
C’è un fatto di cronaca, registrato alle 17:25 all’esterno del settore Distinti dello Stadio Diego Armando Maradona, che apre il racconto del sabato di Fuorigrotta prima ancora delle distinte ufficiali e del fischio d’inizio di Andrea Colombo. Nelle stesse ore in cui il centro cittadino veniva attraversato dal corteo partito da Piazza Garibaldi in direzione Piazza del Municipio, sullo sfondo delle tensioni legate al caro-vita e ai rincari, i gruppi organizzati di Curva A e Curva B si sono ritrovati congiuntamente fuori dai cancelli dell’impianto per esporre un lungo striscione bianco a caratteri neri e rossi:
«Negate il futuro ad una intera generazione tra rincari e tagli all’istruzione… la vera devastazione sono le vostre “costose” poltrone»
Un’iniziativa che riporta l’attenzione su un dato oggettivo: uno stadio di calcio non è mai una bolla impermeabile o estranea alle dinamiche del mondo reale e a ciò che si muove nel tessuto quotidiano della propria città. Parole forti, consegnate agli obiettivi dei fotografi sul piazzale antistante i tornelli, sulle quali ciascuno potrà liberamente trarre le proprie personali considerazioni, prima che la cronaca lasci spazio al verdetto esclusivo del rettangolo verde.
E per raccontare ciò che è accaduto là dentro per novantasei minuti, mettete pure in cuffia Where Is My Mind? dei Pixies. Perché per decifrare il 3-3 tra Napoli e Roma (primo pareggio in Serie A tra le due squadre con almeno tre reti a testa dal 4-4 del 20 ottobre 2007) serve esattamente la colonna sonora di chi cammina sul filo della schizofrenia calcistica. In cinque giorni, tra il 4-3 rifilato martedì sera al Bodø/Glimt in Champions League e il pirotecnico pareggio contro i giallorossi di Gian Piero Gasperini, allo Stadio Maradona si sono visti tredici gol complessivi: sette segnati dagli azzurri e sei incassati.
Rileggetelo pure due volte: sei reti subite in centottanta minuti casalinghi da una squadra allenata da Massimiliano Allegri, che non faceva registrare numeri difensivi così perforabili dall’autunno del 2008. Una serata finita con il tecnico livornese senza giacca e senza cravatta, espulso al 90′ per proteste, incapace di presentarsi lucido davanti alle telecamere di DAZN («Per la prima volta in 25 anni non sono lucido per dare delucidazioni sulla partita, vi auguro buona serata») e protagonista nel tunnel degli spogliatoi di uno sfogo furibondo contro i giallorossi («Lo scorso anno gli hanno messo la Champions in tasca e ho pagato io col Milan… sempre loro»). Ma prima dei nervi a fior di pelle, c’è stata una partita straordinaria, feroce, drammatica, che il Napoli ha prima dominato, poi avuto sul piatto d’argento per chiuderla sul 3-0 e infine gettato alle ortiche per l’incapacità cronica di proteggere la propria area di rigore.
IL CAPOLAVORO INCOMPIUTO DEI PRIMI 57 MINUTI: DE BRUYNE REGISTA, LA MAGIA DI ANGUISSA E IL FATTORE GOLLINI
Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: per quasi un’ora di gioco, il Napoli ha disputato la sua migliore prestazione stagionale per intensità, coraggio nelle uscite e qualità delle trame verticali. Lo ha ammesso con estrema onestà intellettuale lo stesso Gian Piero Gasperini a fine gara: «Nella prima mezz’ora siamo stati in grande difficoltà, loro avevano una marcia in più».
Costretto a rinunciare a un Amir Rrahmani debilitato dall’attacco febbrile della settimana (nemmeno in panchina a referto ufficiale, oltre agli indisponibili Buongiorno, Neres, Alisson Santos e Favasuli), Allegri ha accantonato la difesa a tre vista a Venezia e ha confermato il 4-3-3 varato martedì in coppa: Alex Meret tra i pali (vinto il ballottaggio della vigilia con Milinković-Savić); linea a quattro composta da Giovanni Di Lorenzo, Rafa Marín (subito gravato da un cartellino giallo evitabilissimo al 4′ per un fallo a metà campo su Wesley, ma poi autore di una prova attenta con 3 contrasti vinti su 3), Benoît Badiashile e Mathías Olivera (preferito dall’inizio a Spinazzola); in mediana la conferma di Kevin De Bruyne nel ruolo di playmaker davanti alla difesa, affiancato da André-Frank Anguissa e Scott McTominay; davanti il tridente con Matteo Politano, Rasmus Højlund e Noa Lang.
