
Nel cinema d’autore, così come nelle grandi tragedie familiari, il momento più feroce non è mai quello in cui va in scena il disastro. Il momento più feroce è il mattino seguente, quando le luci di sala si riaccendono impietose, il trucco cola sui volti degli attori principali e il produttore, chiuso nel proprio ufficio con i libri contabili aperti sulla scrivania, si accorge che la pellicola su cui aveva scommesso l’intero budget stagionale sta già disertando i botteghini.
Ieri raccontavamo di uno Champagne che a Vila-real aveva improvvisamente rivelato tutto il suo retrogusto acre di sughero andato a male e di un giardiniere toscano che, alla vigilia della tempesta spagnola, aveva avuto la pensata autolesionista di sradicare con le proprie mani le piante appena attecchite contro il Frosinone. Oggi, giovedì 15 ottobre, mentre il charter rientrato dalla Comunità Valenciana ha già scaricato a Castel Volturno il suo carico di musi lunghi, notti insonni e nervi a fior di pelle, la prospettiva si allarga. Non è più soltanto una questione di lavagna tattica, di distanze tra i reparti o di centottanta secondi di black-out psicologico. Quella che sta emergendo dalle pieghe delle cronache odierne è la radiografia di una frattura verticale che attraversa l’intera piramide della Società Sportiva Calcio Napoli: dal vertice presidenziale di Aurelio De Laurentiis alla panchina di Massimiliano Allegri, passando per il tavolo operativo di Giovanni Manna, fino ad arrivare al cuore pulsante, o per meglio dire, pericolosamente aritmico, dello spogliatoio.
«È finita la luna di miele con Allegri», sentenzia stamattina La Repubblica, dando un nome e un cognome all’umore nero pece con cui il patron azzurro ha digerito (si fa per dire) il 3-1 dell’Estadio de la Cerámica. Ma per capire davvero quanto sia profondo il baratro tra la narrazione aziendalista e la realtà del campo, non basta leggere i titoli di oggi. Bisogna fare un passo indietro di appena settantadue ore. Bisogna riavvolgere il nastro fino a lunedì 12 ottobre, quando il Titanic azzurro navigava ancora a vele spiegate verso la Spagna e dall’ammiraglia presidenziale partivano dispacci di un ottimismo quasi surreale.
IL CORTOCIRCUITO DEL TG5: QUANDO L’AUTOCELEBRAZIONE INCONTRA L’ICEBERG
Lunedì scorso, accomodato davanti alle telecamere del Tg5, Aurelio De Laurentiis aveva offerto al pubblico nazionale il consueto monologo da monarca illuminato. Aveva celebrato il quarto di secolo trascorso dal suo primo interessamento al club partenopeo, lanciando ai naviganti la solita sfida retorica sul proprio insostituibile peso specifico («Secondo lei c’è qualcuno capace di ripagare i miei sforzi di un quarto di secolo? Se c’è, si faccia avanti»). Aveva trovato persino il tempo di assolvere con una carezza corporativa il pasticcio istituzionale di Giovanni Malagò in FIGC, di cui su queste pagine abbiamo ampiamente sezionato l’anomalia pirandelliana, liquidandolo come il frutto de «l’Italia delle invidie, del malcostume e delle persone che non ti perdonano il successo e l’intelligenza».
Ma il vero capolavoro di miopia profetica, riletto con il senno delle macerie odierne, De Laurentiis lo aveva riservato alla gestione tecnica del suo Napoli. Mentre a San Giovanni a Teduccio i suoi emissari acceleravano i contatti con la Q8 per alimentare l’eterno miraggio immobiliare dello stadio da 70.000 posti, il presidente fotografava così il presente sportivo della squadra: «Allegri è un grande tutelatore dello spogliatoio, sa amministrare bene tutti i calciatori e con lui si lavora in maniera perfetta. De Bruyne? In Belgio si è caricato, ha disputato gare di grande successo e anche noi abbiamo beneficiato della sua condizione».
