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C’è un fenomeno affascinante e al tempo stesso inquietante che si palesa quando, per un capriccio imperscrutabile degli algoritmi, un contenuto pubblicato sui social network sfonda la bolla della propria community di riferimento per finire nel mare aperto della rete.
Chi gestisce uno spazio web sa bene come funzionano queste dinamiche. Esiste una comfort zone, una platea di lettori abituali con cui si instaura un patto non scritto fatto di stili condivisi, di toni misurati e di un linguaggio comune. Poi, improvvisamente, un post intercetta le misteriose correnti dell’algoritmo di una piattaforma. I contatori delle visualizzazioni schizzano verso l’alto, il meccanismo virale allarga la visibilità a un pubblico geograficamente e culturalmente lontanissimo dalle consuete latitudini del blog. Nomi sconosciuti, profili spesso senza volto, viandanti digitali che si affacciano per la prima volta su una pagina che non hanno mai frequentato.
È in quel momento, in quel mare aperto, che si manifesta in tutta la sua dirompente potenza il cortocircuito cognitivo dell’utente social contemporaneo. Un utente che, pur nuotando nell’epoca con la più grande disponibilità di informazioni della storia umana, sembra aver disimparato l’arte fondamentale della lettura.

1. LA MORTE DEL CLIC E LA SINDROME DELL’ESTRATTO

Analizzando con occhio clinico e distaccato la natura dei commenti lasciati da questo pubblico di passaggio, emerge un comune denominatore, un filo rosso che lega la stragrande maggioranza degli interventi: la totale disconnessione tra il commento e il contenuto reale dell’articolo.
Nella migliore delle ipotesi, l’utente medio di oggi scorre frettolosamente il breve estratto testuale pubblicato a corredo del post. Si ferma alle prime due righe, cattura un paio di parole chiave, e si sente immediatamente in diritto, se non in dovere, di emettere una sentenza. Non si preoccupa minimamente di cliccare sul link di approfondimento, sebbene questo sia chiaramente indicato e posizionato in bella mostra.
Siamo di fronte a quella che potremmo definire la “morte del clic” come strumento di scoperta. Oggi il link verso un sito esterno non è più percepito come una porta da aprire per accedere a uno spazio ricco di contenuti, ma come un fastidio, un ostacolo cognitivo che richiede un tempo (i fatidici minuti di lettura concentrata) che l’utente non è più disposto a investire. Viviamo nell’epoca dell’assimilazione rapida, dove il titolo e la miniatura devono bastare a formare un’opinione granitica. Il contenuto non è più un’informazione da acquisire e metabolizzare, ma un semplice pretesto visivo per posizionarsi e prendere parola.

2. IL COLLASSO DEL CONTESTO E L’ANALFABETISMO FUNZIONALE

Ma cosa accade quando si commenta una suggestione visiva senza averne letto il reale sviluppo argomentativo? Accade che si parte inesorabilmente per la tangente. Sotto post che affrontano tematiche misurate o analisi tecniche, si materializzano improvvisamente commenti che attaccano a testa bassa, sollevando polemiche viscerali che non hanno nulla a che vedere con il testo.
I sociologi dei media chiamano questo fenomeno Context Collapse (Collasso del Contesto). Quando l’algoritmo prende un ragionamento strutturato e lo getta nel tritacarne del feed pubblico, la cornice originaria svanisce. Il post si trasforma in una sorta di test di Rorschach in cui ogni utente vede proiettate esclusivamente le proprie frustrazioni preesistenti, le proprie simpatie o antipatie.
È pigrizia? È pura disattenzione dettata dalla frenesia dello scorrimento compulsivo? O c’è una componente sempre più preponderante di analfabetismo funzionale? Probabilmente è un mix di tutti questi elementi. Si manifesta un’incapacità cronica di comprendere un testo, di coglierne le sfumature, l’ironia o le argomentazioni, unita alla presunzione di possedere la verità assoluta. La bacheca social smette di essere un’agorà di discussione e regredisce a un muro su cui spruzzare vernice alla cieca, pur di urlare al mondo la propria esistenza.

