KOBE

Kobe Bryant

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Kobe Bean Bryant nasce come ultimo di tre figli nella “città dell’amore fraterno”, Filadelfia, il 23 Agosto del 1978. Probabilmente quando papà Joe e mamma Pam, in un ristorante di Los Angeles, estasiati dal sublime sapore di quel taglio di carne, decisero di chiamare il loro terzo genito, proprio con il nome del piatto appena gustato, ancora non immaginavano che quel giorno loro figlio sarebbe diventato uno dei più grandi a calcare un parquet di pallacanestro, che avrebbe rappresentato un’icona non solo per il basket e per lo sport americano, ma a livello globale, trasversale. 

Così il piccolo Kobe, a 3 anni, inizia a tastare la palla a spicchi molto precocemente, soprattutto se si pensa che per noi comuni mortali, a quell’età, forse era già tanto riuscire a non fare i capricci quando mamma e papà ci lasciavano alla scuola materna. 

Un predestinato, uno che aveva già le idee molto chiare nella testa. Come quando, da ragazzino, rilasciava autografi ai suoi compagnetti di squadra dicendogli che un giorno quel pezzetto di carta siglato da lui avrebbe avuto un “discreto” valore. Ma facciamo un passo indietro: il giovane Kobe Bryant, dunque, si avvicina al basket seguendo le orme di suo padre, Joseph detto “Jellybean” Bryant, più comunemente conosciuto come Joe Bryant e sempre seguendo gli spostamenti di papà Joe, dai 6 fino ai 13 anni, Kobe trascorre la sua vita in Italia, spostandosi tra le varie città delle squadre in cui milita il padre. Prima Rieti, poi Reggio Calabria, Pistoia e infine Reggio Emilia. Proprio per questo ha sempre mantenuto un forte legame col Bel Paese, senza mai smettere di ribadire il suo cuore mezzo italiano, il suo amore per il club del Milan e non disdegnando di concedere molteplici interviste nella lingua di Dante, sfoggiando con orgoglio una padronanza dell’idioma di tutto rispetto. 

Successivamente, una volta tornato oltreoceano, vince il titolo dello Stato con la squadra liceale, la Lower Merion High School di Filadelfia, infrangendo anche il record di punti del quadriennio, primato fino ad allora detenuto da un certo Wilt Chamberlain, un nome certamente non sconosciuto. 

Le premesse c’erano già tutte. Così, non ancora raggiunta la maggior età, Kobe decide per il grande salto direttamente tra i “grandi” della Nba, senza passare prima dal purgatorio del college, nonostante le lusinghe di università con nomi altisonanti come Duke e Kentucky, mentre nel bar della mia scuola, in tv, sulle riviste di Basket (i social ancora non esistevano ndr) si comincia a vedere la sua sagoma che sponsorizza una nota bevanda (uno spot con una frase che condizionerá almeno una generazione) ed articoli di giornale in cui questo ragazzetto sfacciato afferma di non voler diventare il nuovo Michael Jordan, ma di voler essere semplicemente Kobe Bryant. 

Arriva così il 1996, il suo anno, l’inizio nella Lega. Probabilmente la franchigia dei Charlotte Hornets si starà ancora mangiando le mani per la scelta fatta allora. Infatti la squadra del calabrone, logo che tanto abbiamo potuto vedere su felpe e merchandising di ogni tipo, nella prima metà degli anni ’90, decide di “girare” i diritti di quello che avevano opzionato alla scelta numero 13 del primo turno del draft NBA, in cambio del centro Vlade Divac che, a 28 anni, lasciava dunque la squadra di Los Angeles.

Così è cominciato l’amore tra Kobe e la città degli Angeli. Così ha inizio il cammino di un giocatore che poi diventerà leggenda.

Nel febbraio dello stesso anno Kobe si porta a casa il primo trofeo personale in carriera, vincendo la gara delle schiacciate e le sue prestazioni in campo lo fanno subito entrare di diritto nell’All Rookie Second Team (il più giovane della storia a riuscirci ndr).

Nel 1997 il pubblico lo vota per la sua prima apparizione e lo manda alla partita delle stelle già nel quintetto dei titolari in quel di New York ed anche in questo caso si tratta di un primato (considerando che Bryant è stato il più giovane della storia a parteciparvi partendo in quintetto). Ma, com’è nel caso di tutti i campioni, per Kobe i titoli personali ed i vari riconoscimenti non valgono molto se non sono il preludio a vittorie e titoli di squadra.

