​Freddy Krueger, l’icona dell’incubo nata dal genio visionario di Wes Craven per la saga horror “Nightmare”. Fonte: The Guardian

Arriva sempre una soglia, lungo la parabola discendente di una stagione nata storta, oltre la quale l’analisi tattica alza bandiera bianca e cede il passo all’arte grottesca. Ieri sera, subito dopo il triplice fischio del Pier Luigi Penzo, per raccontare l’1-0 con cui il Venezia ha affondato il Napoli non servivano lavagne luminose, mappe di calore o disamine sui flussi di gioco. Bastava un’immagine: la nostra grafica intitolata “Sintesi di Venezia vs Napoli”, con quell’enorme emoji sorridente al centro a certificare lo scempio, il fumetto pop-art con l’esclamazione “OH!” in alto a sinistra e il marchio di fabbrica by ciucciomaglianapoli.com in calce. In sottofondo, le note spettrali e malinconiche di Thom Yorke e dei suoi Radiohead a fare da requiem laico. Quando la colonna sonora di un post sui social è l’unica cosa salvabile dell’intero sabato calcistico, significa che si è ufficialmente superato il punto di non ritorno. Solo quarantott’ore fa, su queste stesse pagine, avevamo parlato di una “luna di miele di cartapesta” e del “paravento di Venezia”. Avevamo smontato pezzo per pezzo la conferenza stampa della vigilia di Massimiliano Allegri, ribattezzandola la liturgia del pompiere: un esercizio di equilibrismo diplomatico pensato per gettare acqua sulle macerie di Villarreal, minimizzare il caso De Bruyne, nascondere la polvere sotto il tappeto degli infortuni, ultimo quello di David Neres, e predicarsi umili. “Bisogna cambiare passo mentalmente per non uscire dal Penzo con le ossa rotte”, ci aveva ammonito il tecnico livornese alla vigilia. Profetico. Dal Penzo il Napoli non è uscito semplicemente con le ossa rotte: ne è uscito polverizzato nell’anima, nell’identità e nella dignità sportiva, battuto da una squadra che fino a ieri pomeriggio occupava l’ultimo posto solitario della classifica con zero punti in cascina. Zero.
Eppure, ciò che avevamo paventato venerdì sera durante la nostra diretta streaming si è materializzato con una puntualità quasi sadica. Chi ieri sera ha avuto la fortuna di trovarsi altrove, chi alla festa dei quarant’anni di un amico, chi tra le giostre di una fattoria didattica a tema Halloween con i bambini, limitandosi a buttare un occhio incredulo allo smartphone, si è risparmiato novanta minuti di autentica tortura visiva. Perché il vero film dell’orrore, con buona pace delle zucche intagliate di fine ottobre, è andato in scena sulla striscia d’erba dell’isola di Sant’Elena. Un horror d’autore, scritto nei piani alti di Castel Volturno, diretto dalla panchina e interpretato in campo da una compagnia di giro ormai scollegata da tutto, che sta trasformando l’anno sacro del Centenario in un incubo che nemmeno Freddy Krueger, nelle sue notti più ispirate a Elm Street, avrebbe saputo architettare con tanta perfidia.

