
Fonte: Sky Sport
Esiste un istante preciso, nella notte umida e verticale dell’Estádio do Dragão, in cui la narrazione consolatoria dell’emergenza sanitaria ha smesso di essere un alibi accettabile per trasformarsi nell’epitaffio tecnico di una stagione. Non è il minuto ottantanove, quando il classe 2004 Samu Aghehowa, dopo aver mandato al manicomio una difesa intera e aver costretto Rafa Marín al cartellino rosso diretto, ha aperto il piatto destro dal dischetto spiazzando Alex Meret per il definitivo e umiliante 4-1. E non è nemmeno il minuto ottanta, quando l’ex spezzino Jakub Kiwior ha imitato il connazionale Jan Bednarek avvitandosi in cielo su calcio d’angolo per firmare il 3-1 nel deserto delle marcature azzurre.
Quell’istante è il minuto settantuno. Il tabellone luminoso di Oporto segna ancora l’1-1, tenuto in piedi fino a quel momento dai miracoli di Meret, dalla traversa scheggiata da Gabri Veiga in avvio di ripresa e dal tap-in rabbioso con cui Scott McTominay, al minuto 43 del primo tempo, aveva ribadito in rete la doppia respinta prodigiosa di Diogo Costa su Matteo Politano e Rasmus Højlund. Al minuto settantuno il Napoli ha finito la benzina, ha finito l’ossigeno, ha finito le gambe e soprattutto ha finito le idee. Su una palla contesa a metà campo in cui nessuno dei centrocampisti azzurri ha più la forza nervosa di rompere la linea per accorciare sull’uomo, il neo-entrato Santiago Giménez, gettato nella mischia cinque minuti prima da Francesco Farioli, raccoglie il pallone, alza la testa nel cuore della Golden Zone e imbuca centralmente per l’inserimento senza palla di Gabri Veiga. Il numero dieci spagnolo entra in area e col sinistro fa passare il pallone esattamente in mezzo alle gambe di Meret.
Fermate l’immagine sul volto di Gabri Veiga che esulta sotto la curva dei Dragões, perché se cercate la fotografia karmica del declino della SSC Napoli tra il 2023 e l’autunno del 2026, eccola servita su un piatto d’argento. Tre estati fa, nell’agosto post-scudetto spallettiano, quel ragazzo galiziano aveva già le valigie pronte per Napoli, prima che l’affare saltasse sull’altare dei cavilli, dei diritti d’immagine e delle proverbiali alchimie contrattuali della Filmauro. Dopo il purgatorio dorato in Arabia Saudita, chi lo ha riportato nel calcio che conta a ventiquattro anni, nel pieno della maturità psicofisica? Il Porto di André Villas-Boas. E chi ha distrutto il Napoli ieri sera con un assist su pennellata da corner per Bednarek, una traversa clamorosa, cinque tiri totali e il gol spacca-partita del 2-1? Proprio Gabri Veiga.
Ma il vero capolavoro del surrealismo calcistico non è andato in scena sul prato portoghese: è andato in scena alle 23:14 davanti ai microfoni di Amazon Prime Video, quando Massimiliano Allegri ha guardato le telecamere dopo un 4-1 europeo, che fa il paio col 2-0 incassato settantadue ore prima a Torino, e ha pronunciato queste testuali parole: «Non sono assolutamente arrabbiato. Stasera per settanta minuti abbiamo fatto una bella partita, una prestazione sicuramente migliore di quella di domenica contro la Juventus. Al settantesimo non potevo fare cambi, giochiamo ogni tre giorni e con la stanchezza non ti rendi conto di dover andare a prendere l’uomo».
Benvenuti nella nuova normalità del Napoli del Centenario. Una normalità in cui perdere 4-1 ad Oporto, scivolare al ventisettesimo posto della League Phase di Champions League con appena tre punti in quattro partite (fuori persino dalla zona playoff e con una differenza reti di -5) viene archiviato dall’allenatore come un progresso confortante rispetto allo zero assoluto dello Stadium. Una normalità in cui, mentre i campioni d’Italia del 2023 e del 2025 affondano nel fiume Douro, il Como di Cesc Fàbregas, sì, quel Como che alla seconda giornata di campionato era già venuto a banchettare al Maradona vincendo 2-1, va a vincere 1-9 in casa del Lens, firma il successo esterno più largo di una squadra italiana nella storia della Champions League e si accomoda al quarto posto solitario in Europa a quota 9 punti (+13 di differenza reti), davanti al Barcellona. Loro programmano, investono sul talento, giocano un calcio feroce e contemporaneo; noi contiamo i «settanta minuti di dignità» prima del naufragio.
