Désiré Doué e Khvicha Kvaratskhelia

Linee difensive altissime che sfidano le leggi della fisica, ritmi che ricordano più una finale dei 100 metri che una partita di scacchi e quella sensazione costante che il gol non sia una possibilità, ma una certezza imminente. Dopo aver guardato per intero la sfida tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, la sensazione che rimane addosso non è solo quella di aver assistito a un grande evento sportivo, ma di aver varcato la soglia di una nuova era. Una riflessione nata, quasi per caso, da un dibattito tra appassionati, dove tra un commento tecnico e una provocazione, è emersa la domanda delle domande: quello che vediamo oggi è ancora calcio o è diventato puro entertainment per il pubblico globale?

1. La “SINDROME NBA” E IL CALCIO COME BRAND GLOBALE

Uno dei punti sollevati durante il dibattito riguarda la natura stessa dell’evento. C’è chi sostiene che partite come PSG-Bayern non siano più “pallone”, ma esibizioni di star in stile NBA. Ed è innegabile che i top club europei stiano mutando pelle. Non sono più solo squadre di calcio; sono media company, brand globali che devono vendere un prodotto a milioni di spettatori da Los Angeles a Pechino. In questo contesto, lo 0-0 tattico, fatto di studio e prudenza, è un prodotto invendibile.
Il pubblico televisivo internazionale, quel “pubblico globale” citato con un pizzico di malinconia dai puristi, ha una bulimia di emozioni. Vuole il ribaltamento di fronte, vuole lo scatto bruciante di Dembélé, vuole vedere i portieri impegnati ogni tre minuti. È l’entertainment che prende il sopravvento? Forse. Ma è un entertainment che poggia su una base atletica e tecnica che non ha precedenti nella storia di questo sport.

2. IL GAP SIDERALE CON LA SERIE A

Il confronto con il nostro campionato, la Serie A, è spietato. Se in Italia il calcio è ancora spesso interpretato come un esercizio di sofferenza, posizionamento e “non prenderle”, in Europa il paradigma è ribaltato. La distanza a livello di ritmo e interpretazione della gara è letteralmente siderale.
Mentre noi analizziamo per ore un posizionamento difensivo errato di pochi centimetri, PSG e Bayern giocano con una ferocia agonistica che non ammette pause. Non c’è momento di studio. Non c’è tattica speculativa. C’è solo la ricerca ossessiva della verticalità.

Obiettivo Primario: Il risultato e la solidità difensiva nel calcio “Tradizionale” (Purista) vs lo spettacolo e la produzione di occasioni nel calcio “Global Entertainment”.

Ritmo di Gioco: Cadenzato e con fasi di studio nel modello classico, contro un ritmo massimale, continuo e senza pause nel modello globale.

Fase Difensiva: Marcatura, filtro e copertura per i puristi vs aggressione alta e rischio calcolato per l’entertainment televisivo.

Pubblico di riferimento: Il tifoso locale e storico da una parte, lo spettatore globale davanti alla TV dall’altra.

3. LA LINEA ALTA E L’ABOMINIO TATTICO DEI “NEO-CON”

Basta osservare alcuni fermo immagine della partita per cogliere l’essenza di questa rivoluzione: linee difensive schierate quasi a centrocampo, con voragini centrali che sembrano inviti a nozze per gli attaccanti avversari. Per i “neo-con” del calcio nostrano, per gli allenatori e i tifosi cresciuti a pane e tattica italiana, una disposizione del genere è un vero e proprio abominio tattico, un incubo notturno inaccettabile. Ma c’è un “perché” dietro quello che sembra un errore marchiano.
Queste squadre accettano il rischio del “uno contro uno” in campo aperto perché sanno che la pressione alta è l’unico modo per soffocare il talento avversario sul nascere. È un calcio che non fa filtro perché il filtro è sostituito dall’anticipo e dall’aggressione immediata. Se l’anticipo fallisce, si subisce l’imbarcata. È un gioco ad alta quota dove l’ossigeno scarseggia e ogni errore viene amplificato, ma è proprio questo che rende la sfida elettrizzante.

4. LA UEFA E LA MORTE DEL GOL IN TRASFERTA

Non è un caso se la UEFA ha abolito la regola del gol doppio in trasferta. È stata una decisione politica, presa a tavolino per favorire esattamente lo spettacolo che abbiamo visto ieri sera. Con la vecchia regola, la squadra in trasferta aveva tutto l’interesse a chiudersi dopo aver segnato e la squadra in casa aveva il terrore di subire un gol che sarebbe valso “doppio”.
Oggi quel timore è svanito. Le squadre giocano con la consapevolezza che ogni gol segnato pesa uguale, il che incentiva un atteggiamento d’attacco costante. La UEFA voleva più gol, più emozioni e più minuti di gioco effettivo con la palla in area di rigore. L’obiettivo è stato centrato. Forse a discapito della “sostanza” tattica, ma certamente a favore dell’audience.

5. CI MERITIAMO QUESTO CALCIO (ITALIANO)?

Torniamo alla domanda iniziale: ci meritiamo questo calcio? La risposta, forse provocatoria, è sì. Ce lo meritiamo perché, nonostante le critiche dei puristi, restiamo tutti incollati allo schermo per 90 minuti senza distogliere lo sguardo. Ce lo meritiamo perché la bellezza di un gesto tecnico eseguito a quella velocità è superiore alla noia di una partita “perfetta” tatticamente che finisce 0-0 senza un tiro in porta.
È wrestling? Forse, nel senso che è un prodotto confezionato per stupire. Ma a differenza del wrestling, qui il sudore è vero, il talento è purissimo e il risultato non è scritto. È semplicemente l’evoluzione di uno sport che ha deciso di non essere più un rito per pochi eletti, ma una festa per il mondo intero. E se questo significa vedere difese un po’ più allegre e ritmi da NBA, io scelgo tutta la vita lo spettacolo.

Giulio Ceraldi

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