Immagine tratta dall’articolo del Financial Times

Oggi ci prendiamo una pausa dalle vicende del rettangolo verde per volgere lo sguardo verso il nostro mare. Il Golfo di Napoli, da sempre musa di poeti e cantanti, si appresta a diventare il palcoscenico dell’evento sportivo internazionale più antico e affascinante del mondo: la 38esima America’s Cup, prevista per il prossimo luglio.
A ricordarci la portata mastodontica di questo evento non è un media locale, ma niente meno che il Financial Times, la prestigiosa testata economico-finanziaria britannica, che ieri, in un approfondito articolo firmato da Amy Bell, ha analizzato la trasformazione epocale di questa competizione, ponendo proprio Napoli al centro di una rivoluzione sportiva e commerciale senza precedenti.
Mettetevi comodi, perché quello che stiamo per vivere non è solo un evento sportivo, ma un punto di svolta che cambierà per sempre il volto della vela e porterà le immagini di Napoli in ogni angolo del pianeta.

DALLA BAIA DEGLI ANGELI AL GOLFO PARTENOPEO

Il reportage del Financial Times si apre con una cartolina dalla Baia degli Angeli, al largo delle coste della Sardegna meridionale, dove si è da poco consumata la prima regata preliminare. Sotto un cielo primaverile e con il vento che fa sventolare i tricolori, il mare di Cagliari ha offerto un assaggio di ciò che ci aspetta. Secondo una leggenda locale, in quelle acque si svolse una battaglia tra l’arcangelo Michele e Lucifero; ma la battaglia a cui ha assistito il pubblico sardo è stata tutta tecnologica e sportiva, con le imbarcazioni di Italia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Francia e Svizzera che scivolavano sull’acqua sollevate dai loro hydrofoil, sembrando letteralmente “volare” sulle onde.
Ma, come sottolinea il quotidiano britannico, Cagliari è solo l’antipasto. L’obiettivo, il vero traguardo di tutti i team, è Napoli. Marzio Perrelli, neo-amministratore delegato dell’America’s Cup Partnership, ha chiarito subito le proporzioni di ciò che accadrà nel nostro Golfo. Il successo di pubblico in Sardegna è stato un ottimo segnale, ma Napoli sarà un’altra storia.
«Abbiamo alzato l’asticella, ha dichiarato Perrelli al Financial Times,. Oggi lo sport non è solo la competizione in sé, ma tutto ciò che la circonda». L’obiettivo di questo ex banchiere d’investimento è prendere i 175 anni di storia della competizione e trasformarli in qualcosa che possa “brillare ancora di più oggi e domani”. E quale vetrina migliore di Napoli per far brillare questo gioiello?

SOPRAVVIVERE O MORIRE: LA FINE DELLA DITTATURA DEI VINCITORI

Ma perché questa 38esima edizione napoletana è così importante? L’articolo del Financial Times fa luce su un aspetto fondamentale: la Coppa America stava per morire, schiacciata dal suo stesso peso e dalle sue regole arcaiche.
Per 175 anni, la struttura, la location e persino le regole di ogni edizione venivano decise unicamente dal vincitore dell’edizione precedente. Questo creava un’incertezza totale. Nessuno sapeva quando ci sarebbe stata la gara successiva, né dove, né con quali barche. Un incubo per gli sponsor, per i broadcaster e per i team stessi.
«Mantenere la Coppa così com’era significava farla morire», ammette candidamente Grant Dalton, amministratore delegato del team Emirates Team New Zealand, attuale detentore del trofeo. «Semplicemente non era più sostenibile».
Dopo 12 mesi di trattative infuocate e anni di tentativi falliti, è stato finalmente trovato un accordo storico per una nuova governance condivisa. Ed è qui che Napoli entra nella storia della competizione non solo come sede, ma come il primo palcoscenico della “Nuova Era”. Da ora in poi, le regole e il calendario dovranno essere concordati da tutti i team partecipanti. La Coppa si svolgerà ogni due anni, e non più ogni tre o quattro, con regate preliminari più piccole a riempire i periodi intermedi.
Sir Ben Ainslie, a capo del team britannico GB1 (il Challenger of Record ufficiale contro la Nuova Zelanda), ha spiegato al quotidiano inglese l’importanza di questo cambiamento: «In passato il vincitore si inventava le regole, quindi non c’era mai continuità. Ogni volta, dopo la fine dell’America’s Cup, c’era un vuoto assoluto». Ora, sapere che la finale si terrà a Napoli a luglio permette a tutti di programmare con anni di anticipo, esattamente come avviene per la finale dei Mondiali di calcio.

IL TETTO DI SPESA: MENO MILIARDARI, PIÙ COMPETIZIONE

Uno degli aspetti più interessanti dell’analisi del Financial Times è quello economico. Storicamente, l’America’s Cup è stata il passatempo di eccentrici miliardari disposti a bruciare capitali immensi pur di vincere. Questo ha portato, nelle scorse edizioni, a un crollo dei partecipanti.
Per invertire la rotta, è stato introdotto un budget cap (un tetto di spesa) di 55 milioni di euro per team. I risultati? Immediati e straordinari. Invece dei soli 3 team previsti inizialmente, a Napoli vedremo ben 7 squadre darsi battaglia, con i graditissimi ritorni di colossi come Australia e Stati Uniti.
«Stava diventando troppo costoso partecipare», ammette ancora Dalton. Considerato il dominio assoluto della Nuova Zelanda (vincitrice di tre edizioni consecutive), «non era molto allettante per le altre squadre sborsare altri 200 milioni di euro solo per farsi battere di nuovo». Il limite di spesa ha riequilibrato le forze, attirando anche investimenti di Private Equity. Il Financial Times cita l’esempio del team britannico, supportato da Oakley Capital: un segnale chiaro che, con le nuove regole, la vela sta diventando un modello di business sostenibile e attraente per i grandi fondi d’investimento.