1. IL J’ACCUSE DI POLITANO A MEZZANOTTE MENO TRE: QUANDO LO SPOGLIATOIO ESPLODE IN DIRETTA TV
Per misurare la temperatura reale delle macerie azzurre a ventiquattr’ore dal triplice fischio dell’inglese Michael Oliver, bisogna però spostare l’orologio alle 23:57 di ieri notte. Mentre Allegri distribuiva carezze e attenuanti per non incendiare un ambiente già ridotto ai minimi termini, davanti alle telecamere di Sky Sport si è presentato Matteo Politano.
Ottantuno minuti giocati a tutta fascia da quinto di centrocampo adattato, la fascia di capitano sul braccio per l’assenza di Giovanni Di Lorenzo, i polmoni svuotati in un ruolo non suo per tappare le falle di un mercato estivo che ha lasciato la rosa senza ricambi sugli esterni bassi. Politano non ha usato il politichese. Non si è nascosto dietro il bollettino medico. Ha guardato l’obiettivo e ha sganciato una granata dritta nel cuore dello spogliatoio di Castel Volturno:
«Mi piacerebbe che ogni tanto venisse anche qualche altro compagno di squadra a parlare, a metterci la faccia. E non sempre noi italiani. Facciamo fatica ma dobbiamo restare uniti. Subiamo tanti gol negli ultimi trenta minuti? Vero. Manca la cattiveria per difendere, non percepiamo la situazione di pericolo. In Champions League e in campionato appena lasci spazio ti fanno male».
Analizzate il peso specifico di ogni singola sillaba. Quando un senatore della vecchia guardia, uno che a Napoli ha vinto due scudetti macinando chilometri sulla corsia destra, sente il bisogno di andare in televisione a mezzanotte per denunciare che nello spogliatoio c’è chi si nasconde quando la barca imbarca acqua, significa che la frattura interna ha superato il livello di guardia. Non è un caso che Walter Sabatini, dagli studi televisivi, abbia immediatamente parlato di «spogliatoio da ricompattare d’urgenza», né che Sam Beukema abbia provato a gettare acqua sul fuoco chiedendo scusa ai tifosi e invocando «meno parole e molto più lavoro per questa maglia».
A chi parlava Politano? Parlava a una rosa costruita per compartimenti stagni, dove i grandi nomi internazionali o gli acquisti dell’ultima ora, quando le cose girano male tra Torino e Oporto, sfilano via dritti verso il pullman con le cuffie nelle orecchie, lasciando ai soliti tre o quattro italiani il compito ingrato di spiegare alla piazza perché il Napoli abbia incassato sei reti in novantasei ore e nove gol nelle ultime quattro partite ufficiali (3 dalla Roma, 1 dal Monza, 2 dalla Juventus, 4 dal Porto).
Ma la seconda parte della confessione di Politano è ancora più grave per chi siede in panchina: «Manca la cattiveria per difendere, non percepiamo la situazione di pericolo». È la smentita clamorosa, dall’interno del campo, dell’unico motivo per cui Aurelio De Laurentiis aveva scelto Massimiliano Allegri. Quando rinunci al calcio posizionale, quando rinunci al dominio del gioco e ti affidi al pragmatismo allegriano, il patto implicito è uno solo: la squadra può anche essere brutta, ma deve avere una percezione del pericolo feroce e un’impermeabilità difensiva granitica. Se invece perdi la bellezza, perdi il palleggio e in più smarrisci completamente la percezione del pericolo negli ultimi trenta minuti di ogni singola gara, cosa resta? Resta il vuoto pneumatico.