Fermiamoci a contemplare l’abisso che separa queste parole dalla realtà emersa quarantott’ore più tardi sul prato del Cerámica. È l’effetto straniante di un brano dei Muse dell’era di Absolution: un’introduzione solenne di pianoforte che promette armonia celeste, spazzata via un istante dopo da un muro di distorsioni elettriche e da una batteria che martella Time Is Running Out. Perché il tempo, a metà ottobre, sta già clamorosamente scadendo.
Lunedì sera Allegri era «il grande tutelatore dello spogliatoio» e De Bruyne l’uomo «caricato» dalla Nazionale. Giovedì mattina, lo stesso spogliatoio è una polveriera in cui l’allenatore si sente tradito dai suoi senatori, il fuoriclasse belga ignora platealmente gli ordini dalla panchina e il presidente passa dall’indulgenza paternalistica dei primi passi falsi in Serie A alla furia fredda di chi vede minacciato il vero, unico totem intoccabile della propria gestione: il salvadanaio della UEFA Champions League.
QUARANTA MILIONI A GOL E IL BLUFF DEL «GARANTE EUROPEO»: LA CONTABILITÀ DEL DISASTRO
Chi conosce la grammatica emotiva e finanziaria di Aurelio De Laurentiis sa perfettamente che alla Filmauro le sconfitte non pesano tutte allo stesso modo. Si può tollerare un pomeriggio storto a Firenze, si può archiviare con un’alzata di spalle qualche passaggio a vuoto nel logorio del campionato italiano, ma non si può scherzare con i ricavi e con la vetrina della nuova Champions League a girone unico. L’Europa, per la proprietà, non è semplicemente un traguardo sportivo; è il pilastro di bilancio su cui poggia la sostenibilità di un monte ingaggi e di un piano d’ammortamento mai così onerosi.
Ed è qui che i numeri, tirati fuori dal cilindro stamattina da Tuttosport e Repubblica, assumono la violenza di un atto d’accusa inappellabile. Con zero punti in classifica dopo due turni, quattro reti incassate, una sola realizzata (per giunta grazie alla girata estemporanea di un difensore centrale come Amir Rrahmani) e un umiliante trentunesimo posto complessivo che oggi ci terrebbe fuori persino dalla tagliola dei playoff, il Napoli di Massimiliano Allegri ha appena firmato il peggior avvio della propria storia in Champions League.
Non è un semplice incidente di percorso. È il crollo verticale del presupposto stesso su cui era stato edificato il matrimonio estivo tra il presidente e il tecnico livornese. Quando De Laurentiis ha deciso di voltare pagina dopo l’era feroce e totalizzante di Antonio Conte, di cui solo pochi giorni fa analizzavamo la lezione su “pistole e bazooka” concessa a The Athletic, la scelta di affidare le chiavi della macchina a Massimiliano Allegri rispondeva a una logica aziendale ben precisa: passare dal sergente di ferro che logora i nervi e storicamente fatica nelle notti di coppa al grande diplomatico della panchina, l’uomo delle due finali di Champions, lo stratega capace di navigare nelle acque tempestose d’Europa con il sigaro spento tra le dita.
Peccato che la memoria storica, nel calcio, sia spesso vittima di un’illusione ottica. Se si gratta via la vernice dorata del decennio scorso e si guarda alla fredda contabilità recente, ci si accorge che il “garante europeo” ha smarrito da tempo la formula magica. Il dato statistico è di quelli che fanno tremare i polsi: nelle sue ultime nove partite dirette in Champions League, Massimiliano Allegri ha collezionato ben otto sconfitte. Per ritrovare l’ultima vittoria europea del tecnico toscano bisogna risalire la corrente del tempo fino al 5 ottobre 2022, oltre quattro anni fa, un’era geologica in cui il calcio viaggiava a un’altra velocità e le squadre europee di fascia media, come il Villarreal di martedì sera, non aggredivano ancora con la ferocia coordinata che oggi manda sistematicamente in tilt il palleggio compassato delle formazioni allegriane.
