La copertina del pezzo di The Athletic

Mancano ormai pochissimi giorni al fischio d’inizio del Mondiale 2026 in Messico, Stati Uniti e Canada, e come prevedibile, la macchina mediatica si è già messa in moto. Quella macchina che, come ripetiamo spesso su questi schermi, ama nutrirsi di narrazioni preconfezionate, di titoli urlati e di una retorica tossica che troppo spesso oscura l’analisi di ciò che conta davvero: il campo, le spaziature, la sostenibilità dei progetti tecnici e l’identità di squadra.
Per cercare di fare ordine, lontano dal rumore di fondo del giornalismo sportivo “da ombrellone”, ho voluto analizzare un pezzo di rara lucidità pubblicato proprio oggi dalla redazione di The Athletic. L’articolo raccoglie le previsioni e le griglie di partenza stilate da undici firme di altissimo livello della testata: Oliver Kay, Carl Anka, Elias Burke, Tamerra Griffin, Henry Bushnell, Joshua Kloke, Melanie Anzidei, Paul Tenorio, Felipe Cardenas, Jack Lang e James Horncastle.
Leggendo le loro argomentazioni, emergono spunti tattici e gestionali che vanno ben oltre il semplice pronostico su chi alzerà la coppa l’11 luglio. Sono dinamiche che ci toccano da vicino, non solo come appassionati del gioco, ma come osservatori delle vicende del nostro Napoli. Perché le dinamiche di costruzione di una squadra, l’impatto dei grandi allenatori e la vera natura dello scouting sono concetti universali.
Mettetevi comodi.

1. LA DICOTOMIA DEL POTERE: L’INERZIA FRANCESE CONTRO IL SISTEMA SPAGNOLO

Il primo grande blocco di discussione che emerge dal pezzo di The Athletic riguarda le favorite assolute. La divisione è netta: da una parte la Francia, scelta quasi per “forza di gravità” (come sottolineano Burke, Kay e Tenorio), dall’altra la Spagna, preferita da analisti come Lang e Horncastle.
La Francia di Didier Deschamps rappresenta l’opulenza. Ha una profondità di rosa che non ha eguali nel calcio per nazioni. Nomi come Mbappé, Dembélé, Olise, Barcola e Thuram compongono un arsenale che, se traslato nel calcio di club, richiederebbe un Costo del Lavoro Allargato (CLA) semplicemente fuori scala per chiunque. Eppure, Oliver Kay solleva un dubbio atroce che condivido in pieno: a Euro 2024 i transalpini hanno segnato solo 4 gol in 6 partite. La Francia vive di strappi, di inerzia, di supremazia atletica. È una squadra che spesso sembra non avere un “sistema” sofisticato, ma che si affida alla risoluzione individuale.
All’opposto troviamo la Spagna. Jack Lang e James Horncastle fanno un’osservazione tattica fondamentale per questo torneo: il clima. Giocare nei tornei estivi nordamericani significa affrontare tassi di umidità e temperature devastanti. L’Inghilterra ha sofferto questo aspetto storicamente, ma la Spagna ha un antidoto nel suo stesso DNA: nascondere il pallone.
Come faceva notare Horncastle ricordando le gare contro Italia e Inghilterra allo scorso Europeo, la Spagna è una squadra “egoless”, priva di egoismi. Controllano le partite confiscando il possesso palla e forzando gli avversari a correre a vuoto, per poi colpire in modo più verticale e diretto rispetto al passato, grazie a frecce come Lamine Yamal e Nico Williams.
C’è una lezione importante qui, una riflessione che facevamo proprio in chat privata l’altro giorno, parlando del futuro del Napoli: l’accumulo di talento individuale non basta se non è inserito in un sistema che ne esalti le caratteristiche collettive. Ora che si è chiusa l’era di Antonio Conte lo scorso mese, la necessità di ripartire da un “sistema” identitario forte, in grado di gestire i ritmi della partita tramite il possesso proattivo, è più evidente che mai. Non possiamo competere con i budget faraonici dei top club europei o dei fondi sovrani, ma possiamo, e dobbiamo, costruire un telaio in cui ogni pezzo sappia esattamente cosa fare, alla maniera spagnola.

2. IL PARADOSSO DELLA PANCHINA: TUCHEL, ANCELOTTI E IL TEMPO

Un altro tema affascinante sollevato dai giornalisti di The Athletic è il ruolo dei Commissari Tecnici di altissimo profilo. Felipe Cardenas punta dritto sull’Inghilterra di Thomas Tuchel per la vittoria finale, mentre Paul Tenorio e Oliver Kay mettono proprio i Tre Leoni tra le possibili grandi delusioni del torneo. Discorso simile per il Brasile di Carlo Ancelotti: per Carl Anka e Cardenas, la Seleção è inspiegabilmente scivolata fuori dal circolo delle stra-favorite.
Qui si innesca una riflessione cruciale sulla natura stessa del calcio per nazionali: il tempo. Tuchel è uno dei maestri della tattica contemporanea, un uomo che costruisce pressing asfissiante e transizioni codificate. Ma quanto tempo ha avuto per inculcare questi principi complessi a giocatori che arrivano esausti da stagioni di 60 partite? Come si fa a replicare il lavoro quotidiano di un club in ritiri di dieci giorni?
Il rischio è quello di un rigetto tattico. Ancelotti, dall’altra parte, è storicamente un gestore di campioni, un maestro di fluidità che lascia molta autonomia ai giocatori di maggior classe. Ma quando il talento generale della rosa brasiliana vive un momento di fisiologico calo rispetto ai fasti del passato, basta la “magia” di Ancelotti senza il lavoro strutturale di un club alle spalle?
È l’eterno dibattito tra “gestori” e “costruttori”. Quando la lavagna tattica si scontra con la mancanza di sedute d’allenamento, spesso vince chi semplifica.

