La nostra copertina

C’è stato un tempo in cui il calcio, persino in Italia, si consumava in un rito collettivo e simultaneo. La domenica pomeriggio era scandita dalle voci alla radio, dai boati improvvisi degli stadi che rimbalzavano da un campo all’altro. Era l’epoca in cui la contemporaneità non era un’opzione, ma la base fondante della regolarità sportiva. Oggi, se guardiamo alla Serie A, di quel rispetto per l’integrità del torneo non è rimasto che un pallido, sbiadito ricordo, sacrificato sull’altare di un sistema televisivo che ha trasformato il nostro campionato in un prodotto da fast-food.
Siamo arrivati alla trentottesima giornata. L’ultimo atto. Il momento in cui un’intera stagione di sudore, polemiche, sogni e delusioni dovrebbe trovare la sua sublimazione in novanta minuti di pura adrenalina. E come decide di gestirla il sistema calcio italiano? Con l’ennesimo, logorante, inaccettabile “spezzatino”.
Mentre in Italia si continua imperterriti a spalmare le partite dal venerdì alla domenica sera, piegandosi ai desiderata dei palinsesti televisivi, basta attraversare la Manica per assistere a una lezione magistrale di gestione sportiva e commerciale. Qui in Inghilterra, la Premier League, la lega più ricca, spietata e “turbo-capitalista” del pianeta, compie una scelta che, agli occhi dei dirigenti del nostro calcio, dovrebbe apparire come una vera e propria eresia: giocano tutti alla stessa ora.

LA LEZIONE DELLA PREMIER LEAGUE: IL BUSINESS CHE TUTELA SÉ STESSO

Definire la Premier League un campionato “romantico” sarebbe un’ipocrisia. È una macchina da soldi perfetta, un tritatutto finanziario che fagocita capitali da ogni angolo del globo. Eppure, chi gestisce il calcio inglese ha compreso una regola fondamentale che i vertici della Lega Serie A e della FIGC sembrano ostinatamente ignorare: il valore del prodotto dipende dalla sua credibilità.
Nell’ultima giornata di Premier League, dieci partite si giocano in contemporanea. Non ci sono calcoli, non ci sono “biscotti” favoriti dalla conoscenza pregressa del risultato delle dirette concorrenti. Chi lotta per il titolo, chi per un posto in Europa, chi per la salvezza, scende in campo con le stesse identiche condizioni psicologiche. L’ansia, la pressione e l’intensità sono massimizzate, creando uno spettacolo televisivo e sportivo di livello assoluto.
I dirigenti della Premier League sanno benissimo che uno “spezzatino” all’ultima giornata potrebbe, sulla carta, massimizzare lo share di ogni singola partita. Ma sanno altrettanto bene che falsare la regolarità del torneo, permettendo a una squadra di giocare conoscendo già il destino dell’avversaria, distruggerebbe la fiducia dei tifosi e degli investitori. Il turbo-capitalismo inglese si ferma di fronte alla sacralità dell’ultimo fischio d’inizio, perché ha la visione a lungo termine necessaria per capire che tutelare la sportività significa tutelare il brand.

L’ITALIETTA E IL PROVINCIALISMO DEI DIRITTI TV

E l’Italia? L’Italia arranca, schiacciata dal peso di una mediocrità dirigenziale spaventosa. La Lega Serie A ha abdicato al proprio ruolo di garante della regolarità sportiva per trasformarsi in una mera agenzia di smistamento orari per conto delle emittenti televisive.
Il paradosso è grottesco se analizziamo la forbice dei diritti TV. La Premier League incassa cifre astronomiche, svariati miliardi di sterline tra diritti domestici e internazionali, proprio perché offre un prodotto integro, spettacolare e, soprattutto, credibile. La Serie A, al contrario, ha svenduto l’anima per un tozzo di pane. Si prostra davanti alle televisioni, frammenta l’ultima giornata privandola di ogni pathos sportivo, tutto per racimolare spiccioli in un mercato dei diritti TV in cui l’Italia è ormai una comprimaria.
Questa è l’esatta rappresentazione dell’”Italietta”: un sistema privo di strategia e di coraggio, che svende il proprio prodotto per coprire i buchi di bilancio immediati, incapace di costruire un modello di business sostenibile nel tempo. Spalmare l’ultima giornata di campionato significa dire apertamente ai tifosi (e ai club) che la regolarità sportiva è un concetto sacrificabile. Significa costringere squadre a giocare al sabato sera conoscendo già il risultato della diretta concorrente che ha giocato al venerdì. Si falsa la pressione emotiva, si altera la gestione delle energie, si uccide l’essenza stessa della competizione.

