Diego Armando Maradona e Giancarlo Antognoni.
Fonte: Mundial Style – Vintage Football

All’ombra delle iconiche scale elicoidali e della celebre pensilina sospesa progettate da Pier Luigi Nervi, lo Stadio Artemio Franchi si prepara a ospitare un lunch match domenicale che si preannuncia come un crocevia nevralgico per i destini e le identità tattiche di Fiorentina e Napoli. Alle 12:30 di domenica 20 settembre, la sfida valida per la quinta giornata di Serie A 2026/27 non metterà di fronte soltanto due squadre alla ricerca disperata di continuità, ma due visioni del calcio intrinsecamente e visceralmente distanti. Si affronteranno due scuole di pensiero, due modi opposti di intendere il controllo dello spazio, la gestione del pallone e la concezione del rischio. Sul prato toscano assisteremo alla collisione tra la fluidità offensiva e la ricerca del dominio territoriale della nuova Fiorentina di Paolo Vanoli e il pragmatismo utilitaristico, chirurgico e spietato del Napoli forgiato a immagine e somiglianza di Massimiliano Allegri.

LA RINASCITA VIOLA: DALLA DISFATTA AL TRIONFO DEL PENZO

Per comprendere appieno la portata della sfida che attende il Napoli, è imprescindibile analizzare la metamorfosi che ha investito la Fiorentina nelle ultime due settimane. L’avvio stagionale sotto la guida di Fabio Grosso è stato un autentico calvario tattico. La squadra, nel tentativo di implementare un possesso palla elaborato ma sterile, aveva mostrato una disconnessione allarmante tra i reparti, concedendo praterie incalcolabili alle transizioni avversarie. Undici reti incassate in pochissime uscite avevano certificato il fallimento di un progetto tecnico abortito in tempi record.
Il subentro in corsa di Paolo Vanoli ha impresso una sterzata immediata, e i risultati si sono palesati in modo dirompente nell’ultima, pirotecnica trasferta di campionato contro il Venezia, vinta dai viola per 4-2 allo Stadio Pier Luigi Penzo. In Laguna, la Fiorentina ha mostrato il suo nuovo volto: una squadra capace di assorbire la pressione e ribaltare il fronte con una velocità di pensiero e di esecuzione nettamente superiore al recente passato. Nonostante una difesa ancora perfettibile (i gol subiti da Akor Adams al 22′ e da Antoine Hainaut nei minuti finali testimoniano persistenti lacune nelle marcature preventive e sui cali di tensione a palla scoperta), la produzione offensiva è stata semplicemente devastante.
Vanoli ha riequilibrato il sistema abbassando leggermente la linea di prima pressione e chiedendo ai suoi centrocampisti, in particolare a Brescianini e Pedro Gonçalves, di lavorare con maggiore dedizione sulle linee di passaggio avversarie. La definitiva certificazione di questa cura ricostituente è poi arrivata in Coppa Italia, con il netto 3-0 inflitto al Pisa, una gara in cui la retroguardia, schierata con Dragusin e Pongračić, ha finalmente mantenuto la porta inviolata, dimostrando che le distanze tra i reparti stanno fisiologicamente accorciandosi. La Fiorentina che si presenterà al Franchi non è più la squadra sfilacciata di agosto, ma una formazione galvanizzata, consapevole del proprio potenziale offensivo e pronta a fare la partita.

FRANCO MASTANTUONO: L’ANARCHIA ORGANIZZATA NEI MEZZI SPAZI

Il vero propulsore, l’anima tecnica e il faro di questa neonata Fiorentina porta un nome e un cognome ben precisi: Franco Mastantuono. Il talento cristallino argentino (in possesso di cittadinanza italiana), arrivato in prestito dal Real Madrid per trovare continuità, ha letteralmente squarciato il campionato con una prestazione antologica contro il Venezia. La sua clamorosa tripletta, reti al 29′, al 30′ e l’ultimo sigillo all’84’, non è stata frutto del caso, ma la sublimazione di un’intelligenza tattica fuori dal comune, unita a doti balistiche di rara purezza.
Mastantuono non è un trequartista classico, né un’ala pura. Nel 4-3-3 ibrido di Vanoli (che spesso si modella in un 4-2-3-1 in fase di possesso), l’argentino opera prevalentemente nei mezzi spazi, ovvero quelle porzioni di campo verticali situate tra la fascia e le zone centrali. La sua capacità di ricevere palla orientato verso la porta avversaria, sfuggendo al cono d’ombra dei mediani, lo rende un rebus tattico di difficilissima risoluzione. Contro il Venezia, Mastantuono ha fluttuato costantemente alle spalle del centrocampo avversario, sfruttando la spinta degli esterni per isolarsi nell’uno contro uno o per armare il suo sinistro letale.
Per il Napoli, disinnescare l’ex “canterano” dei Blancos sarà la priorità assoluta. Lasciargli il tempo di girarsi tra le linee significherebbe esporsi a imbucate fatali o a conclusioni dalla media distanza. La chiave per Allegri sarà la compattezza del pacchetto centrale: Gilmour e, soprattutto, Lobotka dovranno eseguire un lavoro certosino di “schermatura”, coadiuvati da una linea difensiva che non dovrà concedere la profondità, costringendo Mastantuono a ricevere palla spalle alla porta o ad abbassarsi eccessivamente per entrare nel vivo del gioco, allontanandolo di fatto dalla zona di rifinitura.

