
Fonte: ANSA
L’AUTOPSIA ACUSTICA DELLE 22:31: QUANDO IL TUO INNO DIVENTA LA COLONNA SONORA DEL TUO FUNERALE
Chiudete gli occhi e portate indietro le lancette dell’orologio esattamente alle ore 22:31 di ieri sera, domenica primo novembre dell’anno del Centenario. Il cronometro dell’Allianz Stadium segna il minuto ottantotto. Sessanta secondi prima, Jeremie Boga ha appena finito di scherzare sulla mattonella mancina del limite dell’area azzurra, si è accomodato il pallone sul piede destro senza che una sola maglia ospite osasse accorciare sulla linea di tiro e ha disegnato una parabola a giro che si è insaccata alle spalle di Alex Meret. È il due a zero. Ma il dettaglio che trasforma una sconfitta calcistica in una seduta psicoanalitica collettiva non è la traiettoria balistica dell’esterno ivoriano. È il suono che scende dagli spalti di Torino un istante dopo. Quarantamila gole bianconere intonano all’unisono, con il sarcasmo feroce di chi sa di aver appena affondato il coltello nella ferita più sacra del nemico, le note di «Ohi vita, ohi vita mia».
Fermate il fotogramma su quell’istante, perché dentro quei trenta secondi di distorsione acustica c’è il ritratto surrealista, grottesco e impietoso di ciò che la SSC Napoli è diventata nell’autunno del 2026. Mentre lo stadio rivale per eccellenza canta l’inno sentimentale di Fuorigrotta per irridere un Napoli ridotto in dieci uomini, svuotato di nervi e di idee, guardate chi siede sulla panchina dei padroni di casa. C’è Luciano Spalletti, l’architetto della grande bellezza del 2023, l’uomo che aveva insegnato a Napoli il dominio dello spazio e del tempo prima di essere accompagnato alla porta da una PEC e dall’insofferenza padronale verso chiunque osi fare ombra al trono presidenziale. E guardate chi siede, o meglio chi freme rinchiuso in un palchetto della tribuna perché squalificato dopo la corrida emotiva contro la Roma: c’è Massimiliano Allegri, il gran sacerdote della restaurazione bianconera, oggi travestito da traghettatore azzurro, mentre in campo il suo storico vice Marco Landucci prende appunti su un taccuino che a fine gara partorirà il più logoro dei mantra allegriani: «Non siamo preoccupati, siamo dispiaciuti. Quando si perde si sta zitti, si va a casa e si lavora».
Se uno sceneggiatore di Hollywood avesse proposto ad Aurelio De Laurentiis una trama in cui, a tre anni dal terzo scudetto e a diciotto mesi dal quarto, il Napoli del Centenario si presenta a Torino facendosi prendere a schiaffi tattici da una Juventus in crisi nera, reduce da un ritiro punitivo e salvata proprio dall’ex profeta di Certaldo, il produttore cinematografico lo avrebbe cacciato per eccesso di inverosimiglianza. Eppure è tutto drammaticamente vero. L’illusione ottica del 4-1 di mercoledì sera a Monza, di cui avevamo avvertito la natura effimera già un minuto dopo il triplice fischio del Brianteo, si è sciolta come neve al sole non appena il livello d’urto si è alzato di mezzo gradino. La stanza di cristallo non ha retto. Anzi, ieri sera all’Allianz Stadium è andata definitivamente in frantumi, lasciando sul prato piemontese i cocci di due eredità tecniche dilapidate con una scientifica, imperdonabile metodica autodistruttiva.
L’EQUIVOCO DEL PIANO GARA: NOVANTAQUATTRO MINUTI, UN TIRO NELLO SPECCHIO E IL DESERTO DELLA VERTICALITÀ
Per comprendere come il Napoli sia riuscito nell’impresa di resuscitare una Juventus che alla vigilia sembrava sull’orlo di una crisi di nervi, al punto che Giovanni Carnevali aveva dovuto strigliare lo spogliatoio della Continassa al grido di «Siete alla Juve!» per scuotere un gruppo sfiduciato, bisogna partire dalla vivisezione chirurgica dei novantaquattro minuti di ieri sera. E bisogna farlo spogliandosi subito dell’alibi preventivo che da settimane avvelena il dibattito cittadino: quello dell’emergenza sanitaria.
