Francesco Farioli, tecnico del Porto. Fonte: FC Porto

Appena ventiquattr’ore dopo aver radiografato su queste pagine l’abisso che separa i grandi laboratori calcistici internazionali dall’improvvisazione autoreferenziale della Filmauro e a settantadue ore dall’autopsia acustica e tattica dell’Allianz Stadium, con quarantamila bianconeri a cantare «Ohi vita, ohi vita mia» in faccia a una squadra capace di produrre un solo tiro nello specchio in novantaquattro minuti, il destino prende per mano il Napoli e lo spedisce sotto le volte d’acciaio e luce dell’Estádio do Dragão di Oporto.

Non è una trasferta di Champions League come le altre. E per capire il livello di smarrimento identitario in cui è precipitato un club che appena diciotto mesi fa cuciva sul petto il quarto scudetto della sua storia, non serve nemmeno attendere il fischio d’inizio delle ore 21:00. Basta riascoltare il nastro delle due conferenze stampa della vigilia, andate in scena ieri pomeriggio a poche ore di distanza l’una dall’altra.

Da una parte si è seduto Massimiliano Allegri, di ritorno in panchina dopo la squalifica scontata nel palchetto di Torino. Davanti ai microfoni portoghesi, l’allenatore del Napoli ha consegnato agli atti il manifesto ideologico del ridimensionamento azzurro: «Siamo rimasti in tredici. Ci aspetta una partita di sofferenza, perché ogni tanto star lì a soffrire un po’ ci serve. Con dieci punti si va ai playoff: Manchester è quasi proibitiva, noi il passaggio del turno ce lo giochiamo con Club Brugge, Viking e Sabah. Come affronteremo tatticamente la gara? Dipenderà da Farioli».

Rileggete queste frasi due volte, lentamente. Una società che ha vinto due campionati negli ultimi tre anni e mezzo si presenta alla quarta giornata della League Phase di Champions League, appesa al ventiquattresimo posto con appena tre punti in tre gare, teorizzando che la sofferenza passiva sia una medicina salutare, derubricando le sfide con le grandi d’Europa a ostacoli proibitivi, fissando l’asticella della sopravvivenza negli scontri diretti con i norvegesi del Viking e gli azeri del Sabah e confessando candidamente che il proprio spartito tattico dipenderà dalle mosse dell’allenatore avversario.

Poi girate pagina e ascoltate chi siede sulla panchina del Futebol Clube do Porto. C’è Francesco Farioli, trentasette anni, toscano di Barga, filosofo del gioco posizionale cresciuto nel solco di Roberto De Zerbi e arrivato sul trono dei Dragões dopo le tappe con Nizza e Ajax. Uno che in passato era finito sui taccuini di Aurelio De Laurentiis prima che il patron voltasse le spalle alla modernità per rifugiarsi nei “gestori”. Quando ieri in sala stampa gli hanno chiesto di quel vecchio corteggiamento azzurro, Farioli ha sorriso con l’eleganza di chi sa di trovarsi esattamente dove si fa il calcio del futuro: «I contatti con De Laurentiis? Ormai sono andati in prescrizione. Io ho una visione precisa: il mio obiettivo è arrivare in attacco e segnare».

Dentro questo incrocio di destini c’è tutta la partita di stasera. Da un lato il coraggio dell’architettura e delle idee; dall’altro l’arte di arrangiarsi con i cerotti e con la preghiera.

​1. LA LEZIONE DI VILLAS-BOAS ALLA TORRE D’AVORIO ROMANA: ARCHIVIARE 42 ANNI DI PATRIARCATO PER SALVARE IL FUTURO

Prima ancora di scendere sul rettangolo verde, bisogna alzare gli occhi verso la tribuna autorità del Dragão. Perché lì siede l’argomento definitivo che smonta in un solo colpo tutte le difese d’ufficio dei pretoriani presidenziali, compresa quella, ascoltata fino alla nausea anche nei commenti degli ultimi giorni, della “riconoscenza eterna per i trofei del passato”.