Ed è esattamente da questo cortocircuito tra il campo e lo spogliatoio che è maturata, intorno all’ora di pranzo di oggi, giovedì 5 novembre, la decisione inevitabile della società: da domani, venerdì 6 novembre, il Napoli andrà in ritiro. Sei giorni in giro per l’Europa tra la Brianza, il Piemonte e il Portogallo non sono bastati: rientrati alla base, tutti chiusi dentro per quarantott’ore prima del mezzogiorno di fuoco di domenica contro la Lazio. Il grande classico dell’era De Laurentiis quando i buoi sono già scappati dalla stalla.
2. VIVISEZIONE TATTICA DI PORTO-NAPOLI 4-1: LA SCACCHIERA DI FARIOLI, L’ALL-IN DI ALLEGRI E IL CROLLO DEL MINUTO 70
Torniamo però alla lavagna tattica del Dragão, perché la cronaca dei novantaquattro minuti di ieri sera merita di essere sezionata con il bisturi, confrontando ciò che avevamo previsto alla vigilia con ciò che si è materializzato sul prato portoghese.
Senza un solo terzino di ruolo disponibile (fuori Di Lorenzo, Olivera, Spinazzola e Favasuli) e con soli tredici giocatori di movimento di prima squadra a referto, Allegri ha scelto la mossa della disperazione ragionata: schierare contemporaneamente dal primo minuto tutti e cinque i centrocampisti superstiti. Il 3-5-1-1 disegnato dal tecnico livornese, con Beukema, Rrahmani e Rafa Marín davanti a Meret; Politano quinto a destra e il giovane classe 2003 Antonio Vergara adattato quinto a sinistra; Anguissa, Gilmour e McTominay in mediana; e Kevin De Bruyne a galleggiare alle spalle di Rasmus Højlund, aveva un obiettivo chiarissimo: togliere profondità e linee di passaggio interne al 4-3-3 di Francesco Farioli, intasando scientificamente il corridoio centrale.
Lo stesso Farioli, con l’onestà intellettuale che lo contraddistingue, lo ha riconosciuto in conferenza stampa: «Il Napoli ha preparato la partita in maniera intelligente, a fine primo tempo siamo calati e contro la loro fisicità e qualità si può soffrire». Ma perché il piano di Allegri ha retto un tempo ed è imploso nella ripresa sotto quattro schiaffi? Per quattro ragioni strutturali e tattiche inoppugnabili.
1. Il sacrificio di Vergara e la pioggia di cartellini gialli (4 ammoniti in 36 minuti): Mandare in campo Antonio Vergara dal primo minuto nella bolgia del Dragão come esterno a tutta fascia sul lato di Pepê e Martim Fernandes significava chiedergli un lavoro difensivo contro natura. Dopo appena quaranta secondi di orologio, Vergara è stato costretto a spendere il primo cartellino giallo della serata. Quel giallo immediato ha condizionato tutta la catena mancina azzurra. Quando il Porto di Farioli ha iniziato a muovere palla con l’89% di precisione (439 passaggi riusciti su 488 totali), attirando la prima pressione azzurra con Diogo Costa, Bednarek, Kiwior e Pablo Rosario per poi verticalizzare di prima su Gabri Veiga e sul ventenne danese Victor Froholdt, il centrocampo del Napoli è andato fuori giri nei tempi d’uscita. Risultato: giallo ad Anguissa al 21’, giallo a Rrahmani al 35’ (costretto a placcare con le mani un Veiga imprendibile tra le linee) e giallo a McTominay al 36’ (aggrappato alla maglia di Froholdt al limite dell’area). Giocare cinquantaquattro minuti più recupero in Champions League con l’intera spina dorsale (centrale guida, quinto e due mezzali) sotto diffida di espulsione ha tolto al Napoli qualsiasi aggressività nei contrasti nella seconda frazione: non a caso gli azzurri hanno chiuso il match con soli 4 contrasti vinti in novanta minuti (0 per Rrahmani con ben 5 falli commessi, 0 per Beukema!).