3. LA GOGNA DIGITALE E L’EFFETTO DI DISINIBIZIONE

Queste dinamiche, per chi osserva la rete da tempo, non sono del tutto nuove. In passato, su queste stesse pagine, abbiamo affrontato il tema del cortocircuito dell’odio e della gogna digitale, esplorando l’origine del comportamento aggressivo online. Abbiamo riflettuto su come l’anonimato, l’invisibilità e l’assenza di un confronto fisico generino quel fenomeno che lo psicologo John Suler ha definito “Effetto di Disinibizione Online”.
L’utente che oggi commenta un pezzo andando completamente fuori tema, e magari alzando i toni senza alcun motivo apparente, è figlio di quello stesso laboratorio sociologico. Non ha bisogno di leggere il pezzo per capire se l’autore sta muovendo una critica costruttiva o un elogio; gli basta individuare una parola chiave nel titolo che funga da detonatore. Il bersaglio viene pixelato, disumanizzato. L’utente lancia il suo sasso verbale e prosegue oltre, asincrono, protetto dallo schermo del proprio smartphone, totalmente privo di quei freni inibitori che la convivenza civile nel mondo fisico imporrebbe.

4. LE COLONNE D’ERCOLE DELL’EDUCAZIONE E L’ARTE DELL’APLOMB

Come si reagisce, dunque, a questa marea montante di superficialità? Chiudendo ermeticamente gli spazi di discussione? Oppure scendendo nell’arena, rispondendo a tono e facendosi trascinare nel fango di chi urla più forte?
È noto che l’economia dell’attenzione su cui si basano le grandi piattaforme social prosperi esattamente su questo: sul conflitto. Gli algoritmi premiano l’indignazione, perché lo scontro verbale trattiene gli utenti connessi più a lungo.
Eppure, di fronte a questo mix di superficialità e incapacità concentrativa, esiste un’alternativa. La scelta, che rappresenta anche la vocazione naturale di questo spazio, è diametralmente opposta all’ansia da scontro. La risposta più dirompente rimane la calma, il mantenimento di un rigoroso aplomb. Non si tratta di debolezza, né della presunzione accademica di voler imporre il proprio pensiero dall’alto di una cattedra inesistente. Si tratta, molto più semplicemente, della genuina volontà di farsi capire, di lasciare ostinatamente la porta aperta al dialogo razionale, spiegando e argomentando.
Tuttavia, esiste un confine. Ci sono delle “Colonne d’Ercole” che non possono e non devono essere oltrepassate: il confine della pura e semplice buona educazione. Fino a quando si resta al di qua di quel limite, ogni critica, anche la più sgangherata, anche la più ostinatamente fuori tema, troverà sempre dall’altra parte dello schermo un interlocutore disposto a spiegare, a riassumere ciò che non si è avuto il tempo o la voglia di leggere, e a cercare di riportare il dibattito sui binari di un confronto civile.
Ma una volta oltrepassato quel limite invalicabile di rispetto reciproco, il dialogo si spegne. Perché in uno spazio pensato per l’approfondimento, l’analisi e la riflessione, la maleducazione non ha né avrà mai cittadinanza.
Oggi, resistere alla tentazione dell’urlo facile, rifiutarsi di cedere al commento compulsivo e rivendicare il tempo lento della lettura e della comprensione è forse il più grande e silente atto di ribellione intellettuale a nostra disposizione. Noi continueremo a scrivere, ad analizzare e a proporre contenuti per chi ha ancora il desiderio e la pazienza di fermarsi a leggere. A tutti gli altri, non resta che augurare buona fortuna nel loro scorrere infinito, sempre alla ricerca del prossimo frammento di testo contro cui scagliarsi.

Giulio Ceraldi

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