​Per quarantadue anni, dal 1982 alla primavera del 2024, il Porto è stato sinonimo di un solo uomo: Jorge Nuno Pinto da Costa. Non un presidente qualunque, ma il dirigente più titolato della storia del calcio mondiale, capace di mettere nella bacheca biancoblu due Coppe dei Campioni/Champions League, due Coppe Intercontinentali, due Coppa UEFA/Europa League e ventitré campionati portoghesi. Un monumento vivente. Eppure, quando quel sistema di potere monocratico, invecchiato nei metodi e avvitato su se stesso, ha iniziato a erodere la solidità finanziaria del club lasciando i conti in affanno e la gestione in mano a logiche superate, il popolo del Porto non si è nascosto dietro il culto della personalità.

Con una mobilitazione democratica straordinaria, l’80% dei sócios ha avuto il coraggio di voltare pagina affidando la presidenza ad André Villas-Boas. Cosa ha fatto Villas-Boas dal primo minuto del suo insediamento? Non ha sostituito un monarca con un altro monarca: ha industrializzato il club. Ha avviato la ristrutturazione dell’area tecnica (chiamando inizialmente un veterano come Andoni Zubizarreta per reimpostare i processi prima dell’attuale assetto dirigenziale), ha rifinanziato il debito sui mercati internazionali con trasparenza millimetrica, ha potenziato lo sfruttamento commerciale dell’Estádio do Dragão (di proprietà del club dal 2003) e ha varato il progetto del nuovo Centro ad Alte Prestazioni per affiancare la storica fabbrica di talenti dell’Olival.

Il messaggio che arriva stasera da Oporto alle stanze romane della Filmauro è una sentenza senza appello: nessuno è più grande del club e le coppe alzate ieri non danno a nessuno il diritto di tenere in ostaggio il domani. Se una piazza che aveva vinto tutto in Europa e nel mondo con Pinto da Costa ha avuto la maturità culturale di chiudere un’era durata quarantadue anni per entrare nella modernità, con quale faccia si pretende che Napoli resti prigioniera di un modello familiare che in ventidue anni non ha posato un solo mattone e ha demolito scientificamente i cicli del 2023 e del 2025?

​2. L’ECOSISTEMA OLIVAL E LO SCOUTING LUSITANO CONTRO IL NAPOLI DEI TREDICI SUPERSTITI

​Scesi dalla tribuna allo spogliatoio, il confronto tra le due gestioni diventa quasi spietato se si incrociano le liste dei convocati. A Napoli si continua a invocare la “sfortuna” per giustificare un’ecatombe muscolare che non ha eguali in Europa, dimenticando che quando una rosa viene costruita senza ricambi strutturali, spremendo sempre gli stessi senatori e cambiando cinque metodologie di allenamento in tre anni, l’infermeria piena non è una fatalità atmosferica, ma una conseguenza matematica.

Guardate in che condizioni si presenta stasera la squadra di Allegri. Dopo i forfait di Stanislav Lobotka (doppia lesione alla caviglia), David Neres, Leonardo Spinazzola, Benoît Badiashile e Alisson Santos, a cui vanno aggiunti Alessandro Buongiorno, Costantino Favasuli e quel Luca Marianucci mandato al massacro domenica sera a Torino contro i due metri di Woltemade e neppure inserito nella lista UEFA, il post-partita dello Stadium ha presentato un altro conto salatissimo. Capitan Giovanni Di Lorenzo (risentimento all’adduttore) e Mathías Olivera (uscito stremato al 79’) hanno dovuto abbandonare il gruppo e rientrare a Napoli per gli esami strumentali.

Risultato? Il Napoli gioca un crocevia fondamentale di Champions League senza un solo terzino di ruolo arruolabile, con Rasmus Højlund appena tirato giù dal letto dopo l’attacco febbrile di Torino, con Kevin De Bruyne che stringe i denti su una caviglia gonfia dopo la distorsione dell’intervallo contro la Juve e con tre ragazzi della Primavera (Chiummariello, Lieto e Spinelli) sottratti d’urgenza alla Youth League di Antonio Nocerino solo per riempire materialmente la panchina.