Di fronte, Gasperini ha risposto con un 3-4-1-2 (o 3-4-2-1 elastico) in cui l’olandese Devyne Rensch (preferito a Molina e al giovane Lulli) agiva sulla corsia destra, Wesley a sinistra, la coppia Marten de Roon – Niccolò Pisilli in mezzo e Bryan Cristante alzato sulla trequarti per schermare De Bruyne alle spalle del duo Matías Soulé – Donyell Malen.
Il piano tattico di Gasperini, accettare l’uno contro uno secco dei tre centrali Mancini, Ndicka ed Hermoso contro i tre attaccanti azzurri pur di aggredire alto, si è scontrato nei primi quarantacinque minuti con la doppia funzione magistrale interpretata da Kevin De Bruyne. Il fuoriclasse belga si abbassava tra i centrali in fase di prima impostazione per dettare il lancio lungo immediato oltre la linea di pressione giallorossa, trasformandosi in regista offensivo non appena il Napoli consolidava il possesso.
Quando il Napoli aveva campo davanti per correre, faceva male a ogni singola accelerazione:
La verticalità su Højlund e Politano: Già al 10′ e al 13′ il bisturi di De Bruyne ha tagliato a fette la retroguardia ospite: prima innescando la falcata di un Rasmus Højlund finalmente liberato dai compiti di sponda statica e devastante nell’attaccare la profondità in conduzione, poi aprendo la scatola a destra per lo scambio tra Politano e Di Lorenzo, con un cross basso rasoterra su cui solo un salvataggio disperato di Ndicka in anticipo su Lang ha evitato il vantaggio azzurro.
Minuto 28 – L’1-0 da antologia di Anguissa: Dopo un destro di Cristante sull’esterno della rete (21′) e una conclusione centrale di Malen respinta con le gambe da Meret (25′), il Napoli ha stappato la partita con un gesto tecnico di rara bellezza. Calcio di punizione scodellato in area da Politano, respinta corta della difesa romanista e coordinazione celestiale in rovesciata di André-Frank Anguissa: una frustata acrobatica e angolatissima che ha lasciato Pierluigi Gollini letteralmente di sasso. Un gol pesantissimo, che ha acceso definitivamente il motore del camerunese (costringendo Cristante a spendere il giallo su di lui due minuti più tardi).
Ed è proprio tra il minuto 28 e il minuto 57 che si è consumato il primo grande delitto della serata azzurra: non aver approfittato di una Roma che barcollava vistosamente sulle gambe. Se i giallorossi sono rimasti aggrappati alla partita, lo devono esclusivamente ai miracoli tra i pali di Pierluigi Gollini (6 parate decisive a referto) e alla scarsa freddezza sotto porta degli uomini di Allegri.
Minuto 35: De Bruyne si inserisce centralmente e si presenta tutto solo davanti alla porta, ma Gollini gli chiude lo specchio con un’uscita bassa perfetta coi tempi giusti.
Minuto 44 (Il clamoroso errore di Olivera): Rinvio lungo di Meret, strappo prepotente di Højlund che divora quaranta metri di campo palla al piede bruciando la difesa giallorossa e serve un cioccolatino solo da spingere in rete a Mathías Olivera; a porta spalancata, l’uruguaiano calcia incredibilmente addosso a Gollini, che compie un autentico miracolo salvando sulla linea di porta (prima che Cristante, al 46′, ricordi al Maradona che la partita è ancora viva scheggiando il palo di testa).
Minuto 48 (Il 2-0 di McTominay e il match-point sprecato da Politano al 57′): Nemmeno il tempo di rientrare dagli spogliatoi e il Napoli raddoppia; un generosissimo Politano sfugge a Wesley sulla destra e disegna un cross morbido al centro dove Scott McTominay brucia Rensch sul tempo, prende l’ascensore e in tuffo di testa (ribadendo poi in rete da due passi dopo il primo tentativo respinto sulla linea da Gollini) firma il 2-0. Nove minuti più tardi, al 57′, su un controllo difettoso di Wesley, lo stesso Politano ha sul piede il pallone del 3-0 a tu per tu con Gollini, ma si fa ipnotizzare dal portiere ospite.
