La nostra locandina

Ci siamo. Domani il pallone inizierà a rotolare sui prati iper-tecnologici e nei mastodontici stadi del Nord America. La macchina dell’intrattenimento globale è già accesa, pronta a riversare fiumi di retorica trionfalistica, grafiche scintillanti e la solita narrazione che accompagna i grandi eventi FIFA. I salotti televisivi sono già sintonizzati sulla frequenza dell’entusiasmo a comando, pronti a sviscerare ogni minimo pettegolezzo tattico o le acconciature delle stelle più pagate. Eppure, se si ha il coraggio di distogliere lo sguardo dal palcoscenico illuminato e di guardare nel retropalco di questo Mondiale 2026, lo scenario che si profila è tutt’altro che rassicurante.
Quello che ci stanno vendendo come il trionfo del calcio globale, il più grande torneo di sempre per numero di partecipanti e per estensione geografica, si sta già scontrando con le durezze, le contraddizioni e le ipocrisie del mondo reale. E, come sempre, la stampa mainstream preferisce girare la testa dall’altra parte, relegando a brevi trafiletti di cronaca questioni che, in realtà, minano alle fondamenta la credibilità stessa dell’evento.

LA BOLLA E LA STRADA: L’EPISODIO DEL RITIRO INGLESE

Partiamo dai fatti di cronaca che hanno sfiorato il ritiro della nazionale inglese. Le notizie di sparatorie nelle vicinanze del blindatissimo base camp della squadra di Tuchel non sono semplicemente un problema di ordine pubblico o un incidente di percorso. Rappresentano la spaccatura insanabile tra la “bolla” dorata in cui la FIFA pretende di rinchiudere il suo prodotto e la complessa, spesso violenta, realtà sociale dei paesi ospitanti.
Negli ultimi anni, abbiamo discusso spesso su queste pagine della sostenibilità del calcio, dei parametri finanziari, sottolineando come i club non possano vivere scollegati dal proprio tessuto economico. Lo stesso principio, traslato sul piano sociale, vale per i Mondiali. Si pretendono infrastrutture da miliardi di dollari e si costruiscono oasi di lusso e sicurezza militarizzata per le delegazioni, mentre a pochi isolati di distanza le contraddizioni di metropoli segnate da profonde disuguaglianze esplodono.
La narrazione mainstream ci venderà l’immagine di un’Inghilterra concentrata, isolata dalle distrazioni, pronta a sfoderare il suo potenziale offensivo. Nessuno, o quasi, si soffermerà a riflettere su cosa significhi organizzare una kermesse di gioia e unione in contesti urbani dove la tensione sociale è tale da lambire le mura dei ritiri. Il calcio, che dovrebbe essere un ponte, diventa così un bunker. La militarizzazione degli eventi sportivi non è una novità, ma l’impatto psicologico e d’immagine di un torneo che inizia sotto l’eco degli spari, seppur lontani, demolisce all’istante l’atmosfera festosa che si vorrebbe imporre per contratto.

NAZIONALI DI SERIE A E NAZIONALI DI SERIE B: L’ACCOGLIENZA IN AEROPORTO

Il secondo campanello d’allarme, forse ancor più subdolo perché ammantato di fredda burocrazia, riguarda i trattamenti riservati ad alcune nazionali al loro arrivo nei vari scali aeroportuali. Le testimonianze filtrate nelle ultime ore parlano di controlli estenuanti, atteggiamenti ostili, ore di attesa ingiustificata e una generale mancanza di rispetto istituzionale verso federazioni considerate, evidentemente, di “fascia B”.
È qui che crolla miseramente il castello di carte del “calcio uguale per tutti”. Se da un lato abbiamo le superpotenze mediatiche ed economiche, le solite Francia, Brasile, Argentina, che sbarcano scortate come capi di Stato, godendo di corridoi preferenziali e sorrisi a trentadue denti, dall’altro abbiamo delegazioni di paesi meno influenti trattate alla stregua di minacce alla sicurezza nazionale.
Questo doppio standard è la fotografia esatta di un sistema profondamente malato. Ricorda, in piccolo, le asimmetrie di potere che critichiamo ferocemente nel calcio dei club, dove le regole sembrano piegarsi a favore dei colossi finanziari mentre le società che cercano di fare vera programmazione vengono costantemente penalizzate. Se il Mondiale a 48 squadre doveva essere la vetrina dell’inclusione, il banco di prova dell’uguaglianza sportiva, i controlli alla frontiera hanno già decretato i vincitori e i vinti. Non è solo questione di disagio logistico; è una mancanza di etica e di rispetto verso professionisti che hanno sudato per anni per guadagnarsi il diritto di calcare quel palcoscenico.
La stampa sportiva, anestetizzata dal suo ruolo di cassa di risonanza degli sponsor, liquiderà la questione come “intoppi burocratici”. Noi la chiamiamo per quello che è: un’inaccettabile discriminazione istituzionalizzata, che trasforma lo sport in un’appendice delle tensioni geopolitiche globali.