Dall’altra parte, anche Farioli ha i suoi assenti, fuori il centrocampista classe 2003 Vasco Sousa per la frattura del perone, fuori l’ala brasiliana classe 2006 William Gomes per un problema alla caviglia, out Chris Smalling e in forte dubbio il giovanissimo polacco classe 2008 Oskar Pietuszewski, ma l’architettura del Porto assorbe gli urti senza battere ciglio. Perché? Perché poggia su due pilastri che a Castel Volturno sono fantascienza: la cantera dell’Olival e uno scouting internazionale che compra il futuro anziché il passato.

A difendere i pali biancoblu c’è il capitano Diogo Costa, entrato nel vivaio del Porto a undici anni, forgiato nel Porto B (che disputa la seconda divisione professionistica portoghese contro squadre vere, non i tornei Primavera) e diventato uno dei tre portieri più forti del mondo a costo di cartellino zero. Sulla fascia destra cresce il classe 2006 Martim Fernandes, altro gioiello fatto in casa, mentre in attacco è tornato a fare da chioccia André Silva, anche lui figlio dell’Olival prima di portare 38 milioni nelle casse del club ai tempi della prima cessione. Ed è proprio questa catena di montaggio incessante ad aver permesso al Porto, negli ultimi anni, di incassare centinaia di milioni cedendo i vari Vitinha, Fábio Vieira, Otávio, Galeno, Nico González, Francisco Conceição, João Mário, Gonçalo Borges fino al classe 2007 Rodrigo Mora (oggi alla Roma), reinvestendo immediatamente i proventi su profili giovani o nel pieno della maturità tecnica.

​Basta leggere i nomi a disposizione di Farioli stasera: dietro, una coppia centrale di spessore internazionale ed esperienza europea come Jan Bednarek e Jakub Kiwior (con l’argentino Nehuén Pérez pronto a subentrare) affiancata a destra dal ventitreenne Alberto Costa e a sinistra da Zaidu Sanusi e Francisco Moura; in mezzo al campo, la diga dell’olandese Pablo Rosario (fedelissimo di Farioli sin dai tempi di Nizza), il metronomo argentino Alan Varela (prelevato dal Boca Juniors), l’intelligenza tattica di Hwang In-Beom, la forza d’urto di Seko Fofana, la classe verticale di Gabri Veiga (riportato in Europa a ventiquattro anni nel pieno della sua esplosione) e soprattutto il fenomeno danese classe 2006 Victor Froholdt, vent’anni appena e una valutazione già schizzata a cinquanta milioni di euro. Davanti, l’imprevedibilità di Pepê e dello spagnolo Borja Sainz a innescare una batteria di centravanti dove Samu Aghehowa (classe 2004, 193 centimetri di esplosività pura strappati all’Atlético Madrid), Santiago Giménez e André Silva offrono tre modi diversi di fare male a qualsiasi difesa.

​3. RADIOGRAFIA TATTICA DEL PORTO DI FARIOLI: LA “TRAPPOLA DELL’ESCA” CON DIOGO COSTA E L’ATTACCO AI MEZZI SPAZI

Veniamo all’anatomia strettamente tattica della sfida, perché il paradosso della classifica del Porto contiene una trappola mortale. Mentre in Primeira Liga la macchina di Farioli viaggia a un ritmo irreale, dieci vittorie su dieci partite, trenta punti su trenta, venticinque gol segnati e appena quattro subiti, in Champions League i Dragões sono ancora fermi a quota zero dopo tre giornate. Questo significa che stasera il Porto non farà calcoli: azzannerà la partita dal primo secondo per prendersi i primi tre punti europei nella bolgia del Dragão.

