
Ci sono risvegli in cui il palato, ancora illuso dal retrogusto frizzante e nobile di una festa appena celebrata, si ritrova improvvisamente invaso dall’amaro acre del sughero andato a male. Quarantott’ore. Tanto è durata la nostra luna di miele con l’illusione. Lunedì mattina preparavamo le valigie per la Spagna cullandoci nella dolcezza plastica di un 3-0 al Frosinone che ci era sembrato il manifesto di una ritrovata maturità, l’atto di nascita di un ecosistema finalmente armonico, capace di unire il granito alla poesia. Mercoledì pomeriggio, mentre raccogliamo i cocci taglienti disseminati sul prato dell’Estadio de la Cerámica, la realtà ci presenta il conto con la brutalità di un esattore che non accetta dilazioni: quella di sabato scorso non era la primavera del nuovo Napoli di Massimiliano Allegri. Era un’estate di San Martino effimera e ingannevole, una vittoria episodica contro un avversario morbido che aveva semplicemente nascosto la polvere sotto il tappeto.
Il 3-1 incassato ieri sera per mano del Villarreal non è soltanto una sconfitta pesante nelle proporzioni e umiliante nella genesi psicologica. È una sentenza provvisoria ma spietata sullo stato dell’arte del nostro progetto tecnico. Perché i numeri, quando smettono di essere addomesticati dalla retorica aziendalista, hanno la durezza fredda del marmo: su otto partite ufficiali disputate dall’inizio di questa stagione tra Serie A e UEFA Champions League, il Napoli ne ha già perse quattro. La metà esatta. Una partita su due lasciamo il campo a testa bassa, svuotati, in balia degli eventi e delle nostre stesse amnesie. In Europa il ruolino di marcia parla di due sconfitte su due, zero punti in classifica, un solo gol segnato, quattro incassati e un desolante trentunesimo posto nella graduatoria unica che oggi ci vedrebbe clamorosamente fuori persino dalla zona playoff. Se questo doveva essere l’anno della ricostruzione solida e del pragmatismo scientifico, qualcuno ha sbagliato i calcoli statici delle fondamenta.
IL GIARDINIERE CHE HA SRADICATO LE SUE STESSE PIANTE
Per comprendere il naufragio spagnolo bisogna partire proprio da lì, dalla panchina e da quelle radici che sabato ci sembravano così ben nutrite. Chi conosce le leggi della terra e la cura di un giardino sa che non esiste errore più letale del dissotterrare una pianta appena attecchita per spostarla altrove alla vigilia di una tempesta. Eppure, nella notte più delicata di questo autunno europeo, Massimiliano Allegri ha deciso di smentire se stesso e di smontare con le proprie mani il giocattolo che quarantott’ore prima aveva funzionato a meraviglia.
Alla vigilia, il tecnico livornese aveva liquidato le questioni tattiche come «discorsi da bar», salvo poi presentarsi a Vila-real con una formazione iniziale che è parsa un esercizio di incomprensibile autolesionismo. Perché togliere dai pali Alex Meret, reduce da una gara di totale sicurezza e pulizia, per gettare nella mischia Vanja Milinković-Savić? La giustificazione ufficiosa, sfruttare il piede lungo e la costruzione dal basso del gigante serbo per scavalcare il pressing spagnolo, si è sciolta come neve al sole al primo rinvio sbilenco: non solo il Napoli non ha guadagnato un solo metro in fase di impostazione, ma si è ritrovato con un portiere capace di effettuare una sola parata in novanta minuti, raccogliendo per tre volte il pallone in fondo al sacco su appena quattro conclusioni totali indirizzate nello specchio dal Villarreal.
Ma il vero delitto concettuale si è consumato nel cuore della mediana. Lunedì scrivevamo che Stanislav Lobotka è il sintetizzatore perfetto di questa squadra, il metronomo capace di tenere insieme l’architettura sonora del Napoli come in un brano dei Talk Talk. Privarsi volontariamente di Lobotka dal primo minuto sul campo di una squadra spagnola che fa del palleggio corto e della densità feroce la propria religione è stato l’equivalente di mandare un’orchestra sul palco della Royal Albert Hall dopo aver chiuso a chiave il direttore nello spogliatoio. Al suo posto, Allegri ha consegnato le chiavi del tempio a un Billy Gilmour volenteroso ma isolato e a uno Scott McTominay che in questo momento è la sbiadita, malinconica controfigura del tuttocampista dominante che avevamo imparato ad amare. Senza ritmo nelle gambe, in evidente debito d’ossigeno dopo la mezz’ora di rodaggio col Frosinone, lo scozzese ha vagato per sessanta minuti nel deserto del Cerámica senza mai trovare le distanze, né in interdizione né in inserimento.