Ma se il curriculum europeo dell’allenatore scricchiola, il banco degli imputati vede seduto in prima fila anche lo stesso De Laurentiis, prigioniero della propria ubris estiva. Per mesi ci siamo sentiti ripetere dal vertice societario un mantra autoassolutorio: «Questo gruppo non ha bisogno di rinforzi, e senza gli infortuni un anno fa avrebbe rivinto lo scudetto». Si è preteso di affrontare una stagione a doppio binario con un organico assemblato per stratificazioni successive, convinti che bastasse la somma aritmetica dei cartellini per fare una corazzata.
I risultati di questa presunzione sono scolpiti nel rapporto mostruoso tra spesa e resa offensiva. Su undici gol totali messi a segno dal Napoli in queste prime otto uscite ufficiali (quattro delle quali, lo ricordiamo sempre a beneficio degli smemorati, concluse con una sconfitta), gli attaccanti in rosa ne hanno firmati appena cinque. Il quarantacinque per cento. Se si parametra questo bottino asfittico ai 200 milioni di euro investiti complessivamente dalla società per allestire il reparto avanzato, la calcolatrice restituisce una cifra che a un imprenditore accorto come De Laurentiis avrà certamente provocato più di un’emicrania notturna: quaranta milioni di euro a gol. Un lusso insostenibile per chiunque, figuriamoci per una squadra che a metà ottobre si ritrova già con le spalle al muro.
«KEVIN, KEVIN!» E IL DITO VERSO LA PORTA: CRONACA DI UN AMMUTINAMENTO IN DIRETTA
C’è un’immagine, ricostruita stamattina con dovizia di particolari da La Gazzetta dello Sport, che meglio di qualsiasi conferenza stampa fotografa il fallimento della presunta “gestione perfetta dello spogliatoio” decantata lunedì al Tg5. È un fotogramma che appartiene al primo tempo dell’Estadio de la Cerámica, in quei minuti convulsi in cui il Villarreal aveva appena ribaltato la partita approfittando del suicidio assistito di Politano e dell’immobilità statuaria di Di Lorenzo.
Sulla linea laterale, Massimiliano Allegri perde la proverbiale halma. Vede la sua mediana imbarcare acqua da tutte le parti, vede Billy Gilmour annaspare in mezzo al palleggio iberico e capisce che l’unico modo per non affondare è cambiare la geometria del centrocampo. Si sbraccia, cammina nervosamente lungo la striscia di gesso e passa gran parte della frazione a urlare a squarciagola un solo nome nel frastuono dello stadio spagnolo: «Kevin! Kevin!».
La richiesta tattica è elementare, persino banale per un calciatore con il quoziente intellettivo calcistico di De Bruyne: abbassare il proprio raggio d’azione sulla linea dei mediani per dare una linea di passaggio pulita in uscita, lasciando a Scott McTominay il compito di buttarsi dentro a riempire l’area di rigore. È la mossa che Allegri confesserà poi candidamente ai microfoni di Sky con quelle quattro parole, «Non ci siamo capiti», che ieri avevamo subito cerchiato in rosso.
Ma il retroscena odierno aggiunge il dettaglio più inquietante, quello che trasforma un’incomprensione tattica in un caso politico di insubordinazione silenziosa: ai richiami disperati del suo allenatore, Kevin De Bruyne non ha risposto. Non si è nemmeno voltato per incrociare lo sguardo della panchina. Ha continuato a camminare sul prato verde, sbuffando, allargando le braccia a ogni controllo difettoso dei compagni e, soprattutto, indicando ostinatamente con il dito la porta avversaria.
Quel dito puntato verso l’area spagnola mentre il tuo allenatore ti implora di venire a dare una mano in trincea è il manifesto plastico del «conglomerato di eremiti» di cui parlavamo ieri. È il linguaggio del corpo di un aristocratico del pallone che ritiene lesa maestà sporcarsi la smoking nella propria metà campo, convinto che il suo compito a Napoli sia esclusivamente quello di dipingere sulla trequarti quando gli altri gli portano l’acqua. Ed è la certificazione che tra le due figure più pesanti, pagate e carismatiche del pianeta azzurro, il tecnico pluriscudettato e il fuoriclasse ex Manchester City, si è consumato un blackout comunicativo totale. Un corto circuito talmente grave che nella ripresa Allegri è stato a un passo dal richiamarlo in panchina per punizione, trattenendosi solo per non innescare un incidente diplomatico in mondovisione.