Come attacca il 4-3-3 di Francesco Farioli? Chi ha seguito l’evoluzione del tecnico toscano sa che la sua prima costruzione non è un vezzo estetico, ma una vera e propria trappola ad attrazione programmata. Tutto parte dai piedi di Diogo Costa che si allinea ai due centrali (Bednarek e Kiwior, con il mancino polacco ex Spezia e Arsenal fondamentale per aprire linee di passaggio diagonali verso l’interno), mentre Pablo Rosario (o Alan Varela) si abbassa come vertice per formare un rombo o un quadrato in prima impostazione con i terzini inizialmente bassi.

​L’obiettivo di Farioli è “ipnotizzare” l’avversario con passaggi corti nella propria trequarti per invitarlo a uscire in pressione, spaccando così il blocco ospite in due tronconi. Nel momento esatto in cui la mezzala avversaria fa un passo avanti per schermare Rosario, Diogo Costa o Kiwior hanno la pulizia tecnica per saltare la prima linea e trovare direttamente nei mezzi spazi i due interni di centrocampo (Victor Froholdt e Gabri Veiga) o gli esterni offensivi (Pepê e Borja Sainz) che vengono a legare il gioco dentro il campo.

​Una volta superata la prima linea di pressione, il Porto cambia marcia con una verticalità feroce:

  • ​A destra, Pepê abbandona sistematicamente la linea laterale per fluttuare da trequartista aggiunto tra le linee, portandosi dietro il difensore sul centro-sinistra avversario e aprendo il corridoio esterno per le cavalcate di Alberto Costa (o Martim Fernandes) e per gli inserimenti senza palla di Froholdt.
  • ​A sinistra, Borja Sainz attacca con tagli brucianti dall’esterno verso il centro per calciare col destro o combinare nello stretto con Gabri Veiga, mentre Zaidu (o Francisco Moura) garantisce l’ampiezza.
  • ​Al centro, la scelta della punta determina il tipo di veleno: se parte titolare Samu Aghehowa, il Porto ha una forza della natura capace di attaccare la profondità sui cinquanta metri costringendo tutta la linea difensiva avversaria a scappare all’indietro per paura dell’uno contro uno fisico; se invece Farioli sceglie dall’inizio André Silva (con Samu arma devastante in corsa), guadagna un centravanti di manovra che viene a cucire il gioco sulla trequarti per svuotare l’area di rigore e mandare al tiro gli inserimenti di Veiga, Pepê e Sainz.

​4. IL SUICIDIO DEL 3-5-2 PASSIVO: PERCHÉ “STARE LÌ A SOFFRIRE” AL DRAGÃO È UNA CONDANNA ANNUNCIATA

​Di fronte a questo spartito, come risponderà il Napoli dei tredici superstiti? Senza Di Lorenzo, Olivera e Spinazzola, la tentazione fortissima di Allegri è quella di varare un 3-5-2 d’emergenza (pronto a schiacciarsi in un 5-3-2 o 5-4-1 in fase di non possesso) con Sam Beukema, Amir Rrahmani e Rafa Marín davanti a Meret, costringendo due ali offensive pure come Matteo Politano a destra e Noa Lang a sinistra a sacrificarsi da quinti a tutta fascia, con Anguissa, Gilmour (o un De Bruyne incerottato) e McTominay in mezzo, e la coppia Højlund – Giovane (o Lucca) davanti.

Se questo assetto dovesse tradursi nella “partita di sofferenza” evocata ieri da Allegri, ovvero nel rinculo passivo che domenica sera a Torino ha permesso a Kerim Alajbegović e Jeremie Boga di passeggiare indisturbati fino al limite dell’area azzurra e calciare in porta senza che un solo mediano o difensore uscisse ad accorciare sulla linea di tiro, il Napoli andrebbe incontro a tre cortocircuiti letali:

