
Fonte: Goal.com
Il lunch match della quinta giornata ci ha consegnato un pareggio per 1-1 denso di spunti di riflessione, andato in scena nella suggestiva cornice dello Stadio Artemio Franchi. Una struttura storica che, pur in attesa di definire i propri orizzonti infrastrutturali e di restyling, si conferma uno dei campi più complessi e ostici da espugnare dell’intera Serie A.
Il Napoli torna a casa con un punto, ma soprattutto con indicazioni precise su come il modello tattico stia progressivamente assimilando i princìpi proattivi e di alta intensità richiesti in questa fase della stagione. Andiamo a smontare e riassemblare i 90 minuti di Firenze, per capire cosa ha funzionato, cosa ha scricchiolato e in che direzione sta viaggiando la barca azzurra.
LE SCACCHIERE INIZIALI: IL 4-3-3 E LA RICERCA DELLA FLUIDITÀ
Massimiliano Allegri ha varato un 4-3-3 che, ben lungi dall’essere un sistema rigido e posizionale, sta assumendo connotati sempre più fluidi. Tra i pali Vanja Milinković-Savić; la linea a quattro composta dall’inamovibile Di Lorenzo, Rrahmani, Rafa Marín (chiamato a letture preventive fondamentali) e Mathías Olivera. È in mezzo al campo, però, che si accende il cuore pulsante del gioco azzurro: un centrocampo di purissima qualità tecnica con Lobotka vertice basso, affiancato da Kevin De Bruyne e Billy Gilmour. Davanti, il tridente con Politano e Lang a supporto del centravanti Rasmus Højlund.
Dall’altra parte, la Fiorentina ha risposto con un modulo speculare: De Gea tra i pali, Jimenez, Dragusin, Ranieri e Viery in difesa. Ndour, Fagioli e Atta in mediana, a sostegno del tridente offensivo formato da Mastantuono, Pellegrino e Njie.
Fin dai primi minuti, è parso chiaro l’intento del Napoli: sfuggire alle maglie del pressing avversario non attraverso lanci lunghi, ma sfruttando un gioco relazionale. I giocatori azzurri non hanno occupato passivamente gli spazi predeterminati, ma si sono costantemente mossi in funzione della posizione del pallone, creando sovraccarichi e scambi nello stretto, specialmente sull’asse di destra tra Di Lorenzo, De Bruyne e Politano.
IL PRIMO TEMPO: IL DOMINIO DEL RITMO E L’INSERIMENTO DI GILMOUR
La prima mezz’ora del Napoli è stata un manuale di proattività. L’alta intensità nel recupero palla, innescata spesso dalle scalate in avanti di Rafa Marín e dalle letture anticipate di Lobotka, ha costretto la Fiorentina ad abbassare il baricentro.
Il Napoli ha utilizzato De Bruyne come “falso trequartista”, permettendo al belga di abbassarsi per ricevere e scambiare, liberando al contempo lo spazio per gli inserimenti dei compagni. Questa fluidità ha disordinato le linee viola, costringendo Fagioli e Ndour a rincorse faticose. Il culmine di questa espressione tattica è arrivato al minuto 22. Una rete che nasce proprio dall’applicazione dei princìpi di gioco corti: il pallone mosso rapidamente sul perimetro, la densità creata in zona palla e lo spazio che si apre sul lato debole. Billy Gilmour, con i tempi di inserimento che stanno diventando un suo marchio di fabbrica, attacca lo spazio alle spalle della mediana fiorentina e capitalizza l’azione superando De Gea.
Dopo lo svantaggio, la Fiorentina ha provato ad alzare i ritmi del pressing, culminato con l’ammonizione per frustrazione del giovane Mastantuono al 41′. Il Napoli, tuttavia, ha saputo gestire il possesso con maturità fino al fischio di chiusura della prima frazione, assorbendo la pressione senza rinunciare a costruire dal basso.
L’INIZIO RIPRESA E L’ADEGUAMENTO VIOLA
Il secondo tempo si apre con una mossa tattica sulla panchina della Fiorentina: fuori Viery, dentro Valdepeñas (45′). Un cambio che dà immediatamente una scossa atletica all’assetto difensivo e di spinta dei padroni di casa. La Fiorentina alza la linea di aggressione e, approfittando di un fisiologico momento di abbassamento dei ritmi della mediana azzurra, trova il pertugio giusto.
