
Il calcio moderno è un ecosistema spietato in cui il fattore campo è solo la punta dell’iceberg. Le vere partite, quelle che determinano il destino di una stagione ancor prima del fischio d’inizio, si giocano nelle stanze dei bottoni, sui tavoli delle trattative, nelle video-call internazionali e, soprattutto, nella tempestività delle decisioni. Il mercato non è più solo una questione di budget, ma di timing. E in questa torrida estate calcistica, la forbice tra chi ha compreso questa dinamica e chi è rimasto ancorato a logiche anacronistiche si sta allargando a dismisura.
Basta guardare a Nord, sulle sponde del Lago di Como, e poi volgere lo sguardo verso il Golfo di Napoli per assistere a due filosofie aziendali diametralmente opposte: da una parte l’avanguardia del decisionismo, dall’altra l’estenuante, logorante, insopportabile regno delle “calende greche”.
IL MODELLO COMO: DECISIONISMO E VISIONE
La notizia delle ultime ore, confermata dalle principali fonti di calciomercato, ha del clamoroso per le modalità con cui si è sviluppata. Il Como ha chiuso l’accordo totale con il Real Madrid per trattenere Nico Paz. Parliamo di un’operazione che si aggira su una valutazione complessiva di 60 milioni di euro, gestita con una lucidità e una velocità che dovrebbero far riflettere molti dirigenti di Serie A.
Quando il Real Madrid, forte dei suoi diritti contrattuali, si è presentato giovedì per far valere la clausola di “recompra” a 9 milioni di euro, la dirigenza lariana non si è fatta prendere dal panico né si è trincerata dietro estenuanti meline. Hanno incassato il colpo, si sono presi una notte per una riunione strategica interna (mentre mezza Europa, Inter e club di Premier League in testa, era già pronta ad avventarsi sull’argentino) e, in tarda mattinata, hanno chiuso la partita.
Cosa c’è dietro questo capolavoro? C’è la ferrea volontà di un giocatore che preferisce garantirsi 50 partite da titolare, Champions League inclusa, con la maglia numero 10 dei lariani, piuttosto che fare la comparsa nel centrocampo di José Mourinho a Madrid. Ma c’è, soprattutto, la struttura societaria. C’è Mirwan Suwarso, capace di intessere e mantenere rapporti d’eccellenza con Florentino Perez; c’è Cesc Fàbregas, che per mesi ha tessuto la tela con il giocatore, martellando senza sosta, infondendo quell’ottimismo che alla fine ha fatto la differenza. Il Como ha ceduto sul controllo futuro del cartellino, lasciando al Real percentuali di rivendita e contropzioni, ma ha raggiunto il suo obiettivo primario: blindare il proprio talento, subito. Niente telenovele, niente rinvii a lunedì. Un problema, una strategia, una soluzione.
ALL’OMBRA DEL VESUVIO: IL REGNO DELLE “CALENDE GRECHE“
E poi c’è il Napoli. Una piazza che vive di passione viscerale, che analizza, scruta e respira calcio 24 ore su 24, costretta ancora una volta a fare i conti con un immobilismo operativo che rasenta l’autolesionismo. Se il Como è l’alta velocità, il Napoli sta viaggiando su un binario morto, in attesa di un segnale che sembra non arrivare mai.
La “telenovela Gila” è l’emblema di questa paralisi. Un difensore individuato, sondato, valutato, ma che rimane sospeso nel limbo delle trattative infinite. Nel calcio odierno, dove le preparazioni atletiche e l’assimilazione dei principi tattici richiedono che la rosa sia a disposizione del mister il prima possibile, prolungare una trattativa per settimane su dettagli marginali è un errore strategico imperdonabile. Gila è un profilo che serve come il pane alla retroguardia azzurra, un giocatore capace di alzare la linea e gestire le transizioni, ma la trattativa continua a trascinarsi, vittima di un modus operandi societario che preferisce l’estenuante braccio di ferro alla chiusura chirurgica dell’affare. Si specula sui milioni, si tergiversa sui bonus, e intanto il tempo passa. E il tempo, nel calcio, è l’unica risorsa che non si può ricomprare.