IL MANIFESTO DI ALLEGRI: IL CINISMO CONTRO IL BOLOGNA

Se la Fiorentina arriva al lunch match spinta dall’entusiasmo dei gol e dalle giocate del suo gioiello argentino, il Napoli si presenta al Franchi con la corazza pesante, temprata nell’ultima, fondamentale e sudatissima vittoria per 1-0 contro il Bologna. La sfida del Maradona è stata il perfetto manifesto programmatico del calcio di Massimiliano Allegri: una partita bloccata, spigolosa, priva di orpelli estetici ma dominata da un rigoroso e inscalfibile pragmatismo tattico.
Contro una squadra ostica e ben disposta in campo come il Bologna, il Napoli ha rinunciato alla ricerca spasmodica del predominio territoriale. Il primo tempo si è chiuso su uno 0-0 che ha premiato le difese, con gli azzurri schierati in un granitico 4-3-3 capace di trasformarsi in un 4-5-1 in fase di non possesso, configurando un blocco medio-basso densissimo e compatto. L’idea di Allegri non è quella di recuperare il pallone il più vicino possibile alla porta avversaria tramite un gegenpressing asfissiante, bensì di abbassare il baricentro, negare sistematicamente la profondità e chiudere ogni linea di passaggio centrale, invitando gli avversari a un possesso perimetrale a forma di “U”.
Il Napoli ha saputo soffrire, ha accettato che il Bologna palleggiasse in zone non pericolose, per poi colpire con letale cinismo nel secondo tempo. La rete di Stanislav Lobotka al 66′ è arrivata nel momento in cui la squadra di Allegri, fiutato il fisiologico calo di intensità avversario, ha alzato repentinamente i ritmi della transizione offensiva. Saper vincere partite “sporche” gestendo strategicamente i momenti della gara (i cosiddetti momenti della partita tanto cari al tecnico livornese) è una dote che il Napoli sta interiorizzando sempre di più. Questo approccio reattivo e calcolatore rappresenta l’esatta antitesi al calcio relazionale e proattivo di stampo spagnolo; è un ritorno a una saggezza tattica che fa dell’equilibrio il suo dogma inscalfibile.

IL NUOVO SANGUE AZZURRO: Antonio VERGARA E LA SPINTA DI COSTANTINO FAVASULI

Se la struttura difensiva è il marchio di fabbrica, la partita contro il Bologna ha offerto spunti di eccezionale interesse riguardo al rinnovamento e alle scelte di formazione del centrocampo azzurro, zone in cui Allegri sta forgiando i talenti del domani. L’inserimento dal primo minuto di Antonio Vergara, classe 2003 originario di Frattaminore, è un segnale fortissimo. Vergara, reduce da prestiti formativi importanti (come l’esperienza alla Reggiana, dove è maturato enormemente nonostante la sfortuna degli infortuni), ha giocato 45 minuti di grande applicazione. Centrocampista mancino dotato di ottima visione di gioco e grande qualità nel palleggio, Vergara è stato impiegato come mezzala con compiti di raccordo.
Sebbene sia ancora in fase di pieno adattamento al sistema estremamente rigido di Allegri, che richiede ai centrocampisti letture preventive perfette e un posizionamento maniacale, il suo impiego da titolare testimonia la volontà dello staff tecnico di inserire gradualmente qualità tecnica pura per supportare l’uscita del pallone dal basso. La sua staffetta all’intervallo con Noa Lang fa parte di un fisiologico processo di crescita in una piazza esigente come Napoli.
Ma il vero e proprio terremoto tattico contro il Bologna si è verificato all’inizio della ripresa, con l’ingresso in campo di Costantino Favasuli al posto di Matteo Politano. “Il Treno d’Africo”, prelevato quest’estate dal Catanzaro con la formula del prestito con obbligo di riscatto, ha letteralmente spaccato la partita. Esterno destro classe 2004, Favasuli abbina una straordinaria capacità polmonare a uno spirito di sacrificio encomiabile. Il suo ingresso ha garantito al Napoli un duplice vantaggio tattico. In fase di non possesso, la sua propensione al ripiegamento ha blindato la corsia destra, offrendo un raddoppio sistematico in supporto a capitan Di Lorenzo; in fase di transizione positiva, la sua progressione palla al piede ha ribaltato il campo in una frazione di secondo.
Non è un caso che sia stato proprio Favasuli, con un’incursione travolgente e una lettura perfetta dello spazio, a servire l’assist decisivo per la rete da tre punti di Lobotka. Giocatori con l’intensità e l’abnegazione di Favasuli sono il pane quotidiano per il sistema di Allegri, il quale necessita di “gregari di lusso” capaci di interpretare entrambe le fasi con la medesima ferocia agonistica. Al Franchi, considerando le difficoltà della Fiorentina sugli esterni, gli strappi del classe 2004 (sia dall’inizio che a gara in corso) potrebbero rivelarsi l’arma tattica definitiva per scardinare il sistema di Vanoli.