Sì, il bollettino medico della vigilia assomigliava a un ospedale da campo. Alla lista già lunghissima degli indisponibili strutturali, Stanislav Lobotka fermato per sei settimane da una doppia lesione alla caviglia, Alessandro Buongiorno, David Neres, Leonardo Spinazzola, Benoît Badiashile, Alisson Santos e Costantino Favasuli, si sono aggiunti a pochi minuti dal fischio d’inizio i forfait di Rasmus Højlund, bloccato in hotel da uno stato febbrile, e di Vanja Milinković-Savić, fermato da un affaticamento muscolare, con Amir Rrahmani inizialmente preservato in panchina dopo le fatiche infrasettimanali. Tutto vero, tutto documentato. Ma usare le assenze per assolvere il nulla cosmico prodotto sul piano delle connessioni di gioco significa confondere la febbre con la malattia. Anche la Juventus di Spalletti era orfana di Kenan Yıldız, Khéphren Thuram, Manuel Locatelli, Francisco Conceição, Nico González, Zeki Çelik e Kamil Grabara, e ha perso Weston McKennie all’intervallo per un problema all’adduttore. Eppure, a parità di cerotti, una squadra ha cercato di occupare il campo con una logica evolutiva, mentre l’altra si è affidata al lancio lungo sistematico e alla preghiera individuale.
Senza Højlund, ovvero senza l’unico attaccante in rosa capace di allungare le difese avversarie attaccando la profondità alle spalle dei braccetti con movimenti dentro-fuori, il 4-3-3 disegnato da Allegri e gestito in panchina da Landucci ha perso istantaneamente venticinque metri di campo. L’inserimento di Lorenzo Lucca al centro del tridente, affiancato da Matteo Politano e Noa Lang, avrebbe richiesto un adattamento radicale nella risalita del pallone: accompagnare la prima punta con le due mezzali vicine per attaccare la seconda palla spizzata dal centravanti. Invece, il Napoli ha interpretato la presenza fisica di Lucca come una scorciatoia pigra per saltare sistematicamente il centrocampo.
L’unico vero lampo conforme alle caratteristiche dell’ex attaccante dell’Udinese è arrivato al minuto 8 del primo tempo: cross a rientrare dalla corsia destra, torsione aerea in tuffo di Lucca che sfrutta l’endemica fragilità bianconera sui duelli aerei (la Juventus si presentava al match con il 46,5% di contrasti aerei vinti, uno dei dati peggiori della Serie A) e parata plastica di Guglielmo Vicario che toglie il pallone dallo specchio. Annotate quel minuto, l’ottavo del primo tempo, perché quel colpo di testa resterà l’unico, solitario tiro nello specchio della porta effettuato dal Napoli in tutta la partita. Ottantasei minuti successivi senza mai costringere il portiere avversario a sporcarsi i guanti.
LA GABBIA SU DE BRUNE, IL DOPPIO CRAC DELL’INTERVALLO E L’ECLISSI DI MCTOMINAY
Alla vigilia avevamo indicato nella prima pressione e nella pulizia del primo controllo dei registi la chiave di volta della sfida. Spalletti, che conosce le letture preventive meglio delle proprie tasche, ha apparecchiato un 3-4-1-2 fluido (spesso scalato in 4-3-2-1 in fase di non possesso) con un obiettivo chiarissimo: togliere ossigeno e visuale a Kevin De Bruyne, costretto ancora una volta ad abbassarsi in cabina di regia per supplire all’assenza di Lobotka. Mentre Gleison Bremer accettava il duello fisico corpo a corpo con Lucca e Jhon Lucumí scivolava aggressivo in anticipo nella zona di Politano (rimediando anche un giallo al 20′), la cerniera formata da Douglas Luiz e Teun Koopmeiners, coadiuvata dal lavoro sporco di Nick Woltemade tra le linee, ha chiuso ogni corridoio centrale al fuoriclasse belga.
Il risultato è stato un primo tempo spezzettato, ruvido, tecnicamente povero, in cui il Napoli ha tenuto un possesso palla illusorio ma orizzontale. Quando De Bruyne è costretto a ricevere spalle alla pressione a cinquanta metri dalla porta avversaria senza che i terzini (Giovanni Di Lorenzo e Mathías Olivera) offrano linee di scarico interne pulite, il suo raggio d’azione si depotenzia fino a trasformarlo, come avevamo già denunciato alla vigilia del Bodø/Glimt, in un portatore d’acqua nel deserto. Già al 3′ un triangolo potenziale tra Lang, rientrato sul destro dalla sinistra, e il belga si era spento su un pallone di ritorno impreciso. E quando al 30′ André-Frank Anguissa, l’unico nel primo tempo a reggere l’urto atletico in mezzo al campo, ha strappato un pallone sulla trequarti servendo Politano a destra e rifinendo poi di tacco il cross basso per l’accorrente Noa Lang, l’olandese ha spedito alle stelle un rigore in movimento col piatto destro che grida ancora vendetta.
