
Un “melodramma”. Non esiste parola più adatta per descrivere l’attuale situazione a Napoli. La sconfitta per 2-0 sul campo del Bologna non è stata solo la quinta battuta d’arresto stagionale, né ha fatto notizia solo per il sorpasso in classifica. È stata il detonatore di una crisi covata per settimane, esplosa nel momento esatto in cui Antonio Conte si è seduto davanti ai microfoni.
Le sue parole non sono state un’analisi, ma un atto d’accusa. Prima la diagnosi gelida: “Non c’è alchimia”. Poi l’affondo, la frase che ha squarciato il velo di un paradiso apparente: “Non voglio accompagnare il morto”.
Per una città che vive di eccessi e passioni, questa non è una semplice dichiarazione. È un’abiura. È l’atto di un allenatore che, a sei mesi dal trionfo del quarto scudetto, definisce clinicamente morta una squadra seconda in classifica. Conte ha proseguito, accusando i giocatori di individualismo – un peccato capitale nella sua teologia calcistica: “Ognuno sta pensando al proprio orticello”, lamentando l’assenza di “cuore”. Persino la sua apparente autocritica, “Significa… non sto facendo un buon lavoro… oppure qualcuno non vuole sentire” , è suonata alle orecchie dei più come un’accusa retorica: il messaggio è giusto, sono i destinatari a essere sordi.
Lo sfogo, secondo molti, è una strategia precisa: spostare la pressione dalla sua tattica, resa sterile da settimane (il Napoli non segnava su azione da quattro gare), al carattere di un gruppo che non lo segue più.
La risposta è arrivata, diplomatica ma pesante, dal ritiro della nazionale. Il capitano, Giovanni Di Lorenzo, ha vestito i panni del pompiere. Non ha difeso l’indifendibile né attaccato l’allenatore; ha semplicemente usato un pronome diverso. Laddove Conte ha usato “io”, Di Lorenzo ha risposto con “noi”. Ha ammesso: “Ci manca lo spirito dello scudetto”, ma ha subito precisato la reazione interna: “Nello spogliatoio ci siamo detti di dover fare di più tutti quanti”. Un’elegante ma netta presa di distanza dalla solitudine verbale del suo allenatore.
La trappola del presidente
Se lo spogliatoio ha risposto con diplomazia, la società ha agito con astuzia. Di fronte all’incendio, Aurelio De Laurentiis ha sorpreso tutti. Abbandonata la gestione vulcanica che portò all’”annus horribilis” di Garcia , il presidente è diventato comunicativamente furbo.
Nessun silenzio deletereo. Nessuna intemerata verbale. Un singolo post su X ha spento l’incendio, blindando l’allenatore: “massima fiducia e sostegno”, “sintonia speciale”, “orgoglioso di avere a fianco un uomo vero”.
Un sostegno totale, quasi sospetto. E infatti, è una trappola. La crisi-Garcia, un anno fa, era imputabile alla società: dalla scelta dell’allenatore a un mercato completamente sbagliato. Questa volta, De Laurentiis ha scientificamente eliminato ogni alibi. Il patron ha sottoscritto ogni desiderata del suo tecnico. Lo ha trattenuto, gli ha concesso il mercato che voleva e ha persino rifatto persino i campi di Castel Volturno, ritenuti da Conte causa degli infortuni dell’anno precedente.
Un mercato faraonico: Tutti gli uomini di Conte
Il “mercato che voleva” non è un’iperbole. Per accontentare l’allenatore e costruire una squadra a sua immagine, la società ha investito massicciamente, rimodellando la rosa tra la stagione dello Scudetto (2024-25) e quella attuale (2025-26).
Stagione 2024-2025. L’ossatura della squadra dello scudetto è stata costruita con innesti mirati e richiesti: i difensori Alessandro Buongiorno e Rafa Marin, l’esterno Leonardo Spinazzola. A questi si sono aggiunti i centrocampisti Scott McTominay e Billy Gilmour e la coppia d’attacco Romelu Lukaku e David Neres. A gennaio, la rosa è stata puntellata con gli arrivi di Noah Okafor (prestito), Philip Billing (prestito) e Luis Hasa.
Stagione 2025-2026. Per difendere il titolo e affrontare la Champions, la campagna acquisti è stata ancora più ambiziosa, a partire dal colpo a parametro zero di Kevin De Bruyne. Sono arrivati inoltre l’attaccante Rasmus Højlund, l’ala Noa Lang, il centravanti Lorenzo Lucca, il terzino Miguel Gutiérrez, il portiere Vanja Milinković-Savić e il difensore Sam Beukema.