  1. ​Il regalo dell’impostazione a Farioli: Contro le squadre di Farioli, se non accetti né una pressione ultra-aggressiva coordinata né una schermatura intelligente sulle linee di passaggio interne, ma ti rintani passivamente a trenta metri dalla tua porta, regali a Kiwior, Rosario e Gabri Veiga la possibilità di portare otto uomini stabilmente nella tua metà campo.
  2. ​La tortura di Politano e Noa Lang a tutta fascia: Chiedere a Noa Lang (che già nei trenta metri finali fatica a trovare lucidità, come dimostrato dal rigore in movimento sparato alle stelle a Torino) e a un Politano spremuto fino all’ultima goccia di sudore di fare i terzini aggiunti per novanta minuti contro le sovrapposizioni di Alberto Costa, Pepê, Borja Sainz e Zaidu significa due cose: esporre Rafa Marín e Beukema a continui due contro uno sulle catene laterali e ritrovarsi, una volta recuperata palla, con gli esterni a settanta metri dalla porta di Diogo Costa, completamente privi dell’ossigeno necessario per accompagnare Højlund.
  3. La morte della Zona 14 e l’isolamento di McTominay: Domenica allo Stadium, senza i cambi di passo centrali e con Gilmour risucchiato in una regia piatta e orizzontale, Scott McTominay ha chiuso la partita con zero tiri e zero inserimenti in area, trasformato in un mediano di fatica. Ma il danno ancora più grave del rinculo allegriano si consuma sul lato opposto del campo, in quella che nella match analysis moderna, secondo la celebre scomposizione del terreno di gioco in diciotto rettangoli codificata alla fine degli anni Novanta dai ricercatori inglesi Richard Bate e Tom Reilly (incrociando tre corridoi verticali con sei fasce orizzontali), viene definita Zona 14, o The Golden Square, il “quadrato d’oro”.
    Vale la pena soffermarsi un istante su questo concetto, perché spiega scientificamente perché il Napoli di oggi subisca gol sempre nello stesso modo. Nella griglia a diciotto zone, dove le zone 13 e 15 sono le trequarti esterne e la 17 è il cuore dell’area di rigore avversaria, la Zona 14 è il rettangolo centrale situato immediatamente davanti all’area di rigore, compreso tra la lunetta dei sedici metri e i venticinque-trenta metri dalla porta: il cuore pulsante della rifinitura. Analizzando migliaia di gare internazionali, gli statistici hanno dimostrato che la stragrande maggioranza dei gol e degli assist vincenti passa per un tocco, una sponda o un’imbucata effettuata dentro questo rettangolo — soprattutto quando il pallone vi transita per meno di 2,7 secondi, giocando a uno o due tocchi, per un motivo geometrico preciso: chi riceve palla a uomo scoperto nella Zona 14 non è chiuso dalla linea laterale come un’ala, ma gode di un angolo di visuale a 180 gradi che gli permette contemporaneamente di calciare in porta, imbucare centralmente in area, chiedere il dai-e-vai corto alla punta o premiare i tagli degli esterni alle spalle dei terzini.
    Ed è qui che si innesca il paradosso mortale dello “scappamento” difensivo: quando un centravanti fisico ed esplosivo come Samu Aghehowa attacca la profondità, i difensori centrali scappano istintivamente all’indietro dentro la propria area per non farsi scavalcare; se in quel preciso istante il mediano metodista davanti alla difesa non accorcia per schermare la lunetta, perché i tecnici posizionali da Guardiola a Spalletti fino a Farioli usano i tagli interni nei mezzi spazi (al confine tra le zone 13, 14 e 15) di Pepê e Borja Sainz proprio per muovere il mediano in orizzontale e svuotare il centro, tra la linea dei difensori e quella dei centrocampisti si apre una voragine proprio nella Zona 14.
    Per chi difende la propria porta, la Zona 14 dell’avversario corrisponde alla propria Zona 5. Domenica sera a Torino, quando Gilmour, Anguissa e i centrali sono arretrati fin dentro i sedici metri senza che nessuno rompesse la linea per uscire sull’uomo, hanno consegnato a Kerim Alajbegović e Jeremie Boga il possesso indisturbato della Zona 14, trasformando due azioni ordinarie in due tiri al bersaglio. Ripetere quel rinculo passivo stasera, lasciando il “quadrato d’oro” ai piedi e agli inserimenti di Gabri Veiga, Victor Froholdt e Pepê, significherebbe firmare la propria condanna prima ancora di scendere in campo.
La griglia delle 18 zone e la Zona 14.
Fonte: Football Performance Analysis