Dall’altra parte, però, i segnali del cortocircuito difensivo azzurro erano già nitidi prima dell’intervallo. Al 28′ Juan David Cabal aveva stampato sul palo un colpo di testa quasi a botta sicura; al 38′ il giovane Luca Marianucci, schierato titolare in coppia con Rafa Marín nel cuore dell’area, era stato bruciato dal controllo orientato dei quasi due metri di Woltemade, vedendosi costretto ad aggrapparsi alla maglia del tedesco per un cartellino giallo che si rivelerà una sentenza a orologeria; e al 45’+2′, su una banale trasmissione orizzontale non schermata dalla mediana azzurra, il diciannovenne bosniaco Kerim Alajbegović aveva già fatto le prove generali del gol, incuneandosi centralmente e scaricando un sinistro incrociato rasoterra disinnescato solo da un grande intervento in allungo di Meret.
Poi, nel tunnel degli spogliatoi, il crollo strutturale. All’intervallo il Napoli perde contemporaneamente il suo capitano e il suo faro tecnico: Di Lorenzo alza bandiera bianca per un risentimento all’adduttore dopo una botta, mentre a De Bruyne si gira la caviglia, aprendo una distorsione che oggi tiene col fiato sospeso tutto l’ambiente a quarantott’ore dalla trasferta decisiva di Champions League sul campo del Porto. Dentro Rrahmani (costretto ad adattarsi sul centro-destra con spostamenti a catena) e dentro Billy Gilmour come vertice basso.
È qui che la partita del Napoli finisce sul piano tattico. Perché se a Monza l’ingresso di Gilmour aveva tamponato l’emergenza contro un avversario sfilacciato, allo Stadium lo scozzese è rimasto intrappolato in una regia scolastica, priva di cambi di gioco e di verticalizzazioni. Senza i lanci di De Bruyne e senza un centravanti di movimento, Scott McTominay è letteralmente sparito dal radar offensivo: zero tiri tentati in novanta minuti, zero inserimenti senza palla in area, risucchiato in un lavoro di rincorsa sterile sulla propria trequarti. Il Napoli del secondo tempo è diventato un pugile chiuso all’angolo con i guantoni alzati sul volto, incapace di superare la metà campo se non con palloni buttati alla cieca verso la testa di Bremer.
IL CRIMINE DEL RINCULO PASSIVO: ANATOMIA DEI GOL DI ALAJBEGOVIĆ E BOGA E DEL ROSSO A MARIANUCCI
A certificare il fallimento dell’atteggiamento tattico della ripresa non sono le nostre analisi, ma la confessione involontaria di Marco Landucci ai microfoni del post-partita: «Sul gol di Alajbegović siamo scappati troppo indietro, lasciandolo libero di calciare. Facendo così si prende gol, ed è esattamente l’atteggiamento contrario rispetto alla nostra richiesta». Rileggete queste parole perché contengono l’atto d’accusa definitivo verso l’identità smarrita di questa squadra.
Minuto 70. La Juventus ha già inserito Federico Gatti per McKennie (liberando Pierre Kalulu di spingere con più costanza a destra) ed Edon Zhegrova per uno spento Randal Kolo Muani, mentre il Napoli al 61′ ha tolto un esausto Politano per gettare nella mischia il giovane Antonio Vergara. Kerim Alajbegović riceve palla sulla trequarti offensiva. In un sistema difensivo organizzato secondo principi moderni di rottura della linea, nel momento in cui il portatore di palla avversario avanza frontalmente a testa scoperta, uno dei due centrali o il mediano metodista (Gilmour) deve uscire con tempi aggressivi per accorciare lo spazio e “sporcare” il caricamento del tiro, mentre i compagni di reparto stringono le coperture preventive alle sue spalle. Invece, che fa il Napoli? Rincula. Rincula Gilmour, rincula Anguissa, rinculano Marianucci e Rafa Marín fin quasi sulla linea dei sedici metri, ipnotizzati dalla paura di essere imbucati alle spalle. Alajbegović percorre quindici metri in solitaria senza un singolo contrasto e dai venti metri lascia partire un sinistro incrociato violentissimo che bacia il palo interno e fulmina Meret.
Quattro minuti più tardi, al 75′, la fotografia del collasso nervoso e strutturale: Luca Marianucci, già ammonito nel primo tempo e lasciato per tutta la sera in balia delle transizioni bianconere, arriva con una frazione di secondo di ritardo su Cabal e gli pesta il piede (step-on-foot). Secondo giallo, espulsione, Napoli in dieci uomini. I cambi disperati del 79′, dentro Sam Beukema per Olivera e Giovane per uno stremato Anguissa, servono solo a completare il tabellino prima della fotocopia dell’87’. Sul lato sinistro dell’attacco bianconero, Jeremie Boga (entrato al 72′ proprio al posto di Alajbegović insieme a Lloyd Kelly per Lucumí) riceve palla servito da Zhegrova, punta il limite dell’area, rientra sul piede destro davanti a una difesa azzurra ancora una volta inchiodata sui talloni e disegna il tiro a giro sul palo lontano che chiude i conti sul 2-0.
