Scott McTominay esulta dopo il gol.
Fonte: Fabrizio Romano

Se lunedì pomeriggio, uscendo dalla sala stampa di Castel Volturno con le orecchie ancora piene di aneddoti sull’ippica, bollette stracciate e citazioni del mitologico Fly By Fly, qualcuno ci avesse detto che la sfida contro il Bodø/Glimt si sarebbe trasformata nel Gran Premio Lotteria di Agnano più folle, anarchico e adrenalinico degli ultimi anni, lo avremmo probabilmente preso per pazzo. Venivamo dal requiem malinconico dei Radiohead sul prato paludoso del Pier Luigi Penzo; ci eravamo lasciati alle spalle gli incubi di Elm Street, l’encefalogramma piatto di una squadra incapace di tirare in porta contro il fanalino di coda della Serie A e il fuoco incrociato di un allenatore pronto a usare il mercato estivo come una clava sulla testa della società.
E invece il calcio, soprattutto quando incrocia le latitudini irrazionali e viscerali di Fuorigrotta, sa ancora prendersi gioco di ogni diagnosi clinica. Il 4-3 con cui il Napoli ha piegato ieri sera il Bodø/Glimt nella terza giornata della League Phase di UEFA Champions League non è stato l’esercizio di corto muso e di speculazione chirurgica che il manifesto filosofico di Massimiliano Allegri aveva invocato alla vigilia («Sarebbe meglio magari fare risultato con un tiro in porta»). È stato l’esatto opposto: una corsa a briglie sciolte, una sparatoria da saloon senza coperture, novantaquattro minuti di autentica schizofrenia calcistica in cui il Napoli ha dimostrato contemporaneamente di possedere un arsenale offensivo d’élite e un sistema immunitario difensivo ridotto ai minimi termini.
Chiariamolo subito, prima che la sbornia del risultato o il sollievo per i primi tre punti europei facciano ripartire la grancassa dei facili entusiasmi: il paziente non è guarito. Una squadra che si fa rimontare due volte tra le mura amiche, che concede il 56% di possesso palla e 647 passaggi (con il 92% di precisione!) a una pur organizzatissima compagine norvegese e che riesce nell’impresa di tenere in bilico fino all’ultimo secondo di recupero una partita indirizzata dopo cinquantaquattro secondi, è una squadra che porta ancora addosso tutte le cicatrici strutturali e psicologiche di questo autunno maledetto. Ma per la prima volta dopo settimane di apatia, a Fuorigrotta si è rivisto il battito cardiaco. Si è rivista la rabbia negli occhi, la ribellione al destino avverso e, soprattutto, si è vista una sterzata tattica che merita di essere analizzata senza pregiudizi.