2. Il tallone d’Achille delle palle inattive (Bednarek e Kiwior come Balerdi): Nel calcio d’élite, quando sei in emergenza numerica, le palle inattive a sfavore devono essere il tuo fortino inviolabile. Invece il Napoli di questo autunno difende i calci d’angolo con una fragilità di marcatura sconcertante. Al minuto 11, sul corner tagliato di Gabri Veiga, Jan Bednarek si è ritrovato completamente solo nel cuore dell’area piccola per incornare l’1-0; al minuto 80, sul corner pennellato dal neo-entrato Hwang In-beom, l’altro centrale polacco Jakub Kiwior ha saltato in testa alla difesa azzurra per il 3-1. Due difensori centrali polacchi, entrambi al loro primo sigillo assoluto in Champions League, lasciati liberi di banchettare nell’area di Meret esattamente come era accaduto dieci giorni fa con la doppietta di Leonardo Balerdi in Napoli-Roma 3-3.
3. L’illusione ottica del gol di McTominay e il fantasma di De Bruyne: Tra il 25’ e il 45’ il Napoli ha vissuto il suo unico vero momento di orgoglio europeo. Quando gli azzurri hanno alzato il baricentro di quindici metri e hanno cercato subito in verticale Rasmus Højlund (generosissimo nello sfondare centralmente al 30’ e nel procurarsi l’occasione del 43’ prima di uscire ammaccato a inizio ripresa per una tremenda testata contro testata con Bednarek), il Porto ha scricchiolato. Dopo il gol annullato per fuorigioco di De Bruyne al 38’ sull’assist di Politano, al 43’ è arrivato l’1-1 di Scott McTominay, il settimo centro nelle ultime nove gare europee per lo scozzese, l’unico insieme a Højlund a mantenere una cilindrata da Champions anche nel deserto. Ma accanto a lui, la scommessa di schierare Kevin De Bruyne per novanta minuti su una caviglia gonfia dopo la distorsione di Torino ha presentato un conto impietoso: zero tiri tentati, zero tiri in porta, zero assist, zero passaggi chiave per il fuoriclasse belga, costretto a trascinarsi per il campo senza mai riuscire a cambiare passo.
4. Scacco matto dalla panchina e la voragine nella “Zona 14”: Quando alla vigilia, anche rispondendo alle osservazioni tattiche dei nostri lettori, ci chiedevamo «quanto dureremo avendo tutti i centrocampisti in campo dal primo minuto?», individuavamo esattamente il punto di rottura della gara. Tra il 56’ e il 77’ Francesco Farioli ha aperto il frigorifero della sua panchina e ha cambiato la storia del match con quattro mosse letali: dentro i 193 centimetri di Samu Aghehowa al 56’ al posto di André Silva per schiacciare fisicamente Rrahmani e Rafa Marín; dentro Santiago Giménez e Zaidu Sanusi al 66’; dentro Hwang In-beom e Seko Fofana al 77’. Cinque cambi di spessore internazionale che hanno prodotto un gol su rigore procurato (Samu), un assist in verticale (Giménez) e un assist da corner (Hwang).
Cosa ha potuto fare Allegri nello stesso arco temporale? Nulla fino al 77’, perché in panchina non aveva un solo centrocampista o difensore senior. E così, proprio mentre il Napoli finiva l’ossigeno al minuto 70, si è spalancata di nuovo quella Zona 14, la Golden Zone su cui avevamo costruito tutta la disamina della vigilia e su cui lo stesso Farioli si è soffermato a fine gara ai microfoni di Prime Video («La Golden Zone? Ci lavoriamo tanto, ma si può sempre fare meglio»). Schiacciati all’indietro dall’impatto fisico devastante di Samu Aghehowa, i centrali azzurri hanno rinculato verso l’area, i mediani stremati non hanno avuto la forza di accorciare sulla trequarti e Giménez ha avuto tutto il tempo del mondo per servire Gabri Veiga nel cuore del rettangolo centrale. Quando poi al 78’ Allegri ha tolto Anguissa, Vergara e Politano per gettare nella mischia tre attaccanti puri (Noa Lang, Giovane e Lorenzo Lucca), la squadra ha perso ogni equilibrio residuo, finendo travolta dal 3-1 di Kiwior, dall’espulsione di Rafa Marín all’88’ (secondo rosso consecutivo in quattro giorni dopo quello di Marianucci a Torino!) e dal 4-1 di Samu al 90’.