IL PUNTO DI ROTTURA (MINUTO 51-58): IL CRAC DI BADIASHILE, IL DISASTRO BEUKEMA E LA MOSSA BALERDI DI GASPERINI
Nel calcio ad altissimo livello, le partite girano spesso su due episodi ravvicinati che cambiano la geografia fisica ed emotiva del campo. Quel confine ha un tempo esatto: i sette minuti che separano il 51′ dal 58′.
Al minuto 51, Benoît Badiashile, che fino a quel momento, pur con qualche fisiologica ruvidità stilistica, aveva garantito chili, centimetri e tenuta atletica sul centro-sinistra, si accascia a terra per un infortunio muscolare (che si aggiunge alla già lunghissima lista dei lungodegenti di Castel Volturno). Allegri manda in campo al suo posto Sam Beukema. Ed è l’inizio dello psicodramma difensivo azzurro. L’ex centrale del Bologna entra in partita con il passo felpato, molle nelle marcature, perennemente in ritardo sulle letture dei palloni alti e incapace di comandare la linea.
Sette minuti dopo, al 58′, Gian Piero Gasperini legge il momento di flessione atletica del Napoli e opera il triplo cambio che ribalta come un guanto la partita: fuori gli ammoniti/affaticati Rensch, Hermoso e Pisilli, dentro contemporaneamente Nahuel Molina a spingere a destra, il centravanti argentino Santiago Castro per alzare il peso offensivo (passando di fatto a una trazione anteriore spregiudicata) e soprattutto Leonardo Balerdi sul centro-sinistra della difesa, ma con licenza di sganciarsi e assaltare l’area avversaria.
Da quell’istante in poi, mentre Politano esce stremato tra gli applausi lasciando spazio a Giovane (66′), il Napoli spegne completamente la luce. La squadra smette di tenere il baricentro a centrocampo, rinuncia ad aggredire in avanti e commette il peccato capitale che già a Vila-real e contro il Bodø/Glimt aveva aperto le porte del saloon: si schiaccia passivamente negli ultimi venti metri, consegnando alla Roma il 56% di possesso palla, 547 passaggi totali contro 364 e la bellezza di 11 calci d’angolo a 2.
I due gol con cui la Roma impatta la gara in appena centottanta secondi (tra il 69′ e il 74′) sono il manifesto di una retroguardia che non sa difendere a blocco basso.
Minuto 69 (Il 2-1 di Soulé): Il Napoli è rintanato ma passivo al limite della propria area; nessuno esce con ferocia sulla trequarti. Matías Soulé controlla palla, chiede il triangolo a Donyell Malen che usa il corpo in area per fermargli il pallone a rimorchio, e dal limite lascia partire un sinistro chirurgico a giro che s’infila nell’angolino basso alla destra di Meret.
Minuto 74 (Il 2-2 di Balerdi): Passano cinque minuti di orologio. Su un calcio d’angolo battuto dalla sinistra da Molina (l’ennesimo concesso da un Napoli in apnea), Ndicka svetta di testa al centro, la sfera carambola fortuitamente sul volto di Santiago Castro e finisce a due passi dalla porta dove Leonardo Balerdi, lasciato colpevolmente libero da un Sam Beukema immobile, scaraventa di sinistro sotto la traversa il pallone del 2-2.
L’ILLUSIONE DI BRAVEHEART, LA SCINTILLA DEI CAMBI E IL SUICIDIO DEGLI UNDICI IN AREA ALL’89’
Sul 2-2, con il Maradona gelato e la Roma padrona assoluta del campo (vicina addirittura al 2-3 con le incursioni di Castro e Soulé tra il 76′ e il 77′ e un’occasione sprecata da Mancini all’81’), Massimiliano Allegri prova a scuotere l’albero al minuto 79 con un triplo cambio: fuori contemporaneamente Kevin De Bruyne, Noa Lang e Giovanni Di Lorenzo, dentro Stanislav Lobotka per ridare ordine in regia, Leonardo Spinazzola per spingere a sinistra (con spostamento di Olivera) e il giovane Antonio Vergara (preferito a una punta statica come Lucca per portare freschezza e gamba tra le linee accanto a Giovane).