A completare il quadro di un turnover schizofrenico, ecco la scelta di rispolverare Matteo Politano a tutta fascia, nel ruolo logorante dell’era Conte, chiedendogli un sacrificio difensivo che oggi non ha più nelle corde mentali prima ancora che fisiche, e di lanciare dal primo minuto il giovane brasiliano Giovane, passato nel giro di pochi giorni dall’esclusione nelle liste al debutto da titolare nell’élite della Champions League, lasciando contemporaneamente seduti in panchina Leonardo Spinazzola, Noa Lang e quel David Neres che in campo aperto avrebbe dovuto rappresentare il nostro grimaldello naturale. Un azzardo presuntuoso, figlio dell’idea errata che il Napoli visto col Frosinone potesse permettersi di gestire le risorse come una corazzata già arrivata a destinazione.
CENTOTTANTA SECONDI DI FOLLIA: L’AUTOPSIA DI UN CROLLO PSICOLOGICO
Il paradosso più atroce della notte di Vila-real è che i primi venti minuti avevano persino alimentato l’inganno. Il Napoli era partito con il piglio giusto, allargando le maglie del 4-4-2 disegnato da Pérez e trovando già all’ottavo minuto il vantaggio con Amir Rrahmani: prima il miracolo di Luiz Júnior, schierato all’ultimo istante dal Villarreal per il forfait di Gulácsi, e poi la girata feroce, quasi da centravanti consumato, del centrale kosovaro per lo 0-1. Quando poco dopo Benoît Badiashile si è immolato con un salvataggio monumentale su Mikautadze, la partita sembrava apparecchiata sul binario più congeniale alle corde allegriane: difesa bassa, spazi chilometrici davanti e la possibilità di colpire in contropiede.
Abbiamo avuto per due volte sulla racchetta il match point dello 0-2. Lo abbiamo sprecato per sufficienza, per un eccesso di narcisismo negli ultimi venti metri. E nel calcio europeo, quando non uccidi il tuo avversario mentre barcolla alle corde, firmi la tua condanna a morte.
Ciò che è accaduto tra il minuto ventitré e il minuto ventisei non appartiene alla categoria della sfortuna o degli episodi sfavorevoli; appartiene alla psicopatologia calcistica di una squadra fragile. Al 23′, Matteo Politano, schiacciato nella propria trequarti, ha partorito un retropassaggio suicida, un invito a nozze cieco e scellerato su cui Georges Mikautadze si è avventato come un falco per firmare l’1-1. Può capitare un errore tecnico individuale, per quanto pacchiano e inaccettabile a questi livelli. Ciò che non può e non deve mai capitare a una grande squadra è che un singolo errore mandi in cortocircuito l’intero sistema nervoso collettivo.
Politano è letteralmente uscito dalla partita in quell’istante, prigioniero del proprio fantasma fino alla sostituzione dell’ora di gioco (e va almeno dato atto al ragazzo di averci messo la faccia nel post-gara, chiedendo scusa ai tifosi senza cercare alibi). Ma insieme a lui si è sciolto l’intero Napoli. Centottanta secondi dopo il pareggio, invece di congelare il pallone e far passare la mareggiata, gli azzurri hanno messo in scena la fiera dell’orrore in uscita: quattro passaggi orizzontali senza capo né coda, una palla persa banalmente sulla trequarti, Gerard Moreno che innesca la percussione personale di Santiago Mouriño e un Giovanni Di Lorenzo inspiegabilmente piantato sui talloni, incapace di accorciare e di spendere anche solo un fallo tattico prima che il terzino uruguaiano trafiggesse Milinković-Savić per il 2-1.