3. LO SPECCHIETTO STATISTICO DI PORTO-NAPOLI 4-1: I NUMERI DELLA CAPITOLAZIONE
Per chi ama leggere le partite attraverso l’oggettività inconfutabile dei dati, ecco la radiografia numerica della notte del Dragão certificata dai report ufficiali UEFA.
Risultato finale: FC Porto 4 – SSC Napoli 1 (11’ Bednarek, 43’ McTominay, 71’ Gabri Veiga, 80’ Kiwior, 90’ rig. Samu Aghehowa).
Possesso palla e precisione di palleggio: Porto 53% (439 passaggi completati su 488, precisione dell’89%) contro il 47% del Napoli (422 passaggi completati su 495, precisione dell’85%).
Volume offensivo e tiri: Porto 18 conclusioni totali (8 nello specchio della porta, 6 fuori, 4 respinte, più la traversa piena di Gabri Veiga) contro le 9 conclusioni del Napoli (5 nello specchio, di cui 3 nella singola tripla azione del gol di McTominay al 43’).
Impatto difensivo e disciplina: Il Porto ha vinto 8 contrasti su 10 commettendo appena 8 falli e rimediando un solo cartellino giallo (Gabri Veiga al 45’+2’); il Napoli ha vinto appena 4 contrasti in tutta la partita (3 del solo Rafa Marín prima del rosso, 0 per Beukema e 0 per Rrahmani), commettendo 10 falli ma incassando 4 ammonizioni nei primi 36 minuti (Vergara al 1’, Anguissa al 21’, Rrahmani al 35’, McTominay al 36’) e 1 espulsione diretta (Rafa Marín all’88’).
Il dato shock sui singoli: Kevin De Bruyne ha chiuso i suoi 90 minuti con 0 tiri, 0 gol e 0 assist; Gabri Veiga in 78 minuti ha messo a referto 1 gol, 1 assist, 1 traversa e 5 tiri totali.
Situazione in classifica Champions League (dopo 4 giornate su 8): Il Napoli sprofonda al 27° posto con 3 punti (differenza reti -5), scavalcato proprio dal Porto (26° a quota 3 punti ma con differenza reti -1) e oggi escluso dai playoff. Tra le italiane, il Como vola al 4° posto con 9 punti (+13 dopo l’1-9 al Lens), l’Inter è 15ª con 6 punti e la Roma 20ª con 4 punti.
4. IL KARMA DEGLI EX E L’ORIZZONTE DI DOMENICA: AL MARADONA ARRIVA “QUELLO DI ZENICA”, CAPOLISTA SOLITARIO A +14 SUL NAPOLI
Se pensavate che il sarcasmo del calendario si fosse esaurito mettendo in fila, nello spazio di quattro giorni, Luciano Spalletti allo Stadium e Francesco Farioli (con Gabri Veiga) al Dragão, preparatevi al terzo atto della tragedia greca. Perché domenica 8 novembre, nel lunch match delle ore 12:30 diretto dall’arbitro torinese Luca Pairetto, sul prato dello Stadio Diego Armando Maradona sbarcherà la Lazio.
E chi siede sulla panchina della Lazio? Chi guarda dall’alto verso il basso l’intera Serie A da capolista solitario con 28 punti in 10 giornate (frutto di 9 vittorie, 1 pareggio per 2-2 col Milan e zero sconfitte), davanti all’Inter seconda a 25, alla Roma terza a 24 e al Como quarto a 23, mentre il Napoli annaspa all’ottavo posto con appena 14 punti, esattamente la metà dei punti biancocelesti?
C’è Gennaro Gattuso. Sì, proprio lui: Rino Gattuso, un altro ex allenatore azzurro scaricato da Aurelio De Laurentiis con un tweet dopo il maledetto pareggio col Verona del 2021, sbeffeggiato per anni dai soloni del web come “quello di Zenica” dopo la parentesi in Nazionale e dato per spacciato a metà agosto quando la sua Lazio era uscita dalla Coppa Italia perdendo 0-2 in casa contro il Mantova.
