
Non ce ne siamo accorti. Ci è passata sotto gli occhi, ma non l’abbiamo vista, o forse abbiamo preferito chiudere gli occhi. Nel turbinio quotidiano di formazioni, moduli e discussioni tattiche, ci culliamo spesso nell’illusione che il calcio sia rimasto quello che ci faceva battere forte il cuore da bambini. Leggendo una profondissima analisi di Dario Ceccarelli sulle colonne de Il Sole 24 Ore, che prende a sua volta spunto dal saggio “Il Neocalcio” dei colleghi Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò, emerge una realtà ineludibile: il business, la globalizzazione e la grande finanza hanno riscritto per sempre il DNA di questo sport.
Ceccarelli ha il merito di gettare acqua gelida sulle nostre illusioni romantiche. Quell’Europeo del 2021 che ci ha dolcemente ingannato, o i gol spettacolari che vediamo ogni fine settimana, servono solo a mascherare una mutazione genetica strutturale. Il calcio dei presidenti-mecenati, del “bomber che deve solo segnare”, della bottiglietta d’acqua passata dal massaggiatore al posto del cooling break cronometrato, è un reperto archeologico. Oggi parliamo di fondi di investimento, di asset finanziari, di player trading spietato e di un sistema che, nel bene e nel male, obbedisce a logiche del tutto nuove.
L’ILLUSIONE DEL PASSATO E IL MONDIALE “EXTRA-LARGE”
Il pezzo de Il Sole 24 Ore parte da un’osservazione acuta sui Mondiali americani a 48 squadre, una manifestazione ipertrofica che stiamo vivendo e raccontando proprio in queste settimane. Come sanno i lettori più affezionati di questo blog, con la nostra rubrica estiva Storie Mondiali stiamo analizzando da vicino il percorso di nazionali un tempo considerate “esotiche”, dall’Uzbekistan a Curaçao, fino all’entusiasmo dei tifosi di Capo Verde in delirio per il passaggio ai sedicesimi. Questa espansione, se da un lato offre favole calcistiche inedite, dall’altro risponde a una logica di massimizzazione degli introiti voluta dalla FIFA.
Ed è guardando alle sedi di questo Mondiale 2026 che capiamo la portata del fenomeno. Impianti colossali come l’AT&T Stadium di Dallas, scelti non solo per la capienza ma per la capacità di generare ricavi ancillari inimmaginabili per le arene europee del Novecento. È il trionfo dello sport-entertainment americano che colonizza il Vecchio Continente e le sue tradizioni. Non si tratta solo di allargare il torneo, ma di trasformare ogni partita in un Super Bowl, in un evento globale che prescinde quasi dall’aspetto prettamente sportivo.
STADI “NON-LUOGHI”: IL TIFOSO VS IL TURISTA
Uno dei passaggi più incisivi dell’articolo di Ceccarelli riguarda la trasformazione degli stadi. I templi del tifo si stanno trasformando in spazi asettici, “non-luoghi” privi di memoria dove l’unica cosa che conta è il merchandising, la corporate hospitality e le salette per i VIP. L’esempio di San Siro, considerato “non adeguato” per gli Europei 2032 nonostante la sua storia gloriosa, è emblematico.
“A farne le spese, naturalmente, è il tifoso tradizionale, quello che andava a tifare i suoi beniamini con il figlio, sciarpa e bandiera. Anche lui è diventato reperto del passato, un ex protagonista di una coreografia andata in disuso.” (Dario Ceccarelli – Il Sole 24 Ore)
E a Milano la tendenza è già realtà: una percentuale considerevole degli spettatori è composta da turisti stranieri che vivono la partita come un’attrazione da inserire nel tour della città. Dobbiamo chiederci, con onestà intellettuale, se questo processo non stia inesorabilmente investendo anche Napoli. Certo, il calore della nostra piazza resta un unicum in Europa, ma l’impatto della globalizzazione sulla Serie A impone a tutti i club di inseguire queste logiche di ricavo se vogliono sopravvivere ai vertici. L’esigenza di avere uno stadio moderno, orientato al business ed ecologicamente all’avanguardia (un tema caro anche nell’edilizia residenziale odierna), è diventata il dogma calcistico indiscusso.