L’UTOPIA DEL DUCA BIANCO IN CABINA DI REGIA: QUANDO DE BRUYNE CAMBIA IL SOFTWARE DEL NAPOLI

Per capire cosa sia cambiato nella notte del Maradona bisogna riavvolgere il nastro fino al minuto sessantadue della disfatta di Vila-real. Ricordate la scena? Allegri che si sbraccia a bordocampo urlando «Kevin, Kevin!», il fuoriclasse belga che scuote la testa sconsolato e quella confessione candidamente disarmante consegnata ai microfoni nel post-partita spagnolo: «Gli avevo chiesto di andare in mezzo al campo e di avanzare McTominay, ma non ci siamo capiti».
Ecco: ieri sera, con le spalle al muro e il baratro dell’eliminazione europea a un passo, Massimiliano Allegri ha finalmente smesso di vestire i panni del giardiniere autolesionista e ha deciso di farsi capire. Archiviato il bunker della paura visto a Venezia, quel 3-5-2 mascherato da linea a cinque che aveva mortificato la dignità tecnica della rosa, e concesso un turno di riposo iniziale a uno Stanislav Lobotka spremuto dagli impegni ravvicinati, il tecnico livornese ha varato la mossa che covava in segreto da mesi: Kevin De Bruyne abbassato stabilmente davanti alla difesa nel ruolo di playmaker puro.
Non un ripiego d’emergenza, ma una vera e propria riscrittura del software azzurro. Togliendo il numero 11 dalla morsa asfissiante della trequarti, là dove contro il Villarreal era stato ingabbiato e costretto a rincorse furiose spalle alla porta, e consegnandogli venti metri di campo visivo di fronte a sé, Allegri ha rimesso il Duca Bianco al centro del villaggio. Con un André-Frank Anguissa finalmente restituito al campo dal primo minuto dopo un digiuno che durava dal 5 settembre, chiamato a fare da diga fisica e da equilibratore puro finché i polmoni hanno retto per un’ora di gioco, e con uno Scott McTominay libero di sganciarsi senza il peso della prima costruzione, De Bruyne ha tenuto una lezione magistrale di architettura calcistica.
Vederlo toccare il pallone davanti alla propria area di rigore, alzare la testa e tagliare in due la pressione alta del 4-3-3 di Kjetil Knutsen con traccianti di quaranta metri ha restituito agli occhi del Maradona la dimensione di un fuoriclasse assoluto. Quando De Bruyne ha il gioco di fronte e non addosso, il Napoli smette di essere quella squadra scolastica, monocorde e prevedibile che sabato scorso si passava il pallone in orizzontale sull’isola di Sant’Elena: diventa improvvisamente verticale, elettrico, feroce. La palla paradisiaca servita al 25′ sulla corsa di Noa Lang, i recuperi difensivi per mettere una pezza persino sulle amnesie di Meret e, soprattutto, la rasoiata illuminante al minuto 41 che ha innescato il gol del 2-1 raccontano di una serata in cui il belga, per dirla con le parole di Allegri a fine gara, «si è divertito». E quando si diverte lui, cambia la cilindrata dell’intero motore.

IL RISCATTO DI POLITANO E LA RESURREZIONE DI BRAVEHEART: IL VERO CENTRAVANTI HA IL NUMERO 8

Ma la lavagna tattica, da sola, non basterebbe a spiegare l’impatto emotivo dei primi sessanta secondi di gara. A Vila-real, Matteo Politano era stato il volto tragico del cortocircuito psicologico: quel retropassaggio cieco per il pareggio di Mikautadze lo aveva divorato vivo, costringendolo a chiedere scusa pubblicamente alla piazza. A Napoli, si sa, il confine tra il capro espiatorio e la redenzione passa spesso per un gesto di puro istinto.
Neanche il tempo di far partire i cronometri, cinquantaquattro secondi esatti, il gol più veloce degli azzurri in questa edizione della Champions League, e il Napoli aveva già spazzato via i fantasmi della vigilia: accelerazione prepotente di Leonardo Spinazzola sulla corsia mancina, parabola morbida sul secondo palo e coordinazione al volo col sinistro di Politano che scarica in rete tutta la rabbia repressa di una settimana d’inferno. Una frustata scaccia-crisi, completata nella ripresa dal pennello perfetto per la testa del 3-2: la risposta di un uomo vero prima ancora che di un calciatore ritrovato.
Eppure, se oggi il Napoli può ancora guardare la classifica del girone unico con speranza, lo deve soprattutto alla resurrezione del suo gigante scozzese. Sette giorni fa, all’indomani del Cerámica, avevamo descritto Scott McTominay come la sbiadita e malinconica controfigura del tuttocampista dominante ammirato nell’anno del Tricolore, un pugile fuori forma che vagava senza ossigeno e senza bussola. Ieri sera, sotto i riflettori europei, McTominay si è strappato di dosso la ruggine ed è tornato a essere il fattore totale, l’apriscatole emotivo e atletico di questa squadra.
I numeri della sua partita sono semplicemente mostruosi e non ammettono repliche: 90 minuti giocati a tutto gas, 40 passaggi riusciti su 40 tentati (il 100% assoluto di precisione!), 3 conclusioni verso la porta di Haikin, un palo clamoroso colpito di prima intenzione al 60′ su assist di De Bruyne e due gol pesanti come il piombo. Il primo, al 41′, è un capolavoro di sincronismo collettivo: imbucata centrale di De Bruyne, velo geniale e sensuale di un Noa Lang finalmente vivo e dentro la partita (seppur ancora troppo impreciso sotto porta nelle tre conclusioni tentate) e inserimento a fari spenti dello scozzese che fulmina il portiere norvegese. Il secondo, al minuto 75, nel momento di massima apnea psicologica dopo il 2-2 ospite, è il manifesto del centravanti puro: recupero feroce di Spinazzola, cross di Politano e stacco imperioso di Scott che prende l’ascensore al centro dell’area sovrastando il povero Sjøvold.
Con questa doppietta, McTominay sale a quota 6 reti nella fase principale della UEFA Champions League, superando Kenny Miller (fermo a 5) e diventando in solitaria il miglior marcatore scozzese nella storia della competizione. E qui si apre un paradosso tattico su cui a Castel Volturno dovranno riflettere a lungo: mentre Rasmus Højlund continua a vivere serate di generoso e logorante sacrificio, tante sportellate spalle alla porta, qualche duello perso di troppo e una sola vera occasione al 21′ su invito di Spinazzola spedita sull’esterno della rete, il vero centravanti di questo Napoli continua a essere l’uomo che parte venti metri più indietro e attacca l’area di rigore senza dare punti di riferimento. Se a questo aggiungiamo l’impatto feroce di Giovane, gettato nella mischia al 79′ e capace all’88’ di sradicare un pallone sulla fascia, sfondare in area come un treno e propiziare con il suo tiro-cross l’autogol di Odin Bjørtuft per il 4-2, la fotografia del potenziale offensivo azzurro (14 tiri totali, 8 nello specchio) appare nitida.