Guardate cosa ha combinato Gattuso in due mesi e mezzo tra fine agosto e il primo novembre. Ha preso uno spogliatoio che a Roma vive in perenne contestazione ambientale contro Claudio Lotito (con l’Olimpico semideserto per protesta, salvo poi trascinare diecimila tifosi in trasferta a Reggio Emilia) e gli ha iniettato nelle vene un fuoco sacro, un’organizzazione feroce e una verticalità spietata. Come ha confessato il portiere greco Chrīstos Mandas dopo l’ultima vittoria: «Gattuso ha cambiato completamente la nostra voglia e la nostra mentalità».
I numeri della marcia biancoceleste fanno tremare i polsi:
Alla settima giornata (18 ottobre), su quello stesso prato dell’Allianz Stadium dove domenica scorsa il Napoli di Allegri non ha mai tirato in porta dall’ottavo minuto in poi, la Lazio di Gattuso ha asfaltato la Juventus per 0-3.
Alla nona giornata (27 ottobre), al Mapei Stadium, i biancocelesti hanno giocato a tennis travolgendo il Sassuolo per 2-6 e toccando quota 25 punti.
Domenica scorsa, nella decima giornata (1° novembre), sotto di un gol contro il Cagliari per la rete di Nzola al 20’, la Lazio ha ribaltato tutto con ferocia grazie al gioiello di Gustav Isaksen al 36’ e alla zampata di Andrea Pinamonti all’83’, salendo a 28 punti (una media di 2,8 punti a partita che vale la top 10 assoluta nella storia della Serie A) e conquistando anche il pass per la finale di Supercoppa Italiana di dicembre a San Siro contro l’Inter.
E come se non bastasse il confronto sportivo, appena ventun ore fa a Roma è arrivato il via libera della Soprintendenza al progetto della Lazio per il nuovo Stadio Flaminio da 50.000 posti: persino sul fronte delle infrastrutture, chiunque passi per Fuorigrotta ci ricorda l’immobilismo della nostra gestione padronale.
5. IL BOLLETTINO DI GUERRA PER DOMENICA E IL “PIANO ALTERNATIVO” DI GATTUSO SENZA ZACCAGNI E TAVARES
Come arrivano le due squadre all’incrocio di domenica alle 12:30? Partiamo dalla trincea di Castel Volturno, dove da domani scatterà il ritiro.
La speranza che Giovanni Di Lorenzo e Mathías Olivera potessero recuperare in extremis per la Lazio si è spenta definitivamente stamattina. Il capitano, fermo per il risentimento all’adduttore rimediato a Torino, dovrà restare ai box per circa due settimane, saltando anche gli impegni della Nazionale di Roberto Mancini e anche Olivera tornerà arruolabile solo dopo la sosta.
Di conseguenza, Massimiliano Allegri (che domenica tornerà finalmente a sedersi in panchina anche in Serie A dopo aver scontato i due turni di squalifica) dovrà fare i conti con dieci assenti complessivi:
Luca Marianucci (squalificato per un turno in Serie A dopo il doppio giallo rimediato contro la Juventus);
Giovanni Di Lorenzo (risentimento all’adduttore, rientro dopo la sosta);
Mathías Olivera (risentimento muscolare, rientro dopo la sosta);
Leonardo Spinazzola (lesione di basso grado del bicipite femorale destro, rientro dopo la sosta);
David Neres (lesione di basso grado alla coscia destra, rientro dopo la sosta);
Benoît Badiashile (lesione di medio grado del retto femorale destro, rientro dopo la sosta);
Stanislav Lobotka (lesione della sindesmosi tibio-peroneale e del LPAA della caviglia sinistra, rientro seconda metà di dicembre);
Costantino Favasuli (lesione di secondo grado del retto femorale destro, rientro metà dicembre);
Alisson Santos (lesione distrattiva di medio grado del bicipite femorale sinistro, rientro fine dicembre);
Alessandro Buongiorno (operato al menisco, rientro previsto a gennaio 2027).
