
Fonte: SSC Napoli
Un copione non scritto del teatro del calcio italiano, entra puntualmente in vigore il venerdì mattina quando la casa brucia: più le pareti dello spogliatoio hanno tremato durante la settimana, più la conferenza stampa della vigilia deve assomigliare a una messa cantata a bassa voce. È la liturgia del pompiere. Chi quarantott’ore prima urlava a squarciagola davanti alle telecamere che «in qualsiasi istante rischiamo di prendere gol» e chi ieri pomeriggio ha messo sul banco degli imputati cinque senatori senza concedere nemmeno una pacca sulla spalla, a ventiquattr’ore dal fischio d’inizio indossa improvvisamente l’abito gessato del diplomatico, abbassa i decibel e prova a convincere il mondo che a Castel Volturno regni una laboriosa, quasi monastica normalità.
Massimiliano Allegri si è presentato così all’appuntamento con i microfoni alla vigilia della trasferta di domani pomeriggio (ore 15:00) allo stadio “Pier Luigi Penzo” contro il Venezia. Ma chi ha seguito con testa e cuore la parabola schizofrenica degli ultimi sette giorni azzurri, dal manifesto illusorio contro il Frosinone all’autopsia psicologica del Cerámica, fino alla fine della luna di miele di cartapesta con Aurelio De Laurentiis che abbiamo raccontato ieri, sa benissimo che le parole di circostanza non bastano più a medicare una ferita strutturale. Se come colonna sonora della settimana ho scelto i Radiohead di Just («You do it to yourself, you do / and that’s what really hurts») e i Muse di Apocalypse Please («Declare this an emergency»), non si può pretendere che basti qualche sorriso tirato in sala stampa per cancellare lo stato d’emergenza.
L’ELEFANTE BELGA NELLA STANZA E L’ARTE DELLA DISSIMULAZIONE
Il primo esercizio di equilibrismo comunicativo di questa vigilia riguarda, inevitabilmente, l’elefante seduto al centro dello spogliatoio azzurro: Kevin De Bruyne.
In meno di cinque giorni siamo passati dal celebrare la sua doppietta al Frosinone come uno Champagne Herbert Beaufort Bouzy Grand Cru al raccogliere i cocci di un ammutinamento tattico consumato in mondovisione sul prato di Vila-real. Quelle urla disperate di Allegri dalla linea laterale («Kevin, Kevin!») e quel dito del belga puntato ostinatamente verso la porta avversaria, senza nemmeno degnarsi di incrociare lo sguardo della panchina per abbassarsi sulla linea dei mediani, non sono fantasmi inventati dalla critica cattiva; sono fatti scolpiti nelle immagini e confermati dallo stesso allenatore nell’immediato post-partita spagnolo («Non ci siamo capiti»).
Eppure, nella grammatica ufficiale della vigilia, lo strappo viene accuratamente ricucito con il filo invisibile della gestione delle risorse. È la consacrazione di quel «paravento del turnover» che avevamo anticipato ieri: De Bruyne a Venezia si accomoderà verosimilmente in panchina, non perché la società e il tecnico abbiano avuto la forza politica di rivendicare un segnale disciplinare verso un gruppo che sembra aver smarrito il senso del sacrificio collettivo, ma perché “bisogna dosare le energie” in vista dello spareggio di Champions League di martedì sera al Maradona contro il Bodø/Glimt. Una mezza verità diplomatica che salva la faccia a tutti nell’immediato, ma che lascia totalmente irrisolto il nodo tattico di fondo: come far convivere un fuoriclasse che pretende di dipingere solo negli ultimi trenta metri con una squadra che, non appena perde il controllo del palleggio, si scopre fragile, lunga e incapace di correre all’indietro.
LA MALEDIZIONE DEL SEMIMEMBRANOSO E IL GIARDINO DISBOSCATO
Se sul fronte disciplinare si sceglie la via del compromesso, è dal bollettino medico che arriva la smentita più feroce alla tracotanza estiva del palazzo. Il comunicato con cui il club ha certificato lo stop di David Neres, lesione di basso grado del muscolo semimembranoso della coscia destra, cade sulla vigilia di Venezia come un macigno che sbriciola mesi di retorica aziendalista.
Solo lunedì scorso, davanti alle telecamere del Tg5, Aurelio De Laurentiis spiegava con olimpica certezza che «questo gruppo non ha bisogno di rinforzi» e che l’unico vero nemico del Napoli, un anno fa, erano stati gli infortuni. Cinque giorni dopo, mentre il direttore sportivo Giovanni Manna e lo stesso Allegri sono già costretti a pianificare sottotraccia due o tre innesti per il mercato di riparazione di gennaio, il Napoli perde proprio l’unico vero grimaldello capace di saltare l’uomo in campo aperto e creare superiorità numerica dal nulla.
Il giardiniere che martedì sera in Spagna aveva sradicato con le proprie mani le piante appena attecchite col Frosinone, oggi si ritrova con un giardino ulteriormente disboscato dalla malasorte e da una programmazione che ha confuso l’abbondanza numerica dei cartellini con la completezza funzionale dell’organico. Si consolano, a Castel Volturno, con i rientri in gruppo di Frank Anguissa, Mathías Olivera e Alisson Santos, ma è evidente a chiunque mastichi calcio che si tratta di recuperi da gestire col contagocce, partendo dalla panchina, senza alcuna possibilità di chiedere loro di reggere l’urto agonistico dal primo minuto.
IL DELITTO HØJLUND E L’ESAME SENZA RETE DI LORENZO LUCCA
C’è poi un capitolo tecnico che nessuna conferenza stampa potrà mai edulcorare e riguarda il modo in cui questo Napoli sta mortificando il proprio potenziale offensivo. Leggere sui quotidiani che un reparto costato complessivamente 200 milioni di euro ha prodotto finora appena cinque gol con le proprie punte (alla media mostruosa di quaranta milioni a rete) ha spinto qualcuno, con un’analisi tanto superficiale quanto comoda, a puntare il dito sul valore assoluto dei calciatori.