IL NAPOLI, IL “COSTO DEL LAVORO ALLARGATO” E LA NECESSITÀ DEL PLAYER TRADING
Qui sul blog amiamo analizzare le dinamiche con rigore, con quello stile analitico che spesso rintracciamo più nella stampa britannica che in quella italiana. E proprio agganciandoci alle riflessioni di Ceccarelli, dobbiamo guardare in casa nostra.
Noi tifosi napoletani abbiamo il dovere della memoria storica. Non dobbiamo mai dimenticare l’onta del nostro fallimento storico, arrivato in quel drammatico 2004. Quella cicatrice ci ricorda ogni giorno che la sostenibilità economica non è una vuota parola da aziendalisti, ma l’unica garanzia di sopravvivenza del club. Oggi, la bussola per navigare in queste acque turbolente si chiama CLA (Costo del Lavoro Allargato).
Il rispetto rigido dei parametri finanziari e del tetto ingaggi-ammortamenti è ciò che detta il mercato. In quest’ottica, la politica del club è chiara e inevitabile: il Napoli deve ciclicamente cedere i suoi pezzi migliori. Quando arrivano offerte monstre dai top club europei o da mercati con disponibilità illimitate, la cessione dei campioni più rappresentativi non è una mancanza di ambizione, ma una mossa strutturale. È la benzina che permette al motore di continuare a girare. Trattenere a forza giocatori che pretendono ingaggi fuori dai parametri azzurri significherebbe affossare il bilancio. Il player trading spietato è il prezzo da pagare per rimanere competitivi ad alti livelli senza indebitarsi. Si vende a tanto, si reinveste con intelligenza scovando nuovi talenti: è l’unica via del “Neocalcio” per chi non ha alle spalle fondi sovrani.
IL CAMPO NON MENTE: TATTICA E TROFEI NELL’ERA DEL BUSINESS
Eppure, non tutto è riducibile alle fredde cifre di un foglio Excel. Il paradosso affascinante di questo sport è che alla fine c’è un pallone che rotola su un prato verde. E il nostro Napoli, proprio grazie a una gestione oculata, ha dimostrato che si può vincere anche in questa era.
Pensiamo alla gioia immensa della Supercoppa Italiana vinta nel dicembre 2025. Un trofeo sollevato al cielo che ha certificato la bontà del progetto tecnico, dimostrando che bilanci in ordine e bacheca possono camminare di pari passo.
La vera sfida del “Neocalcio” per chi fa informazione non è solo monitorare i bilanci, o commentare i freschissimi ribaltoni di palazzo, come la recentissima elezione di Giovanni Malagò alla guida della FIGC, vincitore su Abete dopo le dimissioni di Gravina. La vera sfida è analizzare come i limiti aziendali si ripercuotano sul sistema tattico.
Le esigenze di rosa, i budget limitati per i sostituti e la gestione delle emergenze sono figlie dei paletti economici. L’annata attuale (2025/26) ci ha presentato un conto salato con l’infortunio prolungato di Romelu Lukaku. Ma è proprio qui che si vede la bontà di un progetto: l’assenza del centravanti designato ha richiesto uno sforzo d’adattamento immediato, dando totale fiducia a Rasmus Højlund, che si è caricato il peso dell’attacco sulle spalle diventando il nostro inamovibile punto di riferimento offensivo. Modulare il sistema di gioco, valutando pregi e difetti del 4-3-3 rispetto al 3-5-2 per innescare al meglio i suoi inserimenti, è il vero lavoro dello staff tecnico in un’era in cui non puoi chiedere un extra-budget a gennaio per rimediare agli imprevisti.
L’articolo di Dario Ceccarelli ci costringe a guardare allo specchio il calcio che amiamo. È un mondo in cui il distacco tra le vecchie abitudini e le nuove necessità aziendali è diventato siderale. Ma finché ci saremo noi, con la nostra voglia di analizzare ogni piega dei bilanci societari e ogni movimento senza palla del nostro attacco, il calcio conserverà un’anima.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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