IL BUNKER DELLA PAURA: CINQUE DIFENSORI E DUE MEDIANI CONTRO LO ZERO ASSOLUTO

Per comprendere la portata del disastro lagunare bisogna partire dalla fotografia tattica e psicologica del fischio d’inizio. Di fronte c’era il Venezia di Davide Nicola: fanalino di coda, fermo al palo a quota zero punti, con il peggior rendimento del campionato e il morale inevitabilmente appeso a un filo. Contro un avversario in queste condizioni, una grande squadra, o anche solo una squadra consapevole del proprio blasone, scende in campo per azzannare la giugulare, imporre il proprio palleggio, schiacciare l’avversario nella propria trequarti e chiudere la pratica in mezz’ora.
Cosa fa, invece, il Napoli di Massimiliano Allegri? Si presenta al Penzo con un 3-5-2 che, alla prova del campo e al netto dei numeri snocciolati in distinta, si traduce fin dal primo minuto in una linea a cinque difensori bloccati, schermata a centrocampo da due mediani di rottura e completata là davanti da un tandem d’attacco semplicemente improponibile per assortimento, chimica e movimenti. Cinque difensori più due mediani per affrontare l’ultima in classifica a zero punti. Una disposizione che grida paura da ogni poro, ma che, ed è questo l’aspetto più agghiacciante, non sorprende ormai più nessuno.
Osservando la squadra da vicino, a ridosso della linea laterale, là dove il filtro televisivo svanisce e resta solo la nuda verità del rettangolo verde, la sensazione di smarrimento diventa quasi fisica. Quello visto a Venezia è un Napoli piatto, monocorde, in totale balia di un allenatore in evidente stato confusionale. Una squadra scolastica, elementare nelle letture, disperatamente prevedibile in ogni singola trasmissione di palla. Non c’è uno straccio di codifica offensiva, non c’è una sovrapposizione coi tempi giusti, non c’è un movimento senza palla che rompa le linee avversarie. Tutto è affidato all’improvvisazione individuale o al lancio lungo verso una coppia d’attacco lasciata a fare a sportellate nel deserto.
E quando il castello di carte inevitabilmente crolla, quando il Venezia trova il vantaggio e la sabbia nella clessidra comincia a scorrere veloce, ecco materializzarsi il manifesto della confusione tecnica: chi aveva preparato la gara blindandosi con la difesa a tre (di fatto a cinque) getta improvvisamente alle ortiche il piano partita per passare, nella più totale disperazione, a una difesa a quattro raffazzonata in corsa. Un cambio di spartito isterico, privo di logica e di equilibrio, figlio non di una variazione strategica studiata in settimana, ma del panico di chi vede la barca imbarcare acqua da tutte le parti e prova a svuotarla con un cucchiaino.
Il confronto con ciò che accade nel resto d’Europa, in questo autunno del 2026, fa accapponare la pelle. Mentre in Catalogna il Barcellona viaggia alla media irreale di 11 vittorie in 11 partite tra Liga e Champions League, con 48 gol segnati, quasi cinque reti a partita, a Napoli siamo costretti a elemosinare non diciamo la metà, ma almeno un quarto di quella vocazione offensiva. Loro fanno quasi cinque gol di media a gara; noi schieriamo cinque difensori dal primo minuto a Venezia. È la distanza siderale che passa tra il calcio contemporaneo, fatto di coraggio, aggressione degli spazi e dominio tecnico, e una preistoria tattica che pensa ancora di poter speculare sullo 0-0 contro chiunque, salvo poi restare puntualmente col cerino in mano.

LINGUAGGIO DEL CORPO E ANARCHIA A BORDOCAMPO: UNO SPOGLIATOIO CHE HA GIÀ STACCATO LA SPINA

Ma sarebbe miope, oltre che intellettualmente disonesto, ridurre la disfatta di Venezia a una semplice questione di numeri o di moduli. C’è un male più profondo che divora questo Napoli dall’interno, ed è visibile a occhio nudo a chiunque abbia avuto la possibilità di scrutare i volti, i gesti e le posture a bordocampo e nei pressi della panchina.
In quel fazzoletto di campo tra l’area tecnica e la zona di riscaldamento si è consumato ieri il vero psicodramma azzurro. Atteggiamenti sconcertanti, sguardi svuotati, nervi a fior di pelle e un senso di insofferenza latente che trasuda da ogni gesto. L’immagine simbolo di questa anarchia comportamentale è quella di Noa Lang durante il riscaldamento: l’atteggiamento indolente, quasi infastidito, di chi si sente un fuoriclasse assoluto sceso sulla terra per grazia divina e vive persino l’ordine di scaldarsi a bordocampo come una seccatura indegna del proprio status. Un calciatore che passeggia con sufficienza mentre i compagni annaspano sotto di un gol nella laguna veneziana non è soltanto un problema disciplinare singolo: è il sintomo conclamato di una società e di uno staff tecnico che hanno perso il controllo del termometro emotivo dello spogliatoio.
Mettiamo in fila gli indizi delle ultime settimane. Prima i malumori tattici e il caso mal celato di Kevin De Bruyne, insofferente alle gabbie difensive e ai ripiegamenti chiesti da un sistema di gioco che mortifica il talento anziché esaltarlo; poi le rotazioni cervellotiche tra Frosinone, Villarreal e Venezia, con cambi di portiere (da Meret a Milinković-Savić) e stravolgimenti di modulo che hanno tolto certezze a tutti; infine l’apatia vista ieri al Penzo e la supponenza di chi siede in panchina. Il sospetto, che ormai tra i tifosi più lucidi è diventato quasi una certezza granitica, è che gran parte di questo spogliatoio non segua più Massimiliano Allegri. Anzi: che non lo abbia mai realmente voluto né sentito proprio.
I calciatori, si sa, hanno antenne sensibilissime. Capiscono immediatamente quando un allenatore ha il polso della situazione e quando invece naviga a vista cercando solo di proteggere sé stesso. E quando il corto circuito tecnico si salda con le dichiarazioni post-partita, la frattura diventa insanabile. Sentire Allegri ai microfoni a fine gara parlare con quel distacco surreale, minimizzare la portata di un ko contro l’ultima della classe, rifugiarsi nei soliti luoghi comuni sulla necessità di “lavorare in silenzio”, sulla “pazienza” e sugli episodi sfavorevoli, spostando già il mirino sulla sfida di martedì in Champions League contro il Bodø/Glimt come se Venezia fosse stata una fastidiosa parentesi burocratica, è un insulto all’intelligenza di chi ama questi colori. Non serve attendere il Bodø/Glimt per certificare la crisi. La crisi è qui, adesso, ed è una voragine aperta sotto i piedi del Napoli.

