LA LEZIONE

Con un comunicato sul suo profilo ufficiale Twitter delle 23:38 la SSC Napoli, ieri sera, ha messo la parola fine all’era Ancelotti alla guida della squadra azzurra.

Carlo Ancelotti, nelle intenzioni del club di Aurelio De Laurentiis, doveva essere il colpo di spugna ai tre anni di sarrismo che aveva polverizzato tutti i record possibili ed immaginabili e sfiorato uno scudetto che soltanto “fattori extra-agonistici” hanno impedito di raggiungere.

La scelta di Carlo Ancelotti doveva, nelle intenzioni di chi lo ha scelto, essere l’ultimo passaggio verso la vittoria del titolo. E infatti le dichiarazioni dei protagonisti, dal presidente all’allenatore e passando per i giocatori, alla vigilia della stagione, erano state altisonanti (per non dire da guasconi). Laddove il secondo posto era stato un risultato prestigioso, negli anni passati, finiva per “andare stretto” all’inizio della nuova stagione. Questa.

L’inizio, pur con delle preoccupanti amnesie difensive, è sembrato confermare le aspettative. L’exploit col Liverpool al San Paolo lasciava presagire un decollo verticale della stagione che semplicemente non si è verificato.

Ora, al di là degli episodi verificatisi negli spogliatoi poco più di un mese fa, la gestione Ancelotti non ha mai dato l’impressione di ingranare, di funzionare davvero.

Il mercato, al quale Ancelotti erroneamente ha dato un dieci, è stato frammentario, incompleto (soprattutto a centrocampo) e, in un certo qual modo, assurdo. Si è passati dal corteggiare James Rodríguez per mesi (anche prima dell’inizio ufficiale del mercato), col tecnico ad esporsi pubblicamente per il suo acquisto al prendere l’ennesimo attaccante esterno (Lozano).

Due mesi dietro un centravanti da 60 milioni (che lo aveva detto in tutte le lingue di non voler venire a Napoli), Icardi, per poi prendere un “parametro zero”, Llorente.

E cosa dire dello scempio delle cessioni scellerate di Rog e Diawara, ora titolari inamovibili nelle loro nuove squadre?

L’esonero di Ancelotti è il fragoroso fallimento del tecnico stesso, immolatosi sull’altare dell’aziendalismo. Incapace di far pesare il nome che si porta dietro sulla Società Sportiva Calcio Napoli in sede di calciomercato, avallando tutto e prestandosi pure a discutibili teatrini (vedi questione bagni del San Paolo pre-Universiadi).

Ma è il fallimento altrettanto altisonante della società stessa, incapace evidentemente di operare quel salto di qualità che, sempre più evidentemente, sembra non essere proprio nel suo DNA (e non mi riferisco soltanto al puro risultato sportivo).

Questa è una lezione da assimilare anche per la tifoseria.

Dopo cinque anni di secondi e terzi posti un anno interlocutorio ci può stare.

Questo Napoli ci aveva viziato troppo e noi, da tifosi, ci siamo troppo imborghesiti.
Il Napoli non è mai stato come il Real, il Barcellona, lo United o la Juve. Troppa grazia, negli ultimi anni, ce lo ha fatto dimenticare.
Si tifa AL DI LÀ DEL RISULTATO.
Altrimenti non si è tifosi ma si è opportunisti che salgono e scendono dai carri a seconda dei “vincitori di turno”.

E chést’è.

Giulio Ceraldi

#ForzaNapoliSempre

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