Locandina del film “Green Street Hooligans” (2005)

L’ILLUSIONE DELLA SCINTILLA

Basterebbe osservare la velocità con cui una singola frase, nel calcio moderno, viene masticata, digerita e rigurgitata sotto forma di polemica nazionale per capire lo stato di salute del nostro sport. Non si tratta di casi isolati, ma della regola di un ecosistema comunicativo dove una parola detta, mezza detta o semplicemente mal interpretata diventa immediatamente un caso diplomatico, un atto di accusa, un pretesto per la mobilitazione delle masse digitali.
È il sintomo di una malattia cronica che affligge il mondo del pallone: una tossicità latente che aspetta solo un pretesto per esplodere. Ma come siamo arrivati a questo punto? Come è possibile che uno sport, la cui essenza ludica dovrebbe essere il motore di tutto, si sia trasformato in un campo minato dove lo “sfottò” deraglia sistematicamente nell’insulto, nella discriminazione e nell’odio viscerale? Per capirlo, è necessario decostruire la natura stessa del tifo e analizzare come la passione si sia trasformata in un’arma di distruzione sociale.

L’ARTE DELLO SFOTTÒ E LE RADICI DEL CAMPANILISMO

Il tifo calcistico, specialmente in Italia, nasce e si sviluppa attorno al concetto di “campanilismo”. È la difesa della propria città, del proprio quartiere, della propria identità culturale attraverso i colori di una maglia. In questo contesto, lo “sfottò” non è solo tollerato, è necessario. È il sale del gioco.
Prendere in giro l’avversario per una sconfitta, per un errore grossolano di un portiere o per una stagione fallimentare fa parte di un rituale goliardico antico quanto lo sport stesso. Lo sfottò sano si basa su una premessa fondamentale: il rispetto reciproco della comune appartenenza al “gioco”. Si colpisce il simbolo, non l’uomo; si ride della sfortuna sportiva, non della dignità personale. È una dinamica che esalta la vittoria e rende più amara, ma sopportabile, la sconfitta, incanalando l’aggressività umana in un contesto simbolico e ritualizzato. Se la domenica calcistica si fermasse qui, il calcio rimarrebbe ciò che è sempre stato: la cosa più importante tra le cose meno importanti.

IL DERAGLIAMENTO: QUANDO IL GIOCO FINISCE

Il problema sorge quando il confine tra identità sportiva e odio personale o sociale viene superato. Questo passaggio, questo “deragliamento”, avviene oggi in modo quasi impercettibile ma inesorabile.
Inizia quando non si attacca più l’avversario per quello che fa in campo, ma per quello che rappresenta fuori dal campo. Lo sfottò per un rigore sbagliato si trasforma rapidamente in discriminazione territoriale. Il coro goliardico cede il passo all’invocazione di catastrofi naturali o all’insulto razziale. Non si ride più con l’avversario delle sfortune calcistiche, si ride dell’avversario, cercando di annientarne la dignità e la storia.
La tossicità subentra quando il calcio cessa di essere un fine (il divertimento, la competizione) e diventa un mezzo: un veicolo per sfogare frustrazioni personali, per affermare una presunta superiorità sociale o economica, per trovare un capro espiatorio ai propri fallimenti quotidiani. In questo scenario, nessuno è più disposto a concedere il beneficio del dubbio. Si cerca l’offesa, la si brama, perché l’indignazione è diventata la valuta principale dell’appartenenza a una fazione.

UN MONITO VISIVO: DAL “GIOCO” ALLA “TRINCEA”

Se volessimo dare un volto a questo deragliamento estremo, l’iconografia del film Green Street Hooligans offrirebbe una sintesi perfetta. Sebbene ambientato in un contesto specifico e culturalmente diverso, quello delle frange violente britanniche, l’estetica di quell’opera, spesso accompagnata dal motto Stand Your Ground (difendi il tuo territorio), incarna visivamente il punto di non ritorno di cui stiamo parlando.
Evoca perfettamente quel senso di tribalismo belligerante, la definitiva trasformazione del tifoso in un guerriero di fazione. Non si tratta, ovviamente, di etichettare ogni appassionato come un violento, ma di utilizzare questa immagine come un potente monito. È lo specchio dei rischi di una tossicità non controllata, un promontorio estremo che condivide le stesse radici di intolleranza e odio viscerale alla base degli scontri verbali e digitali di oggi. È l’incarnazione plastica di dove la passione non filtrata e la totale assenza di rispetto per l’altro possono portare: non più su un campo d’erba, ma in una trincea.