IL CONTO SALATO DELLA FORTUNA E IL PECCATO ORIGINALE DI TRE MERCATI SBAGLIATI

Come siamo arrivati a questo punto? Perché una squadra che avrebbe dovuto celebrare i cent’anni della propria storia con il petto in fuori si ritrova a metà ottobre vecchia, stanca, svuotata e senza un briciolo di mordente?
Per rispondere bisogna avere il coraggio di guardare oltre la sagoma di Allegri e puntare il riflettore sulla radice strutturale del dissesto: la gestione sportiva degli ultimi tre anni. Quello che stiamo pagando oggi, con gli interessi da usura, è il conto cumulativo degli errori abnormi commessi in tre sessioni di mercato chiave: l’estate del 2023, l’inverno del 2024 e, in larga parte, l’estate del 2025. Tre finestre in cui si è navigato senza una bussola progettuale coerente, accumulando profili incompatibili, rimandando il ricambio generazionale e tappando le falle con toppe spesso peggiori del buco.
In mezzo a questo caos gestionale c’è stato un evento storico che, paradossalmente, si è trasformato nel più grande alibi per Aurelio De Laurentiis: il biennio di Antonio Conte. In due anni a Napoli, Conte ha compiuto un autentico miracolo sportivo. Ha preso un gruppo che già mostrava i primi segni di logoramento strutturale, lo ha blindato mentalmente, ne ha spremuto fino all’ultima goccia di sudore e di energia nervosa, mascherando con il lavoro feroce sul campo tutte le lacune di una programmazione societaria miope.
De Laurentiis, baciato ancora una volta da una fortuna sfacciata, ha commesso il peccato capitale più antico del calcio: ha scambiato il miracolo dell’allenatore per il valore eterno e immutabile della rosa. Ha creduto che bastasse conservare l’esistente per continuare a vincere o a galleggiare ai vertici. Da questa illusione ottica sono nati i rinnovi contrattuali in blocco della vecchia guardia, Di Lorenzo, Politano, Spinazzola, Olivera, e l’ostinazione cieca nell’opporsi alla cessione di un Anguissa ormai palesemente a fine ciclo per motivazioni e tenuta atletica. Invece di avere il coraggio di chiudere un’era al momento giusto, ringiovanire l’ossatura e aprire un ciclo nuovo, si è scelto di blindare la comfort zone di una squadra logora.
Finito l’effetto elettroshock di Conte, il velo di Maya è caduto di colpo. La fortuna, con cui il presidente era ampiamente in debito, ha chiuso i rubinetti e ha presentato il conto al tavolo. E per saldare quel conto, De Laurentiis ha pensato bene di fare la scommessa più azzardata e incomprensibile della sua gestione: affidare una squadra usurata e bisognosa di idee fresche al pragmatismo conservatore di Massimiliano Allegri. Una roulette russa giocata con sei proiettili nel tamburo. Come dice un vecchio e saggio adagio partenopeo che ieri sera rimbalzava amaramente tra i commenti del nostro blog, con Aurelio e Max oggi “stamm ‘nman ‘o surd e ‘o cecat”: chi in alto non vuole sentire ragioni sui propri errori di programmazione e chi in panchina sembra non vedere lo scempio tattico che va in scena sotto i suoi occhi.