Avendogli dato tanto, De Laurentiis ha ribaltato la dinamica di potere. Ha disinnescato il modus operandi storico di Conte, che costruisce la sua narrativa su un nemico esterno (la società che non lo supporta). Il messaggio presidenziale ha due destinatari. Alla squadra: “L’allenatore non si tocca”. E a Conte: “Ti ho dato tutto, ora la responsabilità è solo tua”. Con un esonero costosissimo fuori discussione e un progetto triennale da onorare, Conte è ora in gabbia. Una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia.
L’origine della frattura: il “tradimento” dei senatori
L’esplosione di Bologna non è stata un fulmine a ciel sereno. È stata l’atto finale di un logoramento iniziato settimane prima, con il “tracollo di Eindhoven”. L’umiliante 6-2 subito in Champions League contro il PSV si concluse, secondo le ricostruzioni, con un confronto molto duro tra tecnico e squadra.
È lì che il malessere ha iniziato a covare. Ed è lì che si colloca un retroscena cruciale. Un gruppo di senatori, la vecchia guardia reduce dallo scudetto di Spalletti e dal successivo decimo posto, ha incontrato Conte a Castel Volturno. Citando il calendario fitto e i troppi infortuni muscolari, i giocatori hanno avanzato una richiesta: allentare un po’ i ritmi di lavoro.
Per Antonio Conte questa richiesta è un’eresia ideologica. Il Contismo è un patto di sangue: il “massacro” fisico e mentale in allenamento è il prezzo non negoziabile per la vittoria. Mettere in discussione il metodo significa mettere in discussione il risultato.
Eppure, Conte ha prestato udienza. In una mossa inedita, ha fatto una concessione: l’abolizione dei ritiri pre-partita. Si aspettava una reazione d’orgoglio, un’assunzione di responsabilità. Ha ricevuto in cambio la prestazione apatica e arrendevole di Bologna. Ai suoi occhi, quello non è stato un calo di forma. È stato un “tradimento” personale, un “atto di diserzione”. La squadra aveva rotto il patto.
Il processo al “Contismo”: Piazza spaccata
La crisi ha riaperto la piazza spaccata che Napoli è fin dal giorno del suo arrivo. La città è divisa tra chi difende l’allenatore dello scudetto e chi lo accusa di essere un anacronismo vivente.
La difesa (pro-Conte). Il partito dei “Contiani” si aggrappa a un fatto: il quarto scudetto, vinto nel maggio 2025. Quella vittoria è considerata un capolavoro personale. Conte ha preso una squadra disastrata, reduce da un decimo posto, e l’ha riportata al titolo in dodici mesi. Lo ha fatto con pragmatismo, senza “sceneggiate per fingere napoletanità”, costruendo la vittoria sui suoi fedelissimi (Buongiorno, McTominay, Lukaku) e sulla sua capacità unica di martellare la testa dei giocatori, trasformando le difficoltà in rabbia. Per loro, il fine giustifica i mezzi.
L’accusa (contro-Conte). Sul banco opposto, l’accusa è duplice: tattica e metodologica. I critici definiscono il calcio di Conte troppo speculativo. Le analisi tattiche confermano un sistema che, in non possesso, si schiera con un 1-4-5-1 o un 1-5-4-1 molto compatto. Questo blocco basso, che mira a prendere pochissimi rischi affidando la fase offensiva a una costruzione ragionata o alle giocate dei singoli (come Lukaku).
Ma il vero prezzo pagato per questa tattica è il metodo, definito troppo duro e obsoleto. Le testimonianze sono esplicite. Un ex giocatore ammette che “vomitava” durante le sessioni “durissime”. I report descrivono gli allenamenti come un “massacro”. Lo stesso Kevin De Bruyne, arrivato in estate, ha dichiarato: “Mi fanno male tutti i muscoli” , definendo il metodo “heavy” (pesante).
Il punto cruciale è che tattica e metodo, nel “Contismo”, sono inseparabili. Il suo sistema 1-4-5-1 richiede quel livello sovrumano di dispendio energetico per funzionare. Non può esistere un Conte al 90%. Nel momento in cui i senatori hanno chiesto di ridurre l’intensità del metodo hanno, forse inconsapevolmente, reso la tattica impraticabile. Il crollo di Bologna è la diretta conseguenza fisico-tattica di quel patto rotto.
I fantasmi del passato: La sindrome del secondo anno e il fardello juventino
L’attuale melodramma non è un inedito. È uno schema che si ripete, la famigerata “sindrome del secondo anno” di Conte. Il copione è quasi identico.