📊 I NUMERI OPTA / UEFA DI NAPOLI-BODØ/GLIMT (4-3)

STATISTICHE DI SQUADRA
• Risultato finale: Napoli 4 – 3 Bodø/Glimt (Primo tempo: 2-1)
• Possesso palla: Napoli 44% | Bodø/Glimt 56%
• Tiri totali: Napoli 14 | Bodø/Glimt 12
• Tiri nello specchio: Napoli 8 | Bodø/Glimt 5
• Legni colpiti: Napoli 1 (McTominay al 60′) | Bodø/Glimt 0
• Passaggi totali: Napoli 503 | Bodø/Glimt 647
• Passaggi riusciti (%): Napoli 451 (89%) | Bodø/Glimt 599 (92%)
• Contrasti vinti (%): Napoli 10 su 10 (100%) | Bodø/Glimt 7 su 10 (70%)
• Parate del portiere: Meret 2 | Haikin 5
• Calci d’angolo: Napoli 2 | Bodø/Glimt 5
• Falli commessi: Napoli 7 | Bodø/Glimt 5

FOCUS GIOCATORI & RECORD OPTA
• Scott McTominay (Record Storico): Con la doppietta al Bodø/Glimt sale a quota 6 reti nella fase principale della UEFA Champions League, superando Kenny Miller (5) e diventando in solitaria il miglior marcatore scozzese nella storia della competizione.
• La partita perfetta di McTominay: 90 minuti giocati, 2 gol, 1 palo colpito, 3 conclusioni totali e 40 passaggi riusciti su 40 tentati (100% di precisione).
• Lampo Matteo Politano: Il gol dell’1-0 dopo 54 secondi è il più veloce realizzato dal Napoli in questa edizione della Champions League. Per lui anche l’assist del 3-2.
• Kevin De Bruyne (Playmaker): Schierato davanti alla difesa, ha chiuso con 1 assist vincente (per il 2-1 di McTominay) e il passaggio chiave per il palo dello scozzese nella ripresa.
• Noa Lang e Rasmus Højlund: 3 conclusioni tentate da Lang (oltre al velo sul 2-1), 1 conclusione sull’esterno della rete per Højlund al 21′.
• Odin Bjørtuft (Bodø/Glimt): Prima dello sfortunato autogol all’88’ (propiziato da Giovane), il centrale norvegese ha messo a referto il record di 113 passaggi precisi nel match.
• Sondre Fet (Bodø/Glimt): Partecipazione attiva a 3 reti ospiti con 2 assist e il gol del definitivo 4-3 al 90’+3′.