IL PARADOSSO IN PANCHINA: OSTAGGI DEL MILAN
Ma se il caso Gila è frustrante, la questione legata all’allenatore è grottesca, ai limiti dell’inspiegabile. Siamo di fronte a un paradosso istituzionale. Massimiliano Allegri è l’uomo designato, il profilo scelto per guidare la ricostruzione tecnica del Napoli. Eppure, il suo annuncio ufficiale continua a slittare, bloccato da una situazione contrattuale che vede il Napoli impotente spettatore delle dinamiche altrui.
Allegri è stato esonerato dal Milan. I rossoneri, dimostrando peraltro una notevole celerità programmatica, hanno già voltato pagina, accogliendo Rúben Amorim sulla loro panchina per dare il via al nuovo ciclo. Il Milan ha il suo allenatore, sta programmando il mercato, sta costruendo il futuro. E Allegri? Allegri non ha ancora raggiunto l’accordo per la buonuscita con il club meneghino per liberarsi definitivamente.
E in mezzo a questa disputa contabile tra un allenatore e il suo ex club, chi ne paga le conseguenze? Il Napoli. La società partenopea è di fatto ostaggio di una buonuscita. Si continua a rinviare la presentazione ufficiale, si ritarda l’inizio operativo della nuova era, si tiene in sospeso un’intera piazza per non dover (o non voler) forzare la mano. È inaccettabile che una società blasonata debba subordinare il proprio cronoprogramma aziendale alle vicende legali o finanziarie di una diretta concorrente. Come si può pretendere di costruire una mentalità vincente, come si può imporre il proprio peso sul mercato, se non si riesce nemmeno a ufficializzare la guida tecnica perché si aspetta che il Milan e Allegri firmino le scartoffie del divorzio?
L’URGENZA DI UNA STRUTTURA SNELLA E IL PREZZO DEI RITARDI
Questa lentezza strutturale pone un interrogativo fondamentale su quale sia l’approccio reale del club verso la modernità. Avere disponibilità economiche e idee ambiziose serve a poco se manca la catena di comando capace di tradurle in azioni tempestive. Il mercato attuale richiede agilità, deleghe chiare e capacità di chiudere gli affari quando l’occasione si presenta.
Invece, l’ambiente azzurro trasmette la perenne sensazione di un imbuto decisionale in cui ogni singola mossa, dal milione in più per un cartellino alla firma di un contratto, deve superare un estenuante percorso a ostacoli. Il Como, pur non avendo il blasone storico del Napoli, sta dimostrando che quando la gerarchia aziendale funziona e le idee sono chiare, i budget si ottimizzano e le operazioni si blindano in pochissime ore. Il Napoli si comporta troppo spesso come un acquirente indeciso: scruta, soppesa, ritarda e rischia costantemente di farsi superare o di iniziare i lavori quando il cantiere dovrebbe già essere chiuso.
IL TEMPO È IL VERO AVVERSARIO
Le “calende greche” non sono solo un fastidio per i tifosi o un facile bersaglio per la critica. Sono un danno tecnico tangibile che si ripercuoterà sul campo. Allegri, un tecnico che fa dell’organizzazione e dell’inquadramento tattico il suo dogma, ha bisogno di avere la squadra a disposizione dal primo giorno di ritiro. Ha bisogno che la società gli metta in mano i giocatori giusti, come Gila, per costruire la nuova identità difensiva e plasmare il gruppo. Ogni giorno perso a sperare che il procuratore del tecnico trovi l’accordo con il Milan, ogni ora sprecata a tirare sul prezzo di un difensore, è un giorno di lavoro tattico in meno. E i punti persi ad agosto o settembre per mancanza di amalgama non te li restituisce nessuno.
Il calcio italiano, e il Como ce lo ha appena ricordato brutalmente, sta correndo. Le proprietà con mentalità aziendale anglosassone e le reti di scouting internazionali non aspettano i comodi altrui. Il Napoli deve decidere cosa vuole essere. Se vuole competere ai vertici e tornare protagonista, deve necessariamente snellire le proprie procedure, assumersi la responsabilità delle scelte e chiudere le pendenze.
Basta telenovele. Basta attendere che gli altri facciano la prima mossa. È tempo di tornare a dettare l’agenda, non di subirla. Perché mentre si aspetta la fumata bianca per le carte di Allegri, o ci si logora per i dettagli marginali di un contratto, le avversarie stanno già costruendo il proprio futuro. Con i fatti, non con i rinvii.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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