In tre minuti, il castello di carte costruito sabato sera è crollato sotto il peso delle sue stesse crepe. Non è servito a nulla avere a fine gara un indice di Expected Goals superiore agli spagnoli (1,88 contro 1,34), toccare 28 palloni nell’area avversaria o creare tre grandi occasioni: dal ventiseiesimo minuto in poi il Napoli ha smesso di pensare come un collettivo ed è sprofondato in una frenesia isterica, disordinata, impotente. Il 100% di contrasti vinti dal Villarreal (10 su 10) contro i 15 falli di pura frustrazione commessi dagli azzurri racconta meglio di qualsiasi lavagna tattica la differenza abissale di ferocia agonistica vista in campo. E il 3-1 definitivo firmato all’86’ da Tani Oluwaseyi su imbucata di Ayoze Pérez, due subentrati freschi che hanno scherzato con una difesa ormai sbilanciata e rassegnata dopo l’ennesimo giallo per nervosismo rimediato da Di Lorenzo, non è stato altro che il sigillo burocratico su una resa già scritta da tempo.
IL «CONGLOMERATO DI EREMITI» E IL CASO DE BRUYNE: QUANDO BOWIE CAMMINA NEL BUIO
Se lunedì avevamo paragonato la mediana del Napoli ai sintetizzatori d’avanguardia dei Talk Talk e la classe di Kevin De Bruyne all’eleganza aliena di David Bowie, la colonna sonora di Vila-real somigliava piuttosto ai solchi più cupi, claustrofobici e dissonanti di Pornography dei The Cure, o a un nastro magnetico inceppato che ripete all’infinito lo stesso rumore bianco. Ed è impossibile, oggi, fare un’analisi onesta senza mettere il dito nella piaga più dolorosa e ingombrante di questo avvio di stagione: il caso legato a Kevin De Bruyne.
Quarantott’ore fa celebravamo il suo Champagne Grand Cru contro il Frosinone; ieri sera, non appena l’intensità atletica e la pressione sul portatore di palla si sono alzate al livello standard della Champions League, il fuoriclasse belga è evaporato. Un solo tiro tentato in novanta minuti, zero assist, zero strappi, un cartellino giallo rimediato al 62′ per pura frustrazione e, soprattutto, un linguaggio del corpo che non può lasciare indifferenti. Chi lo accusa di «camminare in campo» quando la squadra perde il controllo del palleggio tocca un nervo scoperto che a Castel Volturno covava già da una settimana, fin da quando il numero 11 aveva deciso di restare in ritiro con il Belgio nonostante la squalifica in Nations League, saltando la ripresa degli allenamenti del lunedì.
Ma c’è di più, ed è emerso con fragore nelle ore successive alla disfatta. Tra De Bruyne e la panchina azzurra ieri sera si è consumato uno strappo tattico evidente, confermato senza troppi giri di parole dallo stesso Allegri ai microfoni di Sky: «Cos’è successo con De Bruyne? Gli avevo chiesto di andare in mezzo al campo e di avanzare McTominay, ma non ci siamo capiti». «Non ci siamo capiti». Quattro parole che pesano come un macigno sulle colonne dei quotidiani odierni, con La Repubblica che squarcia il velo sulle tensioni tra il belga e lo staff tecnico per le indicazioni ignorate durante la ripresa.
Ha ragione chi oggi, richiamando una celebre ed eterna immagine di Eugenio Montale, ha definito questo Napoli un «conglomerato di eremiti». Undici individui di indubbio talento che condividono lo stesso spazio fisico ma non abitano lo stesso orizzonte emotivo e tattico. Da una parte un campione monumentale come De Bruyne che sembra quasi sospeso in una dimensione solitaria, splendido quando i ritmi sono blandi e gli avversari gli concedono tre metri per dipingere, ma insofferente e scollegato quando c’è da rincorrere nel fango; dall’altra un centravanti come Rasmus Højlund lasciato sistematicamente al buio, costretto a fare a sportellate spalle alla porta contro Navarro e Renato Veiga senza mai ricevere un pallone giocabile sulla corsa, se non negli ultimi venti minuti di assalto disperato accanto a un Lorenzo Lucca che continua a non trovare la scintilla della propria ripartenza. E in mezzo i subentrati: un David Neres irriconoscibile, frettoloso e fumoso quando servivano i suoi strappi per spaccare la partita, e un Noa Lang che sabato pungeva Antonio Conte («Non mi parlava, con Allegri sento più fiducia») ma che sul prato spagnolo ha finito per incartarsi da solo ad ogni singolo tentativo di dribbling.
LO SFOGO DI ALLEGRI E IL CORTOCIRCUITO COMUNICATIVO
Quando un allenatore dell’esperienza e del cinismo comunicativo di Massimiliano Allegri si presenta davanti alle telecamere e perde la bussola della calma olimpica che aveva predicato fino al giorno prima, quella stessa «calma» che Badiashile raccontava con entusiasmo di aver appena imparato in italiano, significa che il livello di guardia nello spogliatoio è stato ampiamente superato.