LA DIFESA DI CRISTALLO E I QUATTRO TAGLIATI FUORI CON UN PASSAGGIO: PERCHÉ IL MALATO NON È GUARITO

Fin qui le luci, abbaglianti e salvifiche. Ma un’analisi intellettualmente onesta, fedele allo spirito con cui raccontiamo questo Centenario fin dal primo giorno, non può chiudere gli occhi davanti all’altra metà del cielo: la voragine difensiva.
Com’è possibile che una squadra allenata da Massimiliano Allegri, il gran sacerdote della solidità, l’uomo che solo sette giorni fa duellava negli studi di Sky con Fabio Capello rivendicando con orgoglio che «in Italia è diventata quasi una vergogna saper difendere», incassi tre reti in casa dal Bodø/Glimt e dia la costante, terrificante sensazione di poter crollare a ogni singola transizione avversaria?
La risposta sta nelle parole pronunciate dallo stesso tecnico nel post-partita, una diagnosi tanto lucida quanto inquietante: «Siamo ancora fragili dietro. Quando siamo vicini alla nostra area, facciamo passare troppo facilmente i palloni all’interno. Non possiamo essere tagliati fuori in quattro con un solo passaggio».
È esattamente ciò che è accaduto sul prato del Maradona. Il Bodø/Glimt di Knutsen non è venuto a Napoli per alzare le barricate: ha palleggiato con una pulizia tecnica impressionante (basti pensare che il solo centrale difensivo Bjørtuft, prima dello sfortunato autogol, ha messo a referto la bellezza di 113 passaggi precisi!), ha mosso la palla a due tocchi e, non appena ha trovato il varco per verticalizzare, ha affondato il coltello in una retroguardia azzurra molle, sfilacciata e perennemente in ritardo nelle letture preventive.

Mettiamo in fila gli episodi da brividi della serata.
Minuto 27 (L’1-1 di Hauge): Nel momento di massimo controllo azzurro, il Bodø costruisce un’azione verticale da destra verso sinistra che taglia letteralmente a fette il centrocampo e la linea difensiva; Giovanni Di Lorenzo, apparso ancora una volta in evidente affanno atletico nella ripresa e ammonito nel finale, accorcia fuori tempo massimo, lasciando all’ex milanista Jens Petter Hauge tutto lo spazio per piazzare un rasoterra chirurgico su cui Meret non può arrivare.
Minuto 34 (Il blackout di Meret): Su un lancio lunghissimo e apparentemente innocuo dalle retrovie norvegesi, Alex Meret decide di avventurarsi in un’uscita kamikaze fuori dalla propria area di rigore, andando clamorosamente a vuoto su Ole Didrik Blomberg; solo il controllo difettoso dell’esterno ospite e il ripiegamento disperato della difesa evitano al Napoli l’umiliazione di un gol a porta spalancata.
Minuto 62 (Il 2-2 di Helmersen): Passano appena centoventi secondi dal palo di McTominay che avrebbe chiuso la gara sul 3-1 e il Napoli si scioglie di nuovo. Rafa Marín, ordinato in impostazione nei primi 45 minuti ma in totale apnea nel secondo tempo, subisce un tunnel sanguinoso, Rrahmani perde le coordinate spaziali, Spinazzola è troppo leggero nella chiusura e Andreas Helmersen ha il tempo di controllare in area, girarsi indisturbato e fulminare Meret con un diagonale nell’angolino.
Minuto 66 (Il miracolo che evita il tracollo): Con il Napoli spaccato in due e psicologicamente alle corde (nonostante l’ingresso di Lobotka al 60′ per dare ordine al posto di un Anguissa ammonito e stremato), Patrick Berg lascia partire un rasoterra velenosissimo che chiama Meret al miracolo in allungo. È la parata che evita il 2-3 e lo psicodramma collettivo.
Minuto 90+3′ (Il 4-3 di Fet): Persino dopo il 4-2 dell’88’, con il triplo cambio conservativo già effettuato (dentro Olivera, Giovane e Sam Beukema), una leggerezza dello stesso Beukema permette allo scatenato Sondre Fet, già autore di due assist, di firmare il terzo gol norvegese a una manciata di secondi dal triplice fischio dell’arbitro spagnolo Sánchez Martínez.
Tre gol subiti, quattro difensori saltati sistematicamente da una singola imbucata centrale e una squadra che, non appena perde le distanze tra i reparti, smette di proteggere la propria area. Altro che «cambia solo l’esterno a destra». Qui c’è un problema strutturale di occupazione degli spazi, di copertura delle linee di passaggio e di tenuta atletica dei singoli che nessuna vittoria di nervi può cancellare con un colpo di spugna.