IL PARADOSSO FINALE: IL DIVIETO ALL’ARBITRO SOMALO

Ma l’apice dell’ipocrisia, la pietra tombale sulla retorica inclusiva della FIFA, è stata posata con il clamoroso diniego del visto d’ingresso negli Stati Uniti per un arbitro di nazionalità somala, Omar Artan, regolarmente designato per la competizione.
Fermiamoci un attimo a riflettere sulla gravità inaudita di questo evento. La FIFA, l’ente che spende milioni in campagne “No Discrimination”, che impone slogan sui cartelloni pubblicitari a bordo campo e che si erge a paladina della fratellanza universale, si piega senza battere ciglio di fronte alle rigidità doganali e alle black list geopolitiche del paese ospitante.
Se un professionista selezionato per meriti sportivi per arbitrare al Mondiale, il culmine della carriera per chiunque faccia questo mestiere, viene respinto al confine unicamente in base al passaporto che stringe tra le mani, allora il Mondiale stesso ha perso il suo significato originario. Diventa un torneo su invito, regolato dalle cancellerie e dai ministeri degli esteri, non dal merito tecnico.
È la capitolazione definitiva dello sport alla politica dei blocchi e della diffidenza. Dove sono gli editoriali indignati? Dove sono le proteste formali delle associazioni di categoria? Nel silenzio assordante di chi ha troppi interessi commerciali in gioco per alzare la voce, questo episodio scivolerà via, sommerso dal frastuono della cerimonia di apertura. Si parlerà del VAR, delle telecamere tattiche e del fuorigioco semiautomatico, ma si ometterà di dire che la tecnologia più avanzata è inutile se poi un uomo viene privato del suo sogno per una mera questione di geografia politica.

IL SILENZIO DELLA STAMPA E LA NECESSITÀ DI UN PENSIERO CRITICO

Tutto questo ci riporta al punto di partenza, al motivo per cui questo blog esiste e continua a combattere la sua battaglia culturale contro la superficialità. L’industria del calcio moderno richiede che lo spettatore sia un consumatore passivo, pronto a ingurgitare il prodotto pre-confezionato senza fare domande. La retorica del “grande spettacolo” serve esattamente a questo: a coprire il rumore delle contraddizioni.
Come appassionati, e prima ancora come osservatori critici, abbiamo il dovere di non farci incantare solo dalla tattica, dai sistemi di gioco o dallo scouting dei talenti (pur essenziali e parte integrante del nostro DNA). Dobbiamo pretendere trasparenza. Non possiamo analizzare le spaziature in campo dimenticando i muri alzati fuori dagli stadi. Non possiamo esaltare la globalizzazione del talento se poi questa globalizzazione si scontra con il filo spinato dei visti negati.
Da domani, analizzeremo le partite. Parleremo dell’Inghilterra di Tuchel, delle transizioni veloci dell’Ecuador di Beccacece, dei limiti del Messico e della gestione della Francia. Faremo a fette le tattiche e i moduli, come sempre. Ma lo faremo tenendo bene a mente il contesto in cui questo pallone sta rotolando. Un contesto fatto di militarizzazione, disuguaglianze e palesi ipocrisie, che nessuna cerimonia di apertura in mondovisione potrà mai cancellare del tutto.
Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti, diceva qualcuno. Ma quando le distorsioni del mondo reale invadono così prepotentemente il campo di gioco, voltarsi dall’altra parte non è più un’opzione. È complicità. E noi, su queste pagine, complici di questa narrazione tossica non lo saremo mai.

Giulio Ceraldi

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