3. SMONTARE LA RETORICA: I VERI “DARK HORSES”

Arriviamo alla mia parte preferita: la distruzione delle favole mainstream. Chi sarà la sorpresa del torneo?
Tutti si aspettano il Messico. Ne parlano Paul Tenorio e Felipe Cardenas. La narrazione è già scritta: El Tri, spinto dal pubblico oceanico e caldissimo dell’Estadio Azteca, un intero popolo che soffia alle spalle dei giocatori per superare la maledizione del quinto partido (i quarti di finale). È la classica retorica sudamericana/centroamericana che piace tanto alle televisioni.
Ma il calcio reale, signori, non si gioca sugli spalti. Si gioca difendendo l’area di rigore e vincendo i duelli a centrocampo. Per questo mi trovo in perfetta sintonia con Jack Lang, che indica l’Ecuador come vera mina vagante. Le motivazioni sono empiriche, non romantiche: nel girone di qualificazione sudamericano, uno dei più massacranti al mondo, l’Ecuador è arrivato dietro l’Argentina (subendo anche una penalizzazione) e mettendosi alle spalle Brasile, Colombia e Uruguay. Il dato clamoroso? Hanno subito solo 5 reti in 18 partite.
Non faranno un calcio champagne, non avranno le prime pagine dei quotidiani, ma hanno una solidità difensiva granitica, giocatori abituati a soffrire e una fisicità strabordante. Nelle competizioni brevi a eliminazione diretta, chi non prende gol arriva fino in fondo. È la differenza tra l’estetica della narrazione e il pragmatismo del campo.

4. IL MERCATO E IL VERO SCOUTING

Infine, il Mondiale come gigantesca vetrina. Qui, il lavoro di The Athletic regala gemme di scouting che un club attento come il nostro dovrebbe monitorare da mesi, ben prima che i prezzi lievitino sotto i riflettori globali.

Emergono nomi molto interessanti:

Gilberto Mora (Messico, 17 anni): Segnalato da Cardenas, è descritto come un trequartista atipico, un giocatore che scivola tra le linee di pressing avversario ricordando le movenze di un giovanissimo Iniesta. Javier Aguirre gli concede totale libertà di inventare a ridosso dell’area.

Antonio Nusa (Norvegia, 21 anni): Elias Burke ha raccontato la sua prestazione straripante contro la Svezia. Un’ala pura, che punta l’uomo con un’aggressività e una verticalità che oggi scarseggiano. Gioca nel Lipsia (una garanzia a livello di scouting) e ha già gli occhi della Premier League addosso.

Yan Diomande (Costa d’Avorio, 19 anni): Un’altra gemma in quota Lipsia, cercata dal Liverpool.

Kerim Alajbegovic (Bosnia, 18 anni): Esterno puro dal dribbling fulmineo, segnalato da Anka.

Leggere questi profili ci riporta inevitabilmente alla nostra realtà. Da quando abbiamo dovuto salutare Khvicha (venduto al PSG nel gennaio 2025 in un’operazione dolorosa ma finanziariamente monstre) e dopo la definitiva cessione estiva di Osimhen al Galatasaray, abbiamo imparato a nostre spese quanto sia difficile, ma essenziale, rimpiazzare l’impatto tecnico e fisico di giocatori di caratura mondiale.
La direzione deve essere proprio questa: anticipare le tendenze. Guardate il rendimento che ci sta garantendo Rasmus Højlund: un attaccante vero, preso dal Manchester United nel momento giusto, che riempie l’area di rigore e ci permette di avere quel baricentro offensivo vitale per qualsiasi squadra che voglia ambire al vertice. Non si vincono i campionati acquistando i “giocatori copertina” a peso d’oro il giorno dopo la finale dei Mondiali. Si vince andando a pescare il Nusa o l’Alajbegovic di turno sei mesi prima, valutandone l’impatto sui dati avanzati e la reale adattabilità al nostro campionato.

IL CAMPO È IL SOLO GIUDICE

Il Mondiale 2026 ci consegnerà sicuramente storie indimenticabili, ma dietro la facciata ci saranno sistemi tattici che saltano, preparazioni atletiche inadeguate e stelle osannate che crolleranno sotto il peso della pressione. Come sempre, cercheremo di analizzare queste settimane non con il tifo negli occhi, ma con la lavagna alla mano.
Sarà interessante vedere se la rigidità olandese o l’estro brasiliano verranno schiacciati dalla supremazia fisica della Francia, o se la gestione del pallone della Spagna annienterà le transizioni veloci inglesi.

Giulio Ceraldi

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