IL «TRADIMENTO» DEI CINQUE SENATORI E LA FINE DELL’ILLUSIONE DIALOGANTE
Se il caso De Bruyne è la punta dell’iceberg, ciò che ribolle sotto la superficie dell’acqua a Castel Volturno è il fallimento di un’intera filosofia di conduzione del gruppo.
Sabato sera, sull’onda dell’euforia per il gol ritrovato dopo 322 giorni contro il tenero Frosinone, Noa Lang si era lasciato andare a una confidenza velenosa: «Conte non mi parlava, con Allegri sento più fiducia». In molti, nei salotti buoni dell’informazione cittadina, avevano salutato quelle parole come la prova della ritrovata serenità ambientale: via il tiranno che ti toglie il respiro in allenamento, benvenuto lo zio saggio che ti lascia libero di esprimere il tuo talento.
Settantadue ore dopo, quella stessa libertà si è rivelata per ciò che era realmente: una cambiale in bianco firmata a un gruppo che, non appena si allenta il morso del controllo feroce, smarrisce immediatamente la percezione del pericolo, la fame agonistica e il senso del sacrificio collettivo. Allegri ha privilegiato il dialogo, ha concesso fiducia, ha difeso i suoi giocatori davanti ai microfoni; in cambio, nella notte decisiva di Vila-real, ha ricevuto una prestazione molle, presuntuosa, isterica.
Non stupisce, allora, il tono glaciale con cui ieri pomeriggio il tecnico ha accolto la squadra al centro sportivo dopo il rientro dalla Spagna. Come riporta stamattina Il Mattino, non c’è stato spazio per la diplomazia individuale: «nessun colloquio privato, nessuna seduta personalizzata, nessuna pacca sulla spalla». Un discorso unico, frontale, brutale, davanti a tutto lo spogliatoio riunito. Perché Massimiliano Allegri, oggi, si sente letteralmente tradito dai senatori. Si sente abbandonato proprio da quella spina dorsale di campioni navigati su cui pensava di poter appoggiare la transizione tattica della squadra.
I nomi finiti sul taccuino nero dell’allenatore sono cinque, e compongono l’intera geografia del potere interno allo spogliatoio azzurro:
Kevin De Bruyne, per l’anarchia tattica e quell’insofferenza gestuale che, invece di trascinare i compagni nei momenti di burrasca, finisce per umiliarli e deprimerli;
Giovanni Di Lorenzo, il capitano, l’uomo che dovrebbe incarnare la tenuta mentale della nave e che invece in Spagna è apparso piantato sui talloni nell’azione del 2-1 di Mouriño, salvo poi chiudere la serata rimediando l’ennesimo cartellino giallo per puro nervosismo;
Matteo Politano, non tanto e non solo per l’assist suicida confezionato sui piedi di Mikautadze, quanto per il modo in cui dopo quell’errore si è letteralmente auto-espulso psicologicamente dalla gara per quaranta minuti;
Scott McTominay, a cui pure la gestione tecnica concede l’attenuante di un ultimo mese tormentato dai guai fisici, ma la cui involuzione rispetto al tuttocampista dominante della passata stagione sta togliendo al Napoli l’unico vero motore verticale della mediana;
Frank Anguissa, finito nel mirino per una presenza fin qui quasi ectoplasmatica, avendo trascorso dall’inizio dell’anno solare molto più tempo sui lettini dell’infermeria che in mezzo al campo a fare legna.
Quando un allenatore arriva a sentirsi tradito contemporaneamente dal proprio capitano, dalla propria stella internazionale e dai tre perni del centrocampo e delle corsie esterne, significa che l’empatia tecnica non è mai davvero scoccata. Significa che le parole di Allegri («Questa squadra deve tornare a essere una squadra, o forse deve diventare definitivamente una squadra») non sono uno sprone motivazionale, ma una diagnosi clinica di rigetto.