Il botta e risposta negli studi televisivi con Fabio Capello e il lungo sfogo del tecnico toscano meritano di essere vivisezionati parola per parola: «In Italia è diventata quasi una vergogna saper difendere. Le partite si possono perdere, ma non così. Anche col Frosinone ho visto gli stessi errori, solo che sabato non li abbiamo pagati. Non è possibile che appena perdiamo palla concediamo agli altri un tiro in porta: in questo momento la percezione è che in qualsiasi istante rischiamo di prendere gol».
Fermiamoci un secondo a riflettere su questa confessione. Allegri ci sta dicendo due cose gravissime. La prima è che il 3-0 al Frosinone era, anche ai suoi occhi, un’illusione ottica costellata dagli stessi identici difetti strutturali visti a Vila-real. La seconda è che a metà ottobre, dopo tre mesi di lavoro dall’inizio del ritiro estivo, la sua squadra non ha né equilibrio nelle transizioni negative né tenuta mentale alle prime difficoltà, ed è lo stesso allenatore a scaricare pubblicamente le colpe sui singoli, da Di Lorenzo bacchettato in diretta tv per la mancata reattività su Mouriño fino al malinteso con De Bruyne.
Tutto questo assume contorni quasi grotteschi se sovrapposto alle dichiarazioni rilasciate appena ventiquattr’ore prima da Aurelio De Laurentiis al TG5. Lunedì il presidente celebrava trionfalmente la svolta tattica («Non ho mai avuto dubbi su Allegri, finalmente la difesa a tre!») mentre apriva sibillinamente alla cessione del club («Se qualcuno vuole comprare, si faccia avanti»). Ventiquattr’ore dopo, quella stessa difesa a tre, rimasta orfana del filtro del centrocampo e tradita dagli esterni, è naufragata sotto i colpi di Mikautadze, Mouriño e Oluwaseyi. Il problema non è il vestito numerico, non è il 3-4-3 o il 3-4-2-1: il problema è che quando una squadra perde la propria anima collettiva e smarrisce l’umiltà del sacrificio, qualsiasi modulo diventa una coperta troppo corta.
LA TIRANNIA DELLA CLASSIFICA E UN CALENDARIO CHE NON FA PRIGIONIERI
Guardiamo in faccia la realtà dei numeri, senza il filtro dell’amore incondizionato che pure ci lega a questa maglia ogni singolo giorno. Otto partite ufficiali giocate: vittorie con Genoa, Bologna e Frosinone; pareggio a Firenze; sconfitte contro Como al Maradona, Inter a San Siro, Arsenal al Maradona e Villarreal alla Cerámica. Quattro sconfitte su otto. Dieci gol subiti complessivamente. Ogni singola volta che l’asticella della difficoltà tecnica o agonistica si è alzata, contro l’Inter, contro l’Arsenal, contro il Villarreal, persino contro l’organizzatissimo Como di inizio stagione, il Napoli è andato al tappeto. Abbiamo vinto esclusivamente contro chi, oggi, naviga nella pancia molle o nei bassifondi della Serie A (Genoa diciassettesimo a 4 punti, Bologna quattordicesimo a 5, Frosinone nono a quota 10).
In campionato siamo ottavi con 10 punti in sei giornate. È vero che sabato avevamo rosicchiato due punti a un paio di concorrenti, ma la vetta occupata da Inter e Lazio dista già sei lunghezze, la Roma terza è a +4 con una difesa di ferro (appena 3 reti incassate in sei gare), il sorprendente Cagliari quarto ci guarda dall’alto a quota 13 e davanti a noi ci sono anche Milan (12), Juventus (11) e quello stesso Como (11) che ci ha espugnato il Maradona a fine agosto.
In Champions League la situazione è persino più drammatica. Il nuovo formato a girone unico non perdona chi parte ad handicap: essere trentunesimi a zero punti e con una differenza reti di -3 dopo due turni significa aver già bruciato ogni margine d’errore. Per entrare almeno tra le prime ventiquattro ed evitare l’onta di un’eliminazione prematura già a gennaio, serviranno verosimilmente tra gli 11 e i 12 punti nelle restanti sei gare.
