La nostra locandina

Il toto-allenatore impazza, riempiendo le colonne dei giornali, saturando le frequenze radiofoniche e accendendo i dibattiti sotto i nostri post. È la naturale e inevitabile inerzia del calcio giocato. Dopo un’era totalizzante, fisica ed emotivamente dispendiosa come quella di Antonio Conte, la ricerca di chi dovrà sedersi su quella panchina rovente diventa l’ossessione quotidiana. Si valutano i profili: il tattico emergente fedele al dogma della costruzione dal basso, il gestore di risorse umane abituato ai grandi palcoscenici europei o lo scienziato dei dati prestato al campo.
Ma se vogliamo elevare il livello del nostro dibattito qui sul blog, se vogliamo davvero comprendere la magnitudo del momento storico che stiamo attraversando, dobbiamo avere la lucidità di spostare lo sguardo. Il vero snodo cruciale del nostro futuro non si deciderà negli uffici tecnici di Castel Volturno, ma in sale riunioni molto più fredde, molto più lontane e, soprattutto, molto più silenziose.
La notizia rimbalzata proprio questa mattina sulle pagine di Repubblica è di quelle che cambiano le prospettive della storia: l’offerta del fondo d’investimento americano per rilevare la SSC Napoli ha toccato la vetta vertiginosa di 2,2 miliardi di euro.
Fermiamoci un istante a riflettere su questa cifra. Non è solo un numero scritto su un foglio di intenti. È la certificazione definitiva, inappellabile, dello status globale che questo club ha raggiunto. È la prova tangibile che il Napoli non è più una splendida anomalia del sud Italia, ma un asset di primissima fascia nel panorama dell’intrattenimento sportivo mondiale. Ed è qui, di fronte a questa montagna di dollari pronti a riversarsi sul Golfo, che la nostra piazza sta manifestando una reazione che merita di essere indagata con grande delicatezza e onestà intellettuale.
Sgomberiamo subito il campo da un equivoco che ha avvelenato per troppo tempo le discussioni: la potenziale cessione del club non nasce da una frattura tra la città e Aurelio De Laurentiis. Quel tempo è passato. Le critiche feroci, le divisioni, le barricate appartengono a una narrazione superata dai fatti e dalla storia. Gli ultimi straordinari successi hanno cementato la posizione del presidente, garantendogli il rispetto, il riconoscimento e, per la maggioranza dei napoletani, persino l’acclamazione. De Laurentiis ha vinto. Ha preso un pezzo di carta in un tribunale fallimentare e lo ha trasformato in un capolavoro di sostenibilità finanziaria, di assoluta virtuosità senza rinunciare a vincere lo Scudetto e a competere in Europa.
Il punto, oggi, non è l’insoddisfazione. Il punto è il tempo.
C’è un orologio biologico ineluttabile che regola la vita degli uomini e, di riflesso, quella delle aziende modellate a loro immagine e somiglianza. Aurelio De Laurentiis, al quale va riconosciuto il merito monumentale di questa cavalcata, si trova di fronte alla più umana e comprensibile delle realtà: l’età. E con essa, emerge in modo cristallino il limite fisiologico di una gestione puramente familiare e verticistica.
Il calcio contemporaneo, quello che naviga su cifre nell’ordine dei miliardi di euro, non può più essere governato dal genio, dall’intuizione o dall’umore del singolo “padre-padrone”, per quanto illuminato esso sia. Richiede strutture orizzontali, deleghe dirigenziali ampie, internazionalizzazione del brand, infrastrutture di proprietà e una divisione scientifica dei ruoli. Il modello Filmauro applicato al calcio ha raggiunto il suo apice massimo, la sua espressione più gloriosa. Per fare il passo successivo, per non implodere sotto il peso della sua stessa grandezza, il passaggio di mano verso colossi finanziari globali non è un tradimento, ma un’evoluzione naturale e necessaria.
Eppure, di fronte a questa evoluzione logica, pacifica e miliardaria, la piazza partenopea trema. Non per rabbia, ma per paura.