LA GESTIONE DELLO SPAZIO: IL FATTORE HØJLUND E IL RUOLO DI LUCCA

In questa complessa scacchiera, le dinamiche offensive del Napoli si reggono su interpreti dalle caratteristiche molto precise. Con una squadra impostata per difendere bassa e ripartire verticalmente, il peso e l’efficacia delle transizioni ricadono interamente sulle caratteristiche del terminale offensivo principale: Rasmus Højlund.
L’attaccante danese è il grimaldello ideale per esplorare i campi aperti concessi dalle difese avversarie. Quando il Napoli recupera il pallone schiacciato negli ultimi trenta metri, la richiesta di Allegri non è quella di consolidare il possesso prolungato o di fraseggiare con i difensori centrali, bensì di cercare immediatamente l’appoggio diretto verso le punte o il lancio nello spazio. La velocità in campo aperto di Højlund, unita alla sua strapotenza fisica nei duelli spalla a spalla, obbligherà la coppia centrale viola (Dragusin-Ranieri o Pongračić) a corse all’indietro massacranti. Se la Fiorentina oserà alzare il baricentro per assecondare la regia di Mastantuono, si esporrà inevitabilmente agli strappi del danese, vero e proprio fattore di squilibrio nelle transizioni positive azzurre.
Alle spalle di Højlund, scalpita Lorenzo Lucca, ormai consolidatosi come il “Piano B” tattico per eccellenza di Massimiliano Allegri. L’apporto del gigante ex Pisa e Udinese è stato finora timido in termini realizzativi, ma la sua utilità strutturale a gara in corso rimane indubbia. Quando la squadra fatica a risalire il campo, quando le gambe si fanno pesanti o quando gli avversari si chiudono a riccio nei minuti finali costringendo il Napoli ad affidarsi ai cross laterali, Lucca diventa un target ineludibile. Contro la Fiorentina, il suo ingresso nel secondo tempo (come avvenuto al 74′ contro il Bologna proprio per rilevare Højlund) servirà a garantire centimetri preziosi sia per calamitare i lanci disperati dalla difesa, sia per fornire supporto sulle palle inattive in entrambe le aree di rigore.

PAZIENZA, CINISMO E IL DOMINIO INVISIBILE

Il lunch match del Franchi non sarà una partita per palati alla ricerca esclusiva del tiki-taka, ma una sontuosa lezione di tattica applicata. La Fiorentina di Vanoli farà la partita, spinta dal proprio pubblico e dall’estro debordante di Franco Mastantuono. Proverà a dilatare le maglie del centrocampo azzurro, cercando combinazioni nello stretto e sovrapposizioni esterne.
Il Napoli di Allegri, dal canto suo, farà esattamente ciò che ama fare: attenderà, subirà (apparentemente) l’iniziativa avversaria, chiuderà le linee di passaggio centrali costringendo i viola a sfogarsi sulle fasce, e si preparerà a mordere. Chi avrà la pazienza di mantenere le proprie distanze senza farsi ingolosire dalle uscite fuori tempo, chi saprà gestire i fisiologici cali di tensione (come quelli costati due reti alla Fiorentina contro il Venezia) e chi riuscirà ad attivare con più efficacia le catene laterali (le cavalcate di Favasuli contro i ripiegamenti tardivi viola), porterà a casa i tre punti.
In una sfida tra il fuoco della rinascita gigliata e il ghiaccio del pragmatismo azzurro, il controllo dello spazio, più ancora del controllo del pallone, sarà l’unico vero giudice insindacabile.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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