5. LO SPECCHIETTO TATTICO E STRUTTURALE: I 4 NODI DECISIVI DI PORTO-NAPOLI

  • ​1. La trappola della costruzione dal basso: Il Porto: uscita a 3+1 o 2+2 con Diogo Costa, Bednarek, Kiwior e Rosario per attirare la pressione azzurra e verticalizzare alle spalle delle mezzali. Il rischio Napoli: uscire in modo scoordinato spaccando la squadra in due, oppure abbassarsi passivamente concedendo a Kiwior e Varela/Rosario quaranta metri di campo gratis.
  • ​2. I quinti adattati contro l’ampiezza lusitana: Il Porto: Pepê e Borja Sainz stringono nei mezzi spazi per liberare le corsie esterne ad Alberto Costa e Zaidu/Moura. Il rischio Napoli: Politano e Noa Lang costretti a difendere bassi da terzini, lasciando Beukema e Rafa Marín esposti agli attacchi sul lato debole.
  • ​3. L’occupazione della Zona 14 e il rimorchio: Il Porto: movimenti di Samu Aghehowa (o André Silva) per schiacciare Rrahmani e liberare il limite dell’area agli inserimenti di Gabri Veiga e Froholdt. Il rischio Napoli: ripetere il “crimine del rinculo passivo” visto sui gol di Alajbegović e Boga a Torino, non uscendo mai a sporcare la conclusione dai venti metri.
  • ​4. La profondità di Højlund contro la linea alta: L’unica arma azzurra: quando il Porto porta sette uomini sopra la linea della palla, lascia quaranta metri di prato alle spalle di Bednarek e Kiwior. La chiave: servire subito Rasmus Højlund sulla corsa con le verticalizzazioni di prima di De Bruyne (o McTominay/Anguissa), anziché isolare la punta con lanci lunghi telefonati da cinquanta metri.

​L’ora della verità: ribellarsi al torpore o raccogliere i cocci

Esiste un solo modo, stasera, per smentire il pronostico e uscire vivi dalla bolgia del Dragão: rifiutare la dottrina della “sofferenza passiva”. Anche in tredici uomini contati, questo Napoli possiede nei muscoli di Anguissa e McTominay, nella classe di De Bruyne e negli strappi in profondità di Rasmus Højlund le armi per ferire una squadra che, per vocazione filosofica di Farioli e per disperato bisogno di classifica in Champions, difenderà con la linea altissima vicina al cerchio di centrocampo. Ma per colpire alle spalle di Bednarek e Kiwior bisogna tenere il baricentro dignitosamente alto, uscire sul portatore di palla al limite dell’area e giocare a due tocchi quando si recupera il pallone.

Qualunque sarà il verdetto del campo intorno alle ventitré di stasera, però, il confronto più impietoso resterà scolpito nella cornice di questa notte europea. Da una parte un club che dopo quarantadue anni ha avuto il coraggio di archiviare il proprio “padrone” più vincente per affidarsi a una gestione moderna, a uno stadio di proprietà, ai gioielli dell’Olival e a un allenatore italiano di trentasette anni che parla di dominio e di attacco. Dall’altra una società senza stadio, senza centro sportivo, senza cantera, ridotta a contare tredici superstiti, a prelevare tre ragazzi dalla Youth League per fare numero in panchina e ad ascoltare il proprio tecnico spiegare che l’obiettivo stagionale passa per le sfide di sopravvivenza con il Viking e il Sabah.

​A Oporto il futuro è già cominciato. A Napoli, invece, aspettiamo ancora che qualcuno a Roma trovi il coraggio di far scorrere i titoli di coda.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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