IL TEATRINO DELLE SMENTITE, IL VERTICE CON MANNA E L’IPOCRISIA DEL «PARAVENTO»
Di fronte a una crepa di queste proporzioni, l’apparato comunicativo che gravita attorno a Castel Volturno ha immediatamente attivato i protocolli di contenimento del danno. È un copione che a Napoli conosciamo a memoria, una commedia degli equivoci in cui più una notizia viene smentita con veemenza, più se ne certifica l’esistenza sotterranea.
Da un lato, i megafoni più vicini alla presidenza si affrettano a giurare che «il Napoli non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di un ritiro» e che la squadra lavora «in totale unità d’intenti, isolata dal fastidioso rumore di fondo». Contemporaneamente, si smentiscono categoricamente i «musi lunghi e gli sguardi tesi» tra Allegri e il direttore sportivo Giovanni Manna: «Nulla di più falso», ci fanno sapere.
Peccato che, appena due righe più sotto nelle stesse identiche cronache che negano qualsiasi tensione dirigenziale, emerga il contenuto reale del vertice andato in scena ieri a Castel Volturno tra l’allenatore e il DS: il Napoli ha già stabilito che a gennaio bisognerà intervenire pesantemente sul mercato con almeno due o tre rinforzi strutturali.
Rileggiamola bene, questa notizia, perché contiene un’ammissione di colpa gigantesca. Siamo al 15 ottobre. Il mercato estivo ha chiuso i battenti da appena quarantacinque giorni. Tre giorni fa De Laurentiis spiegava al mondo che questa rosa era talmente perfetta e profonda da non aver bisogno di alcun ritocco e oggi l’area tecnica è già costretta a pianificare il mercato di riparazione invernale per tappare le falle di un progetto nato storto. Altro che «unità d’intenti» e «fastidioso rumore di fondo»: quel vertice tra Allegri e Manna è la sconfessione ufficiale della linea presidenziale estiva. È la presa d’atto che la coperta è corta, che i ricambi non danno garanzie ad alto livello e che l’esperimento di lanciare nella mischia della Champions League ragazzi come Giovane, tenuto fuori dalle liste fino all’altro ieri, è stato il gesto disperato di chi non sa più dove pescare energie e soluzioni.
E non è meno ipocrita la gestione diplomatica con cui si sta preparando la delicatissima trasferta di sabato pomeriggio in laguna contro il Venezia. Tutti sanno che l’atteggiamento di De Bruyne a Vila-real meriterebbe un segnale forte da parte della società e dell’allenatore. Ma poiché nessuno, a Castel Volturno, ha la forza politica per aprire uno scontro frontale con il giocatore più pagato e mediatico della rosa, ecco spuntare la soluzione all’italiana raccontata stamattina da Repubblica: l’esclusione di De Bruyne camuffata dietro il «paravento del turnover».
Non una scelta tecnica rivendicata alla luce del sole per ristabilire le gerarchie dello spogliatoio, ma una mezza misura avvolta nella carta velina della gestione delle forze in vista del Bodø/Glimt. Un compromesso al ribasso che rischia di non risolvere il problema alla radice, lasciando intatta l’ambiguità tattica di un giocatore che, quando tornerà in campo martedì sera, continuerà a pensare di poter indicare la porta avversaria mentre il suo allenatore si sgola sulla linea laterale.
LA LAGUNA DI NICOLA, IL GHIACCIO DEL BODØ E IL CRINALE DI OTTOBRE
Mentre nei corridoi del centro sportivo si consumano questi equilibrismi di potere, il calendario non aspetta e presenta al Napoli una settimana che ha tutti i crismi del giudizio universale.
Sabato alle 15:00, nello scenario stretto, umido e storicamente ostico dello stadio “Pier Luigi Penzo”, gli azzurri troveranno ad attenderli il Venezia di Davide Nicola. Chi mastica calcio sa cosa significhi affrontare una squadra appena affidata alle cure di Nicola, il profeta delle salvezze impossibili, l’uomo che trasforma ogni contrasto in una questione di sopravvivenza biologica. Allegri lo ha capito prima degli altri e, nel post-gara di martedì, ha lanciato un avvertimento che suona come una profezia sinistra: «Se a Venezia non andiamo con l’umiltà e il rispetto di metterci al pari loro, usciremo con le ossa rotte».