A Torino la crisi fu strategica. Dopo aver vinto, Conte chiese investimenti da “ristorante da 100 euro” (come Sanchez e Cuadrado), ma la dirigenza scelse una crescita “sostenibile” (come Morata e Iturbe).
Al Chelsea, dopo aver vinto la Premier League al primo anno, la crisi del secondo anno fu strategica. Conte entrò in conflitto con la dirigenza (in particolare Marina Granovskaia) per un mercato estivo ritenuto inadeguato. Le frustrazioni per gli obiettivi mancati (come Lukaku e Van Dijk) e le tensioni interne (culminate nel famigerato SMS a Diego Costa) minarono lo spogliatoio, portando la squadra al quinto posto.
A Milano la crisi fu finanziaria. Subito dopo lo scudetto, la proprietà Suning, in grave crisi di liquidità, impose un ridimensionamento e la vendita dei top player (Hakimi, Lukaku), l’esatto opposto del piano di rafforzamento chiesto da Conte.
Al Tottenham, dopo aver compiuto una “rimonta clamorosa” nella prima stagione portando la squadra in Champions League, la rottura nel secondo anno fu stata totale. Conte entrò in conflitto sia con la proprietà (Daniel Levy) per la strategia di mercato, sia con i giocatori. La crisi culminò nel celebre sfogo post-partita (dopo un 3-3 con il Southampton) in cui il tecnico definì i giocatori “egoisti” e ha attaccò la cultura stessa del club (“La storia del Tottenham è questa: 20 anni con questa proprietà e niente trofei”), creando un rapporto “tossico” che ha portò alla rescissione consensuale.
Il modus operandi è costante: una tendenza a non assumersi la responsabilità, scaricando le colpe, e infine la “fuga”. La crisi di Napoli ricalca lo schema: i giocatori (i “morti” ) sono i colpevoli.
A Napoli, però, questo schema è aggravato da un peccato originale: l’essere “juventino dentro”. Fin dal suo arrivo, la piazza si è divisa tra chi vedeva un vincente e chi un “nemico”. Conte è percepito da molti come un “gobbo in esilio”. L’episodio che ha definito questa distanza è avvenuto alla sua presentazione: invitato a partecipare al coro “Chi non salta è juventino”, Conte rifiutò netto: “Non chiedetemi cose che non farò. Rispettiamo tutti”.
Quel rifiuto è la lente attraverso cui i critici leggono ogni sua mossa. Il suo “calcio speculativo” non è pragmatismo, è “stile Juve”. La sua incapacità di assumersi responsabilità è “stile Juve”. Lo scudetto 2025 non ha sanato la frattura; l’ha solo messa in pausa.
Orizzonte gennaio: Sosta di riflessione o rottura?
Ora, la sosta per le nazionali arriva come un purgatorio. Il campionato è fermo, ma il “chiacchiericcio” sulla crisi impazza. L’intera città attende l’esito del vertice decisivo, chiesto da Conte stesso, tra l’allenatore (rintanato a Torino) e la dirigenza (a Roma).
Sul tavolo, oltre alla crisi, c’è il mercato di gennaio 2026. La società ha stanziato un budget di circa 50 milioni di euro per intervenire su due urgenze: la partenza di Anguissa per la Coppa d’Africa e la necessità di un vice-Di Lorenzo.
Per il centrocampo, oltre al giovane talento Kobbie Mainoo del Manchester United (cercato con la formula del “prestito secco”), si valuta anche il profilo di Arthur Atta dell’Udinese.
Per il ruolo di vice-Di Lorenzo, un nome che circola è quello di Brooke Norton-Cuffy del Genoa. L’operazione, tuttavia, potrebbe non essere semplice: il Genoa ha da poco cambiato guida tecnica, affidandosi a Daniele De Rossi, e il nuovo allenatore potrebbe decidere di trattenere il giocatore, che è già finito anche nel mirino della Juventus.
Una decisione, invece, è già presa: nonostante l’infortunio di Meret, si dà piena fiducia a Vanja Milinkovic-Savic.
Il paradosso del Napoli è totale: una squadra seconda in classifica, ancora in corsa su tutto, che viene descritta dal suo stesso allenatore come “morta”. La domanda che aleggia sulla sosta non è più tattica. È psicologica. Riuscirà Antonio Conte, l’architetto della vittoria, a utilizzare questa crisi per innescare quella “rabbia” che è il motore del suo calcio? O questa sosta segnerà l’inizio della fine, la solita, puntuale crisi del secondo anno?
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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