L’unica consolazione regolamentare è che l’espulsione rimediata ieri sera da Rafa Marín al minuto 88 del Dragão verrà scontata in Champions League, lasciando quindi il centrale spagnolo regolarmente a disposizione per la sfida di campionato insieme a Beukema e Rrahmani (mentre tra i pali dovrebbe rivedersi dal primo minuto Vanja Milinković-Savić dopo la panchina precauzionale di Oporto).
Ma attenzione a ciò che accade a Formello, perché anche Rino Gattuso nelle ultime ore ha dovuto ridisegnare la sua Lazio per un doppio infortunio pesantissimo che ha smantellato l’intera catena di sinistra biancoceleste. Durante l’ultima sfida contro il Cagliari (dove entrambi erano usciti al 56’), la Lazio ha perso per circa un mese il suo capitano e numero dieci Mattia Zaccagni (lesione muscolare certificata dal comunicato ufficiale del club) e rischia seriamente di non avere a disposizione nemmeno il treno portoghese Nuno Tavares, fermato da un affaticamento muscolare che gli ha impedito anche di essere avanzato sulla linea degli attaccanti come Gattuso aveva inizialmente ipotizzato.
Di fronte a questo doppio forfait, Gattuso ha studiato un “piano alternativo” ben preciso dentro il suo 4-3-3 (che contro il Cagliari ha toccato il 73% di possesso palla con 608 passaggi completati su 659 e il 92% di precisione).
In difesa, davanti a Mandas, sulla corsia destra agirà il classe 2003 Romano Floriani Mussolini (con Manuel Lazzari e il recuperato Adam Marušić pronti in rotazione), al centro la coppia granitica formata dal croato Josip Šutalo e dal gigante danese classe 2004 Oliver Provstgaard (con Diogo Leite prima alternativa), mentre a sinistra sulla mattonella di Nuno Tavares scalda i motori l’esperto spagnolo Alfonso Pedraza, già decisivo domenica scorsa con l’assist per il 2-1 di Pinamonti.
A centrocampo, il cuore pulsante della capolista: Reda Belahyane in cabina di regia (con Danilo Cataldi pronto a subentrare e Nicolò Rovella che punta al rientro tra i convocati dopo il test amichevole a Formello), affiancato a destra dagli inserimenti feroci di Davide Frattesi (o dalla fisicità straripante di Fisayo Dele-Bashiru) e a sinistra dalla geometria totale dell’olandese ex Ajax Kenneth Taylor.
In attacco, con l’imprendibile danese Gustav Isaksen blindato sull’ala destra, il ballottaggio sul lato sinistro per sostituire Zaccagni ruota attorno a Tijjani Noslin: se Gattuso sposterà l’olandese largo a sinistra, al centro del tridente partirà titolare Andrea Pinamonti; se invece Noslin resterà il riferimento centrale mobile, sulla corsia mancina toccherà a Matteo Cancellieri, uno che al Maradona, nello 0-2 dello scorso 18 aprile, impiegò appena cinque minuti per fulminare il Napoli.
6. I 4 NODI TATTICI DI NAPOLI-LAZIO: COME SOPRAVVIVERE ALL’URTO DELLA CAPOLISTA
Se il Napoli visto negli ultimi venti minuti di Oporto e nei novanta minuti di Torino dovesse ripresentarsi domenica a mezzogiorno con lo stesso atteggiamento passivo, la Lazio di Gattuso ci passerebbe sopra come un rullo compressore. Per restare aggrappati alla partita e provare a riaccendere una scintilla prima della benedetta sosta per le Nazionali, Allegri dovrà sciogliere quattro nodi tattici vitali.
1. Non bruciare tutta la mediana in sessanta minuti (La gestione delle rotazioni): L’errore fatale di Oporto è stato credere di poter giocare novanta minuti ad alta intensità con tutti i cinque centrocampisti in campo dal primo secondo e zero ricambi di ruolo in panchina. Con Anguissa, Gilmour, McTominay, De Bruyne e Vergara spremuti mercoledì sera fino all’ultima goccia, riproporre lo stesso identico all-in domenica alle 12:30 (a meno di novanta ore dal fischio finale del Dragão!) significherebbe consegnare gli ultimi trenta minuti del Maradona alle gambe fresche di Dele-Bashiru, Cataldi e Cancellieri/Pinamonti. Allegri dovrà avere il coraggio di dosare le forze: o parte con un 3-5-2 / 3-4-2-1 usando Noa Lang o Giovane fin dall’inizio per tenersi almeno un centrocampista vero (Gilmour o Vergara) come cambio d’equilibrio al 60’, oppure dovrà abbassare drasticamente il dispendio di corse a vuoto.