La mossa produce una fiammata d’orgoglio immediata. All’83’, proprio un affondo di Spinazzola chiama Gollini all’ennesima parata difficile; l’azione prosegue, la respinta corta di Balerdi viene arpionata da Olivera che scarica al limite per Scott McTominay. Ciò che fa il gigante scozzese è semplicemente mostruoso: controllo orientato e rasoiata fulminante di destro da fuori area che sorprende Gollini sul primo palo per il 3-2.
Fermiamoci un secondo davanti alla grandezza di Scott McTominay. Quattro giorni dopo la doppietta storica al Bodø/Glimt in Champions League, Braveheart ne firma un’altra alla Roma, salendo a quota 11 gol realizzati di testa tra tutte le competizioni dal suo arrivo in Serie A (2024/2025): nessun centrocampista nei cinque maggiori campionati europei ha segnato quanto lui nel gioco aereo nello stesso arco temporale (staccati Casemiro e Tolisso fermi a 10). È lui il vero leader tecnico, atletico ed emotivo di questo Napoli.
Ma un gigante da solo non basta se il castello dietro di lui poggia sulla sabbia. Tornato in vantaggio a sette minuti dal novantesimo, con Gasperini che getta nella mischia anche Rodrigo Mora e Daniele Ghilardi (84′), il Napoli commette l’errore più grave e imperdonabile della serata. Al minuto 88, come annotato impietosamente anche dalle cronache dal campo, il Napoli si rimette a difendere con tutti e undici gli effettivi rintanati dentro la propria area di rigore.
Abbassarsi in undici dentro i sedici metri significa concedere agli esterni avversari la libertà di alzare la testa e mirare con il goniometro. Ed è esattamente ciò che accade al minuto 89: dalla corsia destra Wesley ha tutto il tempo del mondo per calibrare un cross al bacio sul secondo palo; lì, nel cuore dell’area piccola, Leonardo Balerdi, un difensore centrale trasformatosi nella notte di Fuorigrotta in un bomber implacabile, salta più in alto di tutti, sovrasta ancora una volta la timida opposizione di Beukema e schiaccia di testa a terra battendo Meret per il definitivo 3-3.
📊 I NUMERI OPTA / SERIE A DI NAPOLI-ROMA (3-3)
STATISTICHE DI SQUADRA
• Risultato finale: Napoli 3 – 3 Roma (Primo tempo: 1-0)
• Possesso palla: Napoli 44% | Roma 56%
• Tiri totali: Napoli 13 | Roma 19
• Tiri nello specchio: Napoli 9 | Roma 5
• Tiri fuori / Tiri murati: Napoli 4 / 0 | Roma 5 / 9
• Legni colpiti: Napoli 0 | Roma 1 (Cristante al 45’+1′)
• Passaggi totali: Napoli 364 | Roma 547
• Passaggi riusciti (%): Napoli 303 (83%) | Roma 489 (89%)
• Calci d’angolo: Napoli 2 | Roma 11
• Parate del portiere: Meret 2 | Gollini 6
• Respinte difensive (Clearances): Napoli 55 | Roma 25
• Contrasti vinti (%): Napoli 5 su 6 (83%) | Roma 5 su 9 (55%)
• Falli commessi: Napoli 6 | Roma 11
• Cartellini gialli: Napoli 1 (Rafa Marín) | Roma 4 (Cristante, Rensch, Balerdi, de Roon)
• Espulsioni: Massimiliano Allegri (all’90’+1′ per proteste)
TABELLINO & SEQUENZA RETI
• Marcatori: 28′ Anguissa (N), 48′ McTominay (N), 69′ Soulé (R), 74′ Balerdi (R), 83′ McTominay (N), 89′ Balerdi (R).
• Assist: 48′ Politano (N), 69′ Malen (R), 83′ Olivera (N), 89′ Wesley (R).
FOCUS GIOCATORI & RECORD OPTA
• Scott McTominay (Re d’Europa nel gioco aereo) Con l’incornata del provvisorio 2-0 sale a quota 11 reti segnate di testa tra tutte le competizioni dal suo arrivo in Serie A (2024/2025): nessun centrocampista nei cinque maggiori campionati europei ha fatto meglio nel periodo (staccati Casemiro e Tolisso a quota 10). Seconda doppietta consecutiva in quattro giorni dopo quella al Bodø/Glimt.
• Storico 3-3 al Maradona: Napoli e Roma non pareggiavano una sfida di Serie A segnando almeno tre reti a testa dal 20 ottobre 2007 (4-4 all’Olimpico).