L’EFFETTO SAILGP: VELOCITÀ, ADRENALINA E BARCHE VOLANTI

L’altro grande nemico della vecchia Coppa America era la noia, o meglio, l’incapacità di catturare le nuove generazioni. Sotto questo aspetto, il Financial Times evidenzia come la competizione abbia subìto l’enorme pressione della SailGP, una lega velistica moderna dove catamarani volanti regatano ad altissima velocità vicino alle coste.
«La SailGP si è posizionata come un evento ad alto impatto, veloce e vicino alla spiaggia», confessa Dalton. «Ci stavano letteralmente mangiando il pranzo».
Per rispondere a questa sfida, l’America’s Cup ha abbandonato i vecchi, lenti e pesanti monoscafi che restavano a contatto con l’acqua, sposando definitivamente la tecnologia foiling. A Napoli vedremo veri e propri “mostri” aerodinamici sollevarsi sull’acqua e sfrecciare a velocità impensabili fino a pochi anni fa. Questo zittirà forse i puristi e i tradizionalisti della vela, ma, come fa notare Perrelli, sta rendendo il torneo incredibilmente appetibile per gli investitori. L’adrenalina è il nuovo carburante della competizione.

OLTRE IL CLUB ESCLUSIVO: DONNE, GIOVANI E INCLUSIVITÀ

Ma la rivoluzione non è solo economica o tecnologica. C’è un profondo cambiamento culturale in atto, e l’America’s Cup che sbarcherà nel nostro Golfo sarà la più inclusiva di sempre. Il Financial Times dedica un’ampia sezione alle nuove politiche di reclutamento, prendendo ad esempio il programma britannico Athena Pathway.
Un tempo, per salire su una di queste barche, dovevi essere un velista di fama mondiale o una medaglia olimpica. Oggi, le porte si stanno aprendo. «Avere questa opportunità da giovani è incredibile», racconta Dylan Fletcher, timoniere del team britannico GB1 e medaglia d’oro olimpica. «Io ci ho messo fino a 36 anni per entrare nella Coppa e ho dovuto vincere un oro olimpico per farcela. Ora fanno selezioni aperte e prendono semplicemente i migliori».
Ancora più rivoluzionario è lo spazio conquistato dalle donne. L’America’s Cup femminile ha debuttato nel 2024 (con quattro donne per barca), e le nuove regole impongono che un velista su cinque che gareggerà nella competizione principale sia una donna. Hannah Mills, a capo del team femminile britannico, ha spiegato al quotidiano: «Quando crescevo non c’erano donne coinvolte, quindi non lo vedevi mai come qualcosa che potevi fare… è un enorme passo avanti». E ci sarà spazio anche per i giovanissimi, come Sam Webb, che grazie ai test sui simulatori è passato in un attimo dalle derive giovanili alle regate di Cagliari. L’America’s Cup non è più una casta chiusa.

IL GRANDE PALCOSCENICO DI NAPOLI: UN’IMMAGINE CHE FARÀ IL GIRO DEL MONDO

Cosa significa tutto questo per Napoli? Significa che la nostra città non ospiterà l’ennesima noiosa regata per ricchi, ma il culmine di una rinascita sportiva internazionale. Ospiteremo l’evento che segnerà il “Punto Zero” della nuova era della vela mondiale.
Gli organizzatori sperano, e noi ne siamo certi, che il pubblico risponderà in massa. Le parole di Marzio Perrelli in chiusura dell’articolo del Financial Times suonano come una vera e propria dichiarazione d’amore alle potenzialità della nostra terra:
“Avremo le barche in gara con Capri sullo sfondo, circondate da centinaia di migliaia di persone. Quella sarà una delle immagini più forti che lo sport abbia mai prodotto”.
Fermiamoci un attimo a riflettere su queste parole. Il Financial Times non sta parlando solo di vela, sta parlando dell’impatto visivo, emotivo ed economico che l’accostamento tra l’innovazione estrema di queste “barche volanti” e la bellezza millenaria del nostro Golfo genererà a livello globale.
Pensate al Lungomare Caracciolo, a Castel dell’Ovo, a Posillipo gremiti di tifosi. Pensate all’indotto per gli alberghi, i ristoranti, le attività commerciali. Sarà una vetrina planetaria che andrà ben oltre il prestigio sportivo, consacrando Napoli (che già ha dimostrato di saper accogliere i grandi eventi con un calore ineguagliabile) come una capitale globale moderna, dinamica e pronta al futuro.
Manca circa un anno al grande evento. Ma il vento, nel Golfo, ha già iniziato a cambiare. E noi del blog saremo qui per raccontarvi ogni singola onda di questa magnifica avventura. Preparatevi, perché il mondo sta per guardare Napoli e, come sempre, non rimarrà deluso.

Giulio Ceraldi

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