LA MANCANZA DI VISIONE E LA TOSSICITÀ DEI MEDIA MAINSTREAM

In questo scenario desolante, qual è il ruolo dell’informazione sportiva italiana? La risposta, purtroppo, la conosciamo fin troppo bene. Noi del blog abbiamo più volte denunciato la tossicità di un certo giornalismo mainstream, e questa situazione ne è l’ennesima riprova.
Le grandi testate, i salotti televisivi e i commentatori “autorevoli” tacciono. O peggio, giustificano. Nessuno solleva un polverone per il fatto che la regolarità della trentottesima giornata sia stata calpestata. Si limitano ad aggiornare le tabelle degli orari, asserviti allo stesso sistema che li nutre. Manca totalmente una visione critica indipendente, manca il coraggio di dire che il re è nudo e che questo sistema sta impoverendo, sia economicamente che culturalmente, il calcio italiano.
La narrazione dominante ci vuole far credere che lo “spezzatino” sia un sacrificio necessario per la modernità. Ma quale modernità? Quella che ci vede accumulare un ritardo siderale dalla Premier League non solo nei ricavi, ma anche nella qualità delle infrastrutture, nella competitività europea a lungo termine e nella fidelizzazione del pubblico più giovane? Hanno trasformato il tifoso in un cliente da spremere, ma gli offrono un prodotto avariato all’origine.

IL PESO SU CLUB E TIFOSI: IL CASO DEL NAPOLI

In un ecosistema così malato, l’impatto si riversa inesorabilmente sui club che cercano di operare con logica e pianificazione. Pensiamo al Napoli. Essere inseriti in un contesto in cui le regole d’ingaggio dell’ultima giornata cambiano a seconda delle esigenze di palinsesto, e non delle esigenze sportive, aggiunge un grado di imprevedibilità esterna che non dovrebbe avere cittadinanza in un campionato d’élite.
Quando una società investe, programma e cerca di mantenere i bilanci in ordine, si aspetta che l’ente organizzatore garantisca almeno le basi dell’equità competitiva. Dover lottare per un obiettivo, che sia una qualificazione europea o un posizionamento specifico in classifica per questioni di bilancio e di market pool, non può e non deve essere influenzato dall’orario in cui scendono in campo le tue dirette avversarie.
Noi tifosi, dal canto nostro, veniamo derubati dell’esperienza emotiva più alta che il calcio possa offrire: il brivido della contemporaneità. Quel momento in cui i destini di decine di squadre e milioni di persone si incrociano in novanta minuti.

RITROVARE LA DIGNITÀ SPORTIVA

Il divario tra la Premier League e la Serie A non si misura solo in sterline ed euro. Si misura, in modo ancor più evidente, in cultura d’impresa e dignità sportiva. Gli inglesi hanno capito che per vendere il calcio al mondo intero, devono prima di tutto rispettarlo. E per rispettarlo, l’ultima giornata deve essere un santuario inviolabile. Dieci campi, venti squadre, un solo fischio d’inizio.
In Italia, invece, continuiamo a navigare a vista, guidati da una classe dirigente calcistica che ha scambiato l’innovazione con la genuflessione alle televisioni. Finché non avremo il coraggio di pretendere un sistema che rimetta lo sport al centro del palcoscenico, e non ai margini di una griglia televisiva, l’Italietta del calcio continuerà a rimpicciolirsi. E noi, da tifosi e da osservatori indipendenti, continueremo a denunciare questa mediocrità, perché il calcio italiano, e chi lo segue con passione autentica, merita molto di più di uno stantio spezzatino di fine stagione.

Giulio Ceraldi

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.