IL TEATRO DELL’ASSURDO PRESIDENZIALE E IL TABÙ DELL’ESONERO

A rendere il quadro ancora più grottesco, quasi un controcanto surreale alla nostra grafica del post-partita, sono le recenti apparizioni pubbliche di Aurelio De Laurentiis. Mentre la squadra naufraga tra la Spagna e la laguna veneta, il presidente si concede alle telecamere dei telegiornali nazionali per mettere in scena il solito monologo autocelebrativo. Sublima sé stesso, sfida ipotetici investitori a eguagliare i suoi ventidue anni di gestione, disserta di massimi sistemi, di accordi col Comune per lo stadio Maradona e di orizzonti internazionali fissati all’estate del 2027, condendo il tutto con boutade rassicuranti sulla solidità del gruppo e sulla bontà della guida tecnica. 
È uno scollamento dalla realtà che lascia senza fiato. Mentre il proprietario del club parla del 2027 e si incensa davanti agli specchi televisivi, l’ottobre del 2026 ci consegna un Centenario già moralmente compromesso. Cent’anni di storia, di passione viscerale, di generazioni di tifosi che hanno tramandato una fede, ridotti a una comparsata triste in cui a metà autunno subentra già quella rassegnazione sorda che fa persino più male della rabbia. Perché la rabbia presuppone ancora una speranza di reazione; la tristezza sportiva, invece, arriva quando capisci che il giocattolo è rotto e chi dovrebbe ripararlo è impegnato a lodare la propria bravura.
In un club normale, con una catena di comando calcistica moderna, una serata come quella di Venezia, sommata al tracollo di Villarreal e ai segnali di rigetto dello spogliatoio, porterebbe a una riflessione immediata e radicale sulla guida tecnica. Sul mercato degli allenatori liberi non mancherebbero nemmeno i profili capaci di dare una sterzata a 360 gradi, di ribaltare la filosofia del club portando principi di gioco moderni, coraggiosi ed europei, l’esatto opposto concettuale del calcio speculativo visto ieri al Penzo.
Ma tutti noi conosciamo fin troppo bene le leggi non scritte della Filmauro. Cambiare guida tecnica oggi significherebbe due cose che Aurelio De Laurentiis detesta più di ogni altra: ammettere pubblicamente di aver sbagliato tutto in estate e, soprattutto, mettere mano al portafoglio per pagare un esonero sanguinoso accollandosi un ulteriore ingaggio pesante a libro paga. Così, per motivi puramente economici e di orgoglio personale, il rischio concretissimo è quello di restare ostaggi di questo matrimonio sbagliato, trascinando l’agonia di partita in partita e sperando nel miracolo episodico.

IL CORAGGIO DI VOLTARE PAGINA: NON BASTA PIÙ CAMBIARE L’ALLENATORE

Ed è proprio qui che bisogna avere l’onestà intellettuale di andare fino in fondo. Martedì sera al Maradona arriverà il Bodø/Glimt per una gara di Champions League che molti, nei salotti buoni, provano ancora a vendere come l’ennesimo “crocevia decisivo”. La verità è che il crocevia lo abbiamo già superato a folle velocità andando a sbattere contro il muro di Venezia.
Anche qualora martedì dovesse arrivare una vittoria di nervi o di inerzia, nulla cambierebbe nella diagnosi profonda di questo Napoli. Il problema non è più soltanto il 3-5-2 pavido di Allegri, né l’indolenza di Lang a bordocampo, né il mal di pancia di De Bruyne o l’usura dei senatori rinnovati fuori tempo massimo. Questi sono gli effetti, non la causa. La causa risiede in un modello gestionale verticistico, padronale, allergico alla delega e ormai strutturalmente incapace di programmare il futuro senza farsi accecare dal proprio ego.
Per ventidue anni questo modello, tra picchi altissimi e cadute rovinose, ha garantito stabilità finanziaria e stagioni indimenticabili. Ma ogni ciclo storico ha una data di scadenza. Quando nell’anno del Centenario riesci nell’impresa di spegnere l’entusiasmo di un intero popolo già a metà ottobre, regalando prestazioni degne della sintesi grafica più impietosa del nostro blog, significa che il tempo dei rattoppi è scaduto. 
Forse aveva davvero ragione il presidente, involontariamente, nella sua ultima sortita televisiva: è arrivato il momento di guardare oltre. È arrivato il momento di cambiare tutto in questo club, dalle fondamenta, e non soltanto a livello tecnico. Perché gli allenatori passano, i calciatori invecchiano e i moduli si cambiano, ma il Napoli, quello vero, quello che appartiene alla sua gente e ai suoi cent’anni di storia, merita molto di più di una roulette russa giocata sulla pelle dei suoi tifosi.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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