Ed è qui che il calendario tra metà ottobre e fine novembre si staglia davanti a noi come una parete verticale di sesto grado da scalare a mani nude:
Sabato 17 ottobre andiamo al Pier Luigi Penzo contro il Venezia del nuovo allenatore Davide Nicola, ultimo in classifica a zero punti e con sedici gol subiti. Sulla carta una formalità; nella realtà psicologica di questo Napoli, una trappola mortale nella laguna, tanto che lo stesso Allegri ha già messo le mani avanti avvertendo che «se a Venezia non saremo umili usciremo con le ossa rotte». I probabili rientri tra i convocati di Anguissa, Olivera e Alisson daranno ossigeno alle rotazioni, ma nessuno di loro ha i novanta minuti nelle gambe dopo i lunghi stop.
Martedì 20 ottobre al Maradona arriva il Bodø/Glimt, fermo come noi a zero punti: uno spareggio da dentro o fuori in cui qualsiasi risultato diverso dalla vittoria equivarrebbe a un mezzo funerale europeo.
Sabato 24 ottobre ospitiamo la Roma nel Derby del Sole; quattro giorni dopo (mercoledì 28 ottobre) saremo di scena a Monza nel turno infrasettimanale; e domenica 1° novembre andremo all’Allianz Stadium per Juventus-Napoli, nella notte del grande ritorno di Allegri a Torino.
Neanche il tempo di respirare e mercoledì 4 novembre voleremo in Portogallo, nella bolgia dell’Estádio do Dragão contro il Porto (anch’esso disperato a zero punti in Champions), prima di ricevere la capolista Lazio al Maradona nel lunch match di domenica 8 novembre e di andare a far visita al Manchester City all’Etihad Stadium il 24 novembre, prima delle ultime tre tappe europee contro Club Brugge, Sabah (nella lunghissima trasferta azera di Baku a gennaio) e Viking.
In ventidue giorni, tra il 17 ottobre e l’8 novembre, questo Napoli si gioca l’intera stagione, la credibilità europea e le residue ambizioni di vertice in Serie A.
L’ORA DELLA TRINCEA: BASTA ALIBI, BASTA SOLITUDINI
Non c’è più tempo per i ricami estetici, per le guerre di religione sui moduli o per i musi lunghi dei solisti. Se la trasferta di Vila-real ci ha insegnato qualcosa, nella sua cruda spietatezza, è che il talento individuale scollegato dal sacrificio collettivo nel calcio europeo del 2026 viene triturato senza pietà. Il Villarreal non aveva campioni dal pedigree paragonabile a Kevin De Bruyne, ma aveva dieci uomini che hanno vinto il cento per cento dei contrasti, che si sono aiutati nel momento dello svantaggio iniziale e che hanno azzannato la giugulare di un Napoli presuntuoso non appena hanno sentito l’odore del sangue.
Massimiliano Allegri è stato chiamato all’ombra del Vesuvio esattamente per impedire che la squadra si sciogliesse come accaduto ieri sera tra il minuto ventitré e il minuto ventisei. Se la sua cura si riduce a lamentarsi in televisione del fatto che in Italia «sembra una vergogna saper difendere», mentre la sua stessa squadra incassa dieci reti in otto gare e va in bambola al primo retropassaggio sbagliato, allora il problema non è culturale: è di guida tecnica e di tenuta mentale.
Rimettiamo Meret tra i pali. Restituiamo a Lobotka il centro di gravità permanente di questa mediana fin dal primo minuto. Recuperiamo l’impatto fisico di Anguissa e l’equilibrio di Olivera senza forzare i tempi ma senza più regalare il centrocampo agli avversari. E soprattutto, si chiudano le porte dello spogliatoio di Castel Volturno e si guardino negli occhi i senatori e i nuovi arrivati, da capitan Di Lorenzo a De Bruyne: a Napoli nessuno chiede l’infallibilità, ma nessuno è disposto a tollerare la supponenza, i passaggi a vuoto nervosi o la sensazione di assistere a un «conglomerato di eremiti» dove ognuno suona il proprio spartito ignorando il compagno che annega a cinque metri di distanza.
Lo Champagne di sabato scorso sapeva di tappo e la sbornia è passata nel peggiore dei modi. Adesso comincia il tempo del pane duro, del fango di Venezia e delle notti senza appello. L’orchestra è scordata e la tempesta è già sopra le nostre teste: chi non ha il carattere per scendere in trincea lo dica subito, perché da sabato in poi non saranno ammessi altri “eremiti”.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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