IL PATTO DEI “VECCHIOTTI”, IL BLUFF DI MANNA E IL SIPARIETTO CON GASPERINI: VERSO LA VERITÀ DELLA ROMA

C’è però un dettaglio, emerso tra le pieghe delle interviste post-gara, che racconta molto più di qualsiasi lavagna luminosa cosa sia scattato nello spogliatoio azzurro dopo le tempeste degli ultimi giorni. È la confessione, orgogliosa e quasi polemica, consegnata da Matteo Politano ai microfoni di Sky Sport: «Ci siamo parlati in settimana, dovevamo decidere che stagione volessimo fare. Oggi c’è stata una risposta. Tanti ci dicono che siamo vecchiotti, ma la gamba c’è. Anche se dal campo abbiamo l’impressione di arrivare sempre con quel pizzico di ritardo e prendiamo imbucate troppo facilmente».
Leggete in controluce queste parole. Da un lato c’è l’onestà brutale di un senatore che ammette esattamente ciò che scriviamo da settimane su queste pagine: la squadra arriva spesso «un pizzico in ritardo» sulle seconde palle e sulle linee di corsa perché i carichi di lavoro e l’usura anagrafica di alcuni interpreti presentano il conto quando i ritmi si alzano. Dall’altro lato, però, c’è lo scatto d’orgoglio di un gruppo che, sentitosi messo sul banco degli imputati, anche dalle parole al vetriolo dello stesso Allegri nella conferenza della vigilia («I giocatori questi sono, le valutazioni le ha fatte la società»), ha deciso di stringere un patto d’onore nello spogliatoio per non far naufragare l’anno del Centenario a metà ottobre.
Nel frattempo, ai piani alti, prosegue la liturgia della normalizzazione. Nel pre-partita il direttore sportivo Giovanni Manna si è affrettato a blindare tutto e tutti («Allegri non è in discussione, basta lavorare; a gennaio nessuna rivoluzione»), confermando come la linea aziendale di Aurelio De Laurentiis resti ancorata all’autoconservazione. E lo stesso Allegri, rincuorato dall’ossigeno della vittoria, in conferenza stampa è tornato a sfoderare i suoi paradossi dialettici, rispondendo a chi gli faceva notare l’ultimo posto del Napoli in Serie A per dati fisici e chilometraggio con il paravento delle statistiche offensive («Siamo tra i primi per gol fatti ed Expected Goals: se a fine primo tempo avessimo fatto tre gol, cosa avremmo detto?»), prima di concedersi in diretta TV un siparietto agrodolce con Gian Piero Gasperini («Abbiamo vinto entrambi oggi, ma a noi serviva più che a voi»).
Proprio il faccia a faccia televisivo con il tecnico della Roma ci proietta dritti verso il vero banco di prova. I tre punti strappati con le unghie e con i denti contro il Bodø/Glimt erano vitali per rimettere in carreggiata il cammino in Champions League e raggiungere quella quota dieci che rappresenta la soglia minima di sopravvivenza per i playoff. Ma sabato sera, contro la ferocia agonistica, i duelli a tutto campo e l’intensità spietata della Roma di Gasperini, concedere quattro uomini tagliati fuori da un singolo passaggio o arrivare «con un pizzico di ritardo» sulle imbucate significherebbe consegnarsi al patibolo.
Ieri sera il Maradona ha ritrovato la luce di De Bruyne, i muscoli di McTominay e l’orgoglio della vecchia guardia. È una boccata d’ossigeno preziosa, quasi insperata dopo le tenebre di Venezia. Ma guai a scambiare una notte di eroica follia per la guarigione definitiva: la polvere è ancora lì, in mezzo a una difesa che imbarca acqua, e sabato sera non basterà il fotofinish per nasconderla.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.