L’album omonimo di Pino Daniele del 1979

Per decodificare questa ansia collettiva, la sociologia si inchina ancora una volta alla poesia. C’è una canzone di Pino Daniele, datata 1979 e contenuta nel suo omonimo album, che sembra scritta questa mattina: Donna Cuncetta.
L’archetipo di Donna Cuncetta è l’anima conservatrice di Napoli. È l’immagine di un popolo che si aggrappa alle proprie certezze familiari, che nasconde nel proprio “tuppo niro” (l’acconciatura tradizionale) fobie ataviche e che finisce per “camminare sott’o muro” per il terrore di affrontare gli spazi aperti dell’ignoto.
Il tifoso del Napoli, oggi, è come Donna Cuncetta. È intimamente terrorizzato dal cambiamento. Nonostante sappia razionalmente che i fondi americani porterebbero capitali inimmaginabili, metodologie all’avanguardia e uno sviluppo del brand senza precedenti, il cuore si contrae. Perché?
Perché entra in gioco la versione moderna di un fenomeno che fa parte del nostro DNA storico: il sanfedismo.
Nel 1799, di fronte all’avanzata dei repubblicani che portavano a Napoli idee moderne di Stato e diritti, il popolo non accolse i liberatori. Formò l’Esercito della Santa Fede per difendere il Re Borbone. Il Re era un monarca assoluto, certo, ma era una figura familiare, paterna, tangibile. I repubblicani erano entità astratte, portatrici di un sistema nuovo, freddo e indecifrabile. Erano l’ignoto e l’ignoto a Napoli fa sempre più paura del presente.
Oggi assistiamo a una dinamica psicologica identica. Aurelio De Laurentiis è il nostro Re. È l’uomo che conosciamo in ogni sua sfaccettatura, di cui abbiamo imparato a leggere i silenzi e le dichiarazioni roboanti. Ha un volto, una voce, una presenza fisica in tribuna. È una comfort zone emotiva.
L’americano da 2,2 miliardi, invece, è il nuovo giacobino. Porta con sé l’idea di un’azienda sportiva spersonalizzata, dove il presidente non è più un patriarca, ma un anonimo Board of Directors. Una realtà dove le scelte tecniche non sono più dettate dall’intuizione presidenziale, ma elaborate da algoritmi predittivi e analisti dei dati. Dove i sentimenti della curva pesano meno dei report trimestrali sui ricavi commerciali.
Chi si elegge a bersaglio quando le cose vanno male, se al vertice c’è un fondo di private equity con sede a New York? Come ci si relaziona con una proprietà che comunica tramite stringati comunicati stampa aziendali e non attraverso le improvvisate cinematografiche davanti ai microfoni?
Questa è l’ansia che serpeggia tra i tifosi. È la paura di diventare “normali”, di veder trasformata la nostra passione carnale, folcloristica e totalizzante in una asettica multinazionale dell’intrattenimento. È il timore che il calcio, già orfano di un capopopolo come Conte, venga definitivamente inghiottito dal sistema.
Ma la verità che dobbiamo avere il coraggio di dirci, cari lettori, è che non possiamo fermare il vento con le mani. L’evoluzione non chiede il permesso. I 2,2 miliardi di euro messi sul tavolo dai fondi statunitensi non sono una minaccia alla nostra identità, ma l’assicurazione sulla vita del Napoli per i prossimi cinquant’anni.
Il romanticismo del calcio familiare è meraviglioso, ci ha regalato gioie che porteremo per sempre nel cuore, ma non è più sufficiente per sedersi stabilmente al tavolo delle superpotenze europee. Servono infrastrutture. Serve uno stadio di proprietà moderno. Serve un network globale di scouting. Servono metodologie aziendali spietate, che valutino i giocatori come preziosi asset da massimizzare e i manager in base ai risultati finanziari e sportivi prodotti.
La vera sfida che attende la piazza di Napoli non è indovinare il nome del prossimo allenatore. Quello sarà solo un eccellente dipendente chiamato a far funzionare una macchina molto più grande di lui. La vera sfida è compiere un decisivo e doloroso salto culturale.
Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a camminare rasente ai muri, rassicurati dalla figura di un padre padrone che non potrà esserci per sempre, cullando la nostra sindrome di Donna Cuncetta. Oppure se, per la prima volta nella nostra storia, avremo la forza di sciogliere quel tuppo niro, guardare in faccia il futuro e abbracciare l’inevitabile modernità. Accettare che il Napoli diventi una potenza aziendale globale significa forse rinunciare a un pezzo del nostro provincialismo romantico, ma è il prezzo necessario da pagare per continuare a scrivere la storia.
E chi, in nome della nostalgia, si ostina a rifiutare il futuro, finisce inevitabilmente per diventarne una vittima.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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