• Il paradosso difensivo di Allegri: Con i 3 gol incassati dal Bodø/Glimt e i 3 subiti dalla Roma, il Napoli ha concesso 6 reti in due gare casalinghe consecutive; a una squadra di Massimiliano Allegri non accadeva dall’autunno 2008.
• L’impatto di Leonardo Balerdi: Entrato al 58′, il difensore argentino ha firmato una clamorosa doppietta in 15 minuti (74′ e 89′) nonostante il cartellino giallo rimediato al 62′.
I NERVI SCOPERTI DI ALLEGRI E IL BILANCIO DELLA VERITÀ: A -7 DALLA ROMA E A -6 DAL QUARTO POSTO DEL COMO
Il resto è cronaca di un finale incandescente. Il Napoli protesta vibratamente per un presunto contatto in area tra Castro/Balerdi e Beukema prima del colpo di testa del 3-3; il VAR controlla e convalida la rete. A bordocampo Massimiliano Allegri, già spogliatosi di giacca e cravatta, perde completamente le staffe nei confronti del quarto ufficiale Sacchi e viene espulso da Colombo.
Le parole, e le mezze frasi rubate nel retroscena degli spogliatoi, pronunciate dal tecnico azzurro nel post-partita raccontano un uomo con i nervi a fior di pelle. Prima lo strappo in diretta su DAZN («Forse devo smettere e non devo andare più in panchina, vedo altri che entrano in campo, ribaltano… io sono stato fermo tutta la sera e sono stato cacciato fuori. Ringrazio Sacchi, per la prima volta in 25 anni non sono lucido per dare delucidazioni sulla partita»), poi il sarcasmo amaro in conferenza stampa («Espulso perché stavo zitto, faremo beneficenza anche a questo giro con la multa. Difensivista? Ora voglio giocare tutti all’attacco, ho cambiato modo, da ora in avanti metto anche quattro attaccanti se posso»), fino al veleno sussurrato a microfoni spenti contro la Roma ripensando alla volata Champions persa qualche mese fa sulla panchina rossonera («Lo scorso anno gli hanno messo la Champions in tasca e ho pagato io col Milan»).
Uno sfogo che contrasta con la serenità glaciale di Gian Piero Gasperini, uscito dal Maradona con il quindicesimo risultato utile consecutivo in Serie A e con la consapevolezza di chi guida una squadra che non muore mai («Anche sotto 2-0 e dopo la mazzata del 3-2 avevamo la sensazione di poterla vincere, ci sentivamo forti. Allegri nervoso? Spero non con me, non l’ho buttato fuori io»).
Quando la polvere della battaglia si posa sul prato di Fuorigrotta, la contabilità della classifica resta spietata. Dopo otto giornate di campionato, il Napoli scivola al decimo posto a quota 11 punti (con 13 gol fatti e ben 10 subiti), a -8 dalla coppia di testa Inter-Lazio (19), a -7 dalla Roma terza (18) e a -6 dal quarto posto occupato da quel Como (17) di cui abbiamo decantato proprio quarantott’ore fa la straordinaria modernità progettuale.
C’è del buono da cui ripartire? Certamente sì: i primi 57 minuti di ieri, la regia verticale di De Bruyne, la rovesciata di Anguissa, il gigantismo totale di McTominay, la falcata ritrovata di Højlund e gli sprazzi dei giovani come Giovane e Vergara ci dicono che l’arsenale offensivo è vivo e vegeto. Ma una squadra che registra 55 respinte difensive nella propria area, che perde Badiashile per l’ennesimo guaio muscolare, che vede Beukema naufragare sulle palle inattive e che incassa sei gol in cinque giorni tra Bodø e Roma, è una squadra che non ha ancora trovato né l’equilibrio né la solidità mentale per reggere l’urto dei novanta minuti.
Tra quattro giorni, mercoledì sera a Monza nel turno infrasettimanale (con Allegri squalificato in tribuna), e poi domenica prossima allo Stadium contro la Juventus, prima delle notti di fuoco con Porto e Lazio, non basterà più buttare la giacca per terra o invocare la sfortuna. Servirà imparare a chiudere le partite quando si ha l’avversario alle corde e, soprattutto, smettere di difendere in undici dentro la propria porta aspettando l’inevitabile beffa a un minuto dalla fine.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
Rispondi