È un alibi che non regge alla prova del campo. Basta guardare cosa è successo a Rasmus Højlund. Pochi giorni fa, con la maglia della sua Nazionale, il centravanti danese è stato semplicemente devastante: una furia della natura capace di spaccare in due le difese quando viene innescato sulla corsa, in verticale, con campo davanti per sprigionare la propria falcata. Poi torna a Napoli, indossa la maglia azzurra e si trasforma in un boscaiolo solitario abbandonato nel deserto: costretto a giocare sistematicamente spalle alla porta a quaranta metri dall’area avversaria, a fare a sportellate contro due o tre centrali senza mai ricevere un filtrante sulla corsa o un pallone pulito negli half-spaces.
Questo non è un problema di cartellino; è un delitto concettuale della panchina. Se compri un purosangue nato per divorare la profondità e lo costringi a fare il paracarro da sponda in una manovra lenta, prevedibile e avvitata su se stessa, stai disinnescando con le tue stesse mani la tua arma migliore.
Domani a Venezia, con Højlund spremuto dagli impegni internazionali e dal lavoro oscuro delle ultime due gare, l’onere di guidare l’attacco dovrebbe toccare dal primo minuto a Lorenzo Lucca. Una scelta che somiglia a un esame senza rete di protezione: dopo le bocciature illustri piovutegli addosso in settimana, il gigante azzurro dovrà dimostrare di saper reggere il peso specifico di una maglia che scotta, sperando che il ritorno dal primo minuto del “sintetizzatore” Stanislav Lobotka in cabina di regia, affiancato da uno Scott McTominay chiamato a ritrovare gamba e ferocia, e il ripristino della catena di sinistra con Leonardo Spinazzola e Noa Lang (oltre al ritorno di Alex Meret tra i pali dopo il naufragio dell’esperimento Milinković-Savić) restituiscano finalmente all’attacco rifornimenti degni di questo nome.
LA TRAPPOLA DI NICOLA E LO SPETTRO DEL RITIRO
Non facciamoci ingannare dalla classifica o dal blasone dell’avversario. Quella che attende il Napoli domani pomeriggio tra i canali della laguna è una trappola psicologica e tattica ancora più insidiosa di quella preparata una settimana fa contro il Frosinone.
Sul prato stretto del “Penzo” ci sarà il Venezia di Davide Nicola, subentrato a Stroppa per trasformare ogni singolo metro d’erba in una trincea. Ritroveremo esattamente il tema tattico che avevamo sviscerato sette giorni fa: un blocco basso e feroce, densità selvaggia nelle zone centrali, compressione degli spazi e ripartenze verticali per colpire le nostre amnesie in difesa preventiva (rest-defence). Con una differenza sostanziale rispetto a sabato scorso: oggi il Napoli non ha più il paracadute dell’entusiasmo, ha quattro sconfitte sul groppone in otto partite ufficiali e sa perfettamente che quella col Frosinone era solo un’effimera estate di San Martino.
Allegri in settimana è stato chiaro: «A Venezia serviranno umiltà e rispetto, mettendoci al loro pari, altrimenti ne usciremo con le ossa rotte». E uscire con le ossa rotte dal “Penzo” avrebbe conseguenze immediate e traumatiche: farebbe scattare quel ritiro punitivo a Castel Volturno fino a martedì sera che la società tiene pronto nel cassetto e ci farebbe arrivare psicologicamente a pezzi all’appuntamento da dentro o fuori in Champions League contro i norvegesi del Bodø/Glimt, una squadra che corre, palleggia in faccia agli avversari e gioca un calcio moderno ed europeo, prima ancora di imboccare il tunnel degli scontri diretti di campionato contro Roma e Juventus.
Il tempo della diplomazia e dei paraventi si chiude oggi pomeriggio, non appena si spegneranno i microfoni di Castel Volturno. Da domani alle 15:00 parlerà solo il campo. E non accetterà più scuse.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
🔴 STASERA IN DIRETTA: “IL CIUCCIO SULLA MAGLIA DEL NAPOLI SHOW”
I microfoni ufficiali si spengono, ma i nostri si accendono per andare dritti al cuore dei problemi, senza filtri, senza veline e con la consueta onestà intellettuale.
Vi aspettiamo stasera, venerdì 16 ottobre, a partire dalle ore 22:30, per una nuova, imperdibile puntata in diretta streaming de “Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli SHOW”. Metteremo sotto la lente d’ingrandimento le parole di Massimiliano Allegri, le scelte tattiche per la trappola di Venezia, il caso De Bruyne, l’emergenza infortuni dopo lo stop di Neres e il futuro di un progetto tecnico arrivato già al primo grande bivio stagionale.
A rendere la serata ancora più ricca di contenuti e chiavi di lettura, avremo il privilegio di ospitare in trasmissione due voci d’eccezione:
Gianni Gardon, scrittore, giornalista ed opinionista, nonché massimo esperto mondiale di calcio giovanile, col quale analizzeremo non solo il momento azzurro, ma anche il tema cruciale della programmazione, della valorizzazione dei talenti e del confronto con modelli europei moderni come quello del Bodø/Glimt;
Paolo Martone, per vivisezionare insieme tutte le pieghe tattiche ed emotive della vigilia.
La diretta sarà trasmessa in contemporanea sui nostri canali ufficiali:
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Preparate le domande e collegatevi alle 22:30: perché la passione azzurra, quella vera, vive di testa e di cuore ben oltre il novantesimo.
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