L’ILLUSIONE DELL’ESCLUSIVITÀ: UNA DERIVA GLOBALE

Spesso, di fronte a scenari avvilenti di odio o di scontri, si tende a pensare che certe derive siano un’esclusiva del calcio. È un’affermazione comprensibile, ma non del tutto esatta.
Il tribalismo, la mentalità del “noi contro di loro”, la disumanizzazione dell’avversario sono dinamiche umane antiche e trasversali. Le osserviamo nella polarizzazione politica, dove chi la pensa diversamente non è un interlocutore ma un nemico della patria; le vediamo nelle comunità online legate a qualsiasi forma di intrattenimento, dove il disaccordo si trasforma istantaneamente in persecuzione digitale.
Tuttavia, nel calcio, questo fenomeno assume proporzioni uniche per via del suo volume. In Italia, il calcio non è una nicchia, è un fenomeno culturale totalizzante che attraversa ogni classe sociale e monopolizza i media. Essendo il palcoscenico più grande, attira inevitabilmente la maggior quantità di comportamenti devianti. La tossicità non è intrinseca al pallone, ma il pallone è un megafono così potente da amplificare ogni sussurro d’odio fino a farlo diventare un urlo assordante.

I MOLTIPLICATORI DELLA TOSSICITÀ: MEDIA E SOCIAL NETWORK

Se la natura umana fornisce il carburante, l’era moderna ha fornito gli acceleranti perfetti.
Il primo è un certo tipo di narrazione mediatica che vive di conflitti artificiali. In un mercato dell’attenzione saturo, la cronaca di un gesto tecnico attira meno interesse di una dichiarazione polemica. Le parole vengono frammentate, decontestualizzate e servite in pasto a un pubblico già affamato di rabbia, creando fazioni contrapposte per generare traffico.
Il secondo accelerante è costituito dai social media. L’anonimato e la distanza fisica disinibiscono gli istinti più bassi. La disumanizzazione dell’avversario è totale: dietro lo schermo non c’è una persona, ma solo un logo rivale. Sui social non esiste la sfumatura; esiste solo l’estremismo. Una battuta infelice diventa un attacco all’identità di un popolo. Gli algoritmi premiano questa polarizzazione, perché l’odio genera più interazioni della moderazione.

IL CASO NAPOLI: LO SPECCHIO DELLA DISCRIMINAZIONE

In questo ecosistema, la realtà di Napoli rappresenta un caso di studio unico e doloroso. Essere tifosi del Napoli significa spesso fare i conti con un deragliamento sistematico dello sfottò che scivola con troppa facilità nel pregiudizio radicato.
La narrazione tossica attorno alla città e alla squadra supera quasi sempre la linea del campo da gioco per sfociare nel razzismo sistemico. Non si contesta più il modulo di gioco o il risultato, si attacca l’identità civile e sociale. Questo trasforma ogni polemica sportiva in una battaglia sociologica, dove il tifoso è costretto a difendere non solo la propria maglia, ma la propria dignità di cittadino. Questo clima genera, di riflesso, un arroccamento difensivo: ci si chiude in un’ipersensibilità che, pur essendo una reazione legittima a decenni di attacchi, rischia talvolta di alimentare ulteriormente il ciclo della polarizzazione.

Tirarsi fuori da queste sabbie mobili sembra un’impresa titanica. La tossicità si è infiltrata così in profondità nelle fibre del tifo che molti la considerano ormai una componente inevitabile dell’esperienza sportiva.
Ma accettare la tossicità come un dazio inevitabile significa arrendersi all’imbarbarimento culturale. Il calcio è nato come un gioco e i giochi hanno la funzione sociale di unire, non di dividere attraverso l’odio. Serve una presa di coscienza collettiva: i protagonisti devono pesare l’impatto delle loro parole, i media devono smettere di speculare sull’indignazione facile, ma soprattutto i tifosi devono reimparare l’arte della leggerezza.
Dobbiamo tornare a deridere l’avversario per un tunnel subito, fermandoci esattamente un millimetro prima che quella risata si trasformi in una smorfia d’odio. Dobbiamo ricordarci che l’avversario è la condizione necessaria affinché il gioco esista. Difendere i propri colori è un atto d’amore; farlo distruggendo la dignità altrui è, semplicemente, la negazione dello sport. Indipendentemente da chi, alla fine, alzerà il trofeo al cielo.

Giulio Ceraldi

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