Al 50′, Alex Jimenez firma il gol del pareggio. La rete viola evidenzia una delle poche sbavature nelle transizioni difensive del Napoli in questa gara. Quando la palla viene persa in uscita o l’avversario riesce a eludere la prima linea di pressione, la scalata della linea a quattro azzurra non è stata fulminea. Jimenez è stato bravo a sfruttare il corridoio e a concretizzare, ridando ossigeno e inerzia al Franchi.
LE LETTURE DI ALLEGRI: L’IMPATTO DI LUCCA E IL CAMBIO DI PASSO
Incassato l’1-1, si poteva temere un contraccolpo psicologico, ma è qui che la lettura a gara in corso di Massimiliano Allegri ha dimostrato lucidità. Al 57′, un doppio cambio chirurgico muta lo spartito offensivo: fuori un generoso ma imbrigliato Højlund e uno stanco Noa Lang, dentro Lorenzo Lucca e David Neres.
L’ingresso di Lucca merita una parentesi specifica. Nonostante molti leggeranno questo passaggio come una sorta di eresia, il centravanti italiano, oltre a dover giocare perché, non essendo stato ceduto, deve contribuire al bene della squadra e, per farlo deve accumulare minuti, ha dimostrato, nelle ultime uscite, di essere una valida arma tattica per questo Napoli. Con lui in campo, la squadra ha acquisito una dimensione fisica diversa. Lucca non ha agito solo come finalizzatore, ma come punto di riferimento per le sponde, permettendo ai centrocampisti di appoggiarsi a lui nei momenti in cui la Fiorentina alzava un pressing asfissiante. La sua capacità di ripulire i palloni sporchi e di difendere la sfera spalle alla porta ha riequilibrato le geometrie azzurre, costringendo Dragusin e Ranieri (quest’ultimo ammonito poco dopo, al 61′) a un lavoro logorante.
Dall’altra fascia, David Neres ha riacceso il motore dell’uno contro uno, fondamentale per scardinare difese chiuse e abbassare nuovamente il raggio d’azione dell’esterno basso avversario.
LA SCACCHIERA FINALE: INTENSITÀ E GESTIONE
Dal 65′ in poi, la partita si è trasformata in una vera e propria partita a scacchi. La Fiorentina inserisce forze fresche (Pedro Gonçalves e Beto) per dare fisicità agli strappi offensivi. Allegri risponde mantenendo alta la pressione e rinfrescando i binari laterali e il filtro centrale: al 71′ Favasuli rileva Politano per garantire corsa e copertura bidirezionale, mentre all’89’ Anguissa entra per un Lobotka spremuto fino all’ultima goccia, per blindare il centro del campo nei minuti di recupero.
Il Napoli chiude la partita in avanti, cercando il gol vittoria attraverso le trame relazionali che hanno caratterizzato il primo tempo. La Fiorentina si rintana, come testimonia anche l’ammonizione rimediata dall’esperto De Gea all’82’ per perdita di tempo, sintomo di una squadra che stava soffrendo il ritorno di fiamma degli uomini di Allegri.
CONSIDERAZIONI E PROSPETTIVE
Al netto del tabellino che recita 1-1, l’analisi tattica ci restituisce un Napoli vitale, in grado di imporre il proprio palleggio per lunghi tratti su un campo affatto semplice. I princìpi del gioco proattivo sono visibili e, sebbene l’amalgama tra i protagonisti più esperti e i nuovi interpreti debba ancora raggiungere il 100% dell’efficienza nel mantenimento dell’intensità per tutti i 90 minuti, la direzione tracciata dallo staff tecnico è incoraggiante.
La solidità nel gestire la pressione, l’utilizzo funzionale della rosa (l’inserimento di Lucca è da manuale della lettura della partita) e l’intercambiabilità posizionale del trio di centrocampo sono mattoni pesanti su cui continuare a costruire. Il Napoli torna da Firenze con una consapevolezza rinnovata: il processo di crescita passa anche da questi pareggi sporchi ma giocati a viso aperto, in piena aderenza alla filosofia che amiamo vedere in campo.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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