2. La morsa su Davide Frattesi e Kenneth Taylor nella Zona 14: Se mercoledì sera Gabri Veiga ha banchettato tra le linee azzurre, domenica arrivano al Maradona due dei migliori incursori del campionato italiano: Davide Frattesi sul centro-destra e Kenneth Taylor sul centro-sinistra. Quando Noslin viene incontro a legare il gioco (o quando Pinamonti attacca il primo palo), Frattesi si butta sistematicamente nello spazio alle spalle del mediano avversario. Se Gilmour e Anguissa ripeteranno il “rinculo passivo” di Torino e la pigrizia del minuto 71 di Oporto, Frattesi e Taylor si ritroveranno a calciare dal cuore della Zona 14 quattro o cinque volte a tempo.
3. Il duello sulle catene laterali: arginare Gustav Isaksen e attaccare Pedraza. L’assenza contemporanea di Zaccagni e Nuno Tavares toglie alla Lazio il 50% della sua spinta abituale a sinistra, ma rende Gustav Isaksen sul lato destro il catalizzatore assoluto della manovra di Gattuso. Il danese vive un momento di grazia irreale: punta l’uomo, rientra sul piede mancino e calcia a giro sul palo lontano. Lasciare il giovane Vergara (o un Noa Lang allergico ai ripiegamenti) nell’uno contro uno isolato contro Isaksen senza il raddoppio preventivo di McTominay e Rafa Marín sarebbe un suicidio. Al tempo stesso, in fase offensiva il Napoli deve avere la lucidità di attaccare proprio la catena sinistra inedita della Lazio (Pedraza – Provstgaard), mandando Politano e Højlund a puntare lo spazio alle spalle del terzino spagnolo.
4. L’allarme rosso sulle palle inattive: Dopo aver incassato i colpi di testa di Balerdi (due volte con la Roma), Bednarek e Kiwior (col Porto), oltre al palo di Cabal a Torino, il sistema di marcatura mista zona-uomo del Napoli sui calci piazzati è ufficialmente sotto processo. La Lazio porta in area saltatori da oltre un metro e novanta come Šutalo, Provstgaard, Pinamonti e i tempi d’inserimento aereo di Frattesi: l’ingresso di Vanja Milinković-Savić tra i pali, con i suoi 202 centimetri a dominare l’area piccola sulle palle alte, diventa una scelta quasi obbligata per togliere pressione a Rrahmani e Beukema.
IL BIVIO DI FUORIGROTTA: CHI CI METTE LA FACCIA (E CHI SI NASCONDE A ROMA)
Domenica all’ora di pranzo non ci sono calcoli che tengano. Non ci sono i Viking o i Sabah dietro cui nascondersi. Davanti ai cinquantamila del Maradona arriverà una squadra che corre il doppio, che ha il doppio dei nostri punti in classifica e che è guidata da un allenatore che a Napoli ha lasciato un pezzo di cuore e vorrà prendersi la più dolce delle rivincite davanti al suo ex presidente.
Matteo Politano ieri notte, nel ventre del Dragão, ha avuto il coraggio di strappare il velo dell’ipocrisia chiedendo che dentro quello spogliatoio qualcuno smetta di nascondersi e inizi a metterci la faccia. Noi sottoscriviamo ogni sua parola. Ma aggiungiamo un dettaglio che nessun tesserato potrà mai dire ai microfoni di Sky: il primo a doverci mettere la faccia, dopo aver trasformato due scudetti in un cumulo di macerie, dopo averci portato al ventisettesimo posto in Champions League dietro al Porto e a quattordici punti di distacco dalla Lazio già all’inizio di novembre, non siede nello spogliatoio di Castel Volturno. Siede negli uffici romani della Filmauro. E il suo silenzio, oggi, fa molto più rumore dei quattro schiaffi del Dragão.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
Rispondi