine quando commenta laconicamente: “E poi vogliamo andare ai mondiali”. Ci disperiamo per i disastri della Nazionale, ma nei nostri club applichiamo un ostruzionismo scientifico verso il talento. Finché riterremo i diciannovenni dei bambini da svezzare in Serie C e affideremo i nostri progetti ad aziendalismi mirati solo alla sopravvivenza a breve termine, non solo i Mondiali continueremo a guardarli in televisione, ma assisteremo inerti al resto del mondo che ci scavalca, un Eyeball alla volta.
La speranza è che l’anno del Centenario non si limiti a essere una parata di vecchie glorie e nuove divise, ma diventi l’anno zero per una rivoluzione che, a Napoli, non è mai davvero iniziata.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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