Per evitare le ossa rotte, il tecnico livornese si prepara all’ennesimo ribaltone, un ritorno precipitoso all’antico che suona come una tardiva ammissione degli errori commessi in Spagna: dentro di nuovo Meret tra i pali dopo il disastroso esperimento Milinković-Savić; dentro di nuovo Lobotka a rimettere ordine in una mediana rimasta orfana del suo sintetizzatore; dentro Spinazzola e Lang sulla catena di sinistra; spazio persino ai rientri graduali dalla panchina dei lungodegenti Anguissa, Olivera e Alisson Santos. E là davanti, con Højlund spremuto dalle quattro gare in Nazionale e dal doppio impegno ravvicinato, si profila la scommessa da dentro o fuori su Lorenzo Lucca dal primo minuto: un ragazzo su cui piovono già le sentenze impietose degli ex bomber («Non regge la pressione di Napoli, cambiare aria gli farebbe bene», ha tagliato corto oggi Stefan Schwoch) e che in laguna si giocherà una fetta enorme della propria credibilità in maglia azzurra.
Perché sabato a Venezia non sono in palio soltanto tre punti per non perdere contatto con il treno di testa della Serie A. Sabato a Venezia è in palio la libertà personale del gruppo: come confermato dal Corriere dello Sport, qualora dal “Penzo” non dovesse arrivare una vittoria convincente, la società è pronta a far scattare quel ritiro punitivo a Castel Volturno fino a martedì sera che oggi i canali ufficiali si affannano a negare.
Poi, martedì 20 ottobre, sotto i riflettori del Maradona, arriveranno i norvegesi del Bodø/Glimt. E lì non ci saranno più paraventi, né veline sulle amicizie dirigenziali, né interviste accomodanti ai telegiornali della sera che tengano. Sarà uno spareggio secco per non salutare di fatto l’Europa già in autunno, prima ancora che il calendario ci scaraventi addosso gli scontri diretti contro la Roma di Gasperini e la Juventus.
La luna di miele tra Aurelio De Laurentiis e Massimiliano Allegri è finita nel fango del Cerámica, sepolta sotto quattro sconfitte in otto partite e sotto il peso di due ego giganteschi che oggi si guardano in cagnesco, cercando ciascuno il proprio colpevole nello specchio dell’altro. Il presidente scopre improvvisamente che i 200 milioni spesi non bastano se manca un’anima; l’allenatore scopre che la calma olimpica e la gestione morbida, senza un’idea feroce di calcio e di disciplina, producono soltanto anarchia; i senatori scoprono che il credito accumulato in passato è ufficialmente esaurito.
Sabato alle tre del pomeriggio, tra i canali della laguna veneziana, capiremo se questo Napoli ha ancora un’orchestra disposta a seguire uno spartito comune o se siamo davvero condannati ad ascoltare, fino a primavera, il rumore assordante di undici solisti che suonano ciascuno per conto proprio mentre il teatro va a fuoco.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
P.S. Come in ogni psicodramma sportivo che si rispetti, al collasso tattico e nervoso puntualmente si aggiunge la beffa clinica. A stretto giro dalla pubblicazione di questo articolo, il club ha appena comunicato lo stop di David Neres: «Lesione di basso grado del muscolo semimembranoso della coscia destra. Il calciatore ha già iniziato l’iter riabilitativo».
Proprio pochi giorni fa, Aurelio De Laurentiis pontificava in tv che “senza gli infortuni un anno fa avremmo rivinto lo scudetto”, usandoli come alibi per le macerie del passato e garanzia di autosufficienza per il presente. Oggi, nel momento di massima vulnerabilità di Allegri e con un attacco da 200 milioni sotto processo per la sua sterilità, perdiamo proprio l’uomo che avrebbe dovuto spaccare in due le difese chiuse di Venezia e Bodø/Glimt. Piove sul bagnato a Castel Volturno. E la famosa rosa che “non aveva bisogno di rinforzi”, improvvisamente, si scopre non solo corta, ma anche bucata.
Rispondi