La corsa al trofeo più ambito, il Larry O’Brien Trophy, non sarà lunga. Infatti, col suo amico/nemico Shaq al suo fianco, Kobe riesce nell’impresa compiuta qualche anno prima dai Bulls di Michael Jordan, ovvero vincere tre campionati consecutivamente. Il three-peat, come lo definiscono nella Nba.

Dalla stagione 1999/2000 a quella 2001/02. Ma ancora c’è qualcosa che manca. Bryant ancora non è soddisfatto. Gli haters, il pubblico più critico lo sfidano. “Hai vinto 3 anelli, ok, ma la squadra è di Shaq! Sei in grado di vincere anche senza di lui?!

Il rapporto di odio e amore tra i due campioni, tra amicizia, dichiarazioni al veleno, vedute molto differenti sul gioco e leadership all’interno dello spogliatoio, sicuramente hanno contribuito e alimentato la tesi dei detrattori di Kobe i quali affermano che, seppur molto talentuoso, senza “l’altra metà”, non raggiungerebbe mai la vetta.

E invece sì, Kobe ce la farà a vincere ancora. Nel frattempo lui opta per la casacca con il numero 24, abbandonando la sua 8, passando per l’accusa di violenza sessuale, successivamente decaduta, gli 81 punti messi a referto in un solo match il 22 gennaio 2006 (secondo solo a Wilt Chamberlain che ne realizzò 100), affrontando le cocenti sconfitte nelle finali del 2008 contro gli acerrimi nemici, i biancoverdi Boston Celtics. 

Nel 2009 Kobe Bryant riesce finalmente a mettere al dito l’anello che rappresenta il suo quarto titolo NBA, votato anche come miglior giocatore di quella serie finale.

Il Black Mamba, soprannome che nel frattempo si affibia lui stesso, si prende la rivincita contro gli odiati Celtics in una serie finale che ricorda i duelli dei tempi della rivalità tra Magic e Bird, e raggiungendo così il suo quinto e ultimo titolo Nba.

Anche un campione del suo calibro, non è stato certo immune dagli infortuni. Da quello all’indice della mano destra, dove sorprendendo un po’ tutti gli addetti ai lavori, è riuscito a modificare la sua “meccanica di tiro” (utilizzando il terzo dito della mano per indirizzare le sue conclusioni a canestro) a quello ben più grave al tendine d’Achille che, a 35 anni, ha messo seriamente in pericolo la sua carriera.

A questo punto, il Nostro, aveva già scalato l’olimpo e raggiunta la terza posizione come realizzatore di tutti i tempi nella lega, superando Jordan. L’ultima stagione vede un tributo, in giro per ogni arena NBA, un saluto, un omaggio da ogni pubblico che, in 20 anni di carriera con la stessa divisa indosso, lo aveva osannato ed odiato, amato e detestato.

Il tour si conclude il 18 dicembre 2017, quando i Los Angeles Lakers ritirano in suo onore entrambe le maglie, la numero 8 e la 24, con cerimonia allo Staples Center, il palazzo dove giocano le due squadre della città, con ospite d’onore Magic Jonshon. 

Questo è stato Kobe Bryant, quello che abbiamo visto in campo, quello della “Mamba mentality“, quello che si alzava alle 4 del mattino per allenarsi perché diceva che, in qualche parte nel mondo, c’era già qualcuno che stava lavorando per il suo stesso obiettivo. Quello che soffriva più per una sconfitta che gioire per una vittoria. Quello della parola “ossessione” per il lavoro e per l’amore per il gioco, per la ricerca della perfezione (parola ripetuta, appunto, ossessivamente).

E poi c’era l’uomo, soprattutto il padre. Quello che, in una triste e nebbiosa giornata di gennaio, proprio un attimo dopo aver passato il testimone al suo erede che lo ha raggiunto e superato ed essersi congratulati col suo “fratello minore”, ci ha salutati per l’ultima volta, senza avvisarci, però. Senza regalarci quell’ultimo giro di valzer che forse tutti ci aspettavamo.

Lui, insieme a sua figlia Gigi, anch’essa promessa del basket, la figlia che più somigliava a suo padre nei gesti, nelle movenze in campo. 

Mancherai, Kobe.

A noi tutti. 

Daniele Niro

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