LO SPECCHIETTO TATTICO E STATISTICO (JUVENTUS-NAPOLI 2-0)
Possesso palla e passaggi: Juventus 50% (383/436, precisione 87%) vs Napoli 50% (433/494, precisione 87%). Lettura tecnica: circolazione azzurra sterile, orizzontale e puramente perimetrale.
Tiri totali e nello specchio: Juventus 18 tiri totali (5 nello specchio) vs Napoli 6 tiri totali (1 nello specchio). Lettura tecnica: zero tiri in porta del Napoli dal colpo di testa di Lucca all’8′ fino al 94′.
Calci d’angolo conquistati: Juventus 13 vs Napoli 4. Lettura tecnica: pressione territoriale e produzione sulle catene laterali bianconere triple rispetto a quelle azzurre.
Tiri bloccati e respinte difensive: Juventus 1 tiro bloccato e 26 respinte vs Napoli 6 tiri bloccati e 31 respinte. Lettura tecnica: Napoli costretto a difendere basso dentro i propri sedici metri per tutta la ripresa.
Contrasti vinti e disciplina: Juventus 4 su 4 (100%) e 9 falli commessi vs SSC Napoli 3 su 6 (50%) e 12 falli commessi. Lettura tecnica: ritardo sistematico nelle letture preventive (costato 2 ammonizioni e 1 espulsione).
Guardate i numeri nello specchietto qui sopra: il Napoli ha completato 433 passaggi contro i 383 della Juventus con l’87% di precisione, ma ha prodotto appena sei conclusioni totali (di cui quattro fuori misura e una murata) contro le diciotto dei bianconeri, concedendo la bellezza di tredici calci d’angolo a quattro e dovendo effettuare trentuno respinte difensive in emergenza. Non è stata una partita persa per un episodio sfortunato: è stata l’esecuzione pubblica di una squadra che, quando perde i suoi due o tre solisti, scopre di non avere uno spartito.
IL FALSO ALIBI DELL’INFERMERIA E IL VECCHIUME DILAGANTE DI UNA ROSA COSTRUITA AL CONTRARIO
Ed eccoci al nodo che unisce il campo alla stanza dei bottoni di Castel Volturno e agli uffici romani della Filmauro. Quando Landucci ripete che «abbiamo tanti infortuni come tante altre squadre quando si gioca ogni tre giorni», dice una mezza verità che serve a nascondere una colpa gigantesca di programmazione sportiva. Perché l’epidemia muscolare e articolare che ha ridotto il Napoli a tredici giocatori di movimento arruolabili all’inizio di novembre non è una maledizione biblica caduta dal cielo: è la conseguenza matematica, biomeccanica e fisiologica di una rosa assemblata unendo il vecchiume dilagante dei titolari logori all’inesperienza totale delle seconde linee.
Analizziamo la spina dorsale su cui è stato edificato il Napoli 2026/2027, quello che avrebbe dovuto celebrare il Centenario della fondazione del club aprendo una dinastia. Al centro del progetto tecnico è stato posto un fuoriclasse assoluto come Kevin De Bruyne, ma nella versione autunnale della sua parabola atletica: trentacinque anni sulla carta d’identità e, soprattutto, una cicatrice pesantissima sul bicipite femorale destro, operato appena dodici mesi fa ad Anversa dal professor Geert Declercq con quattro mesi di stop forzato nella stagione 2025/2026. Prendere un monumento di cristallo reduce da un intervento chirurgico del genere e costringerlo a fine ottobre a tirare la carretta ogni settantadue ore, prima il tour de force ad altissima intensità nel 4-3 contro il Bodø/Glimt, poi la battaglia di nervi nel 3-3 con la Roma di Gasperini, poi la trasferta sul campo pesante di Monza perché Lobotka si è rotto, e infine la gabbia fisica dello Stadium, significa firmare in bianco il certificato del suo prossimo infortunio.
Lo stesso identico discorso vale per Giovanni Di Lorenzo, spremuto ininterrottamente da cinque stagioni senza un’alternativa credibile di ruolo fino al cedimento dell’adduttore di ieri sera; vale per Stanislav Lobotka, usurato da anni di chilometraggi fuori scala e oggi ai box per un mese e mezzo; vale per i vari Matteo Politano, Amir Rrahmani e Leonardo Spinazzola, quegli stessi “vecchiotti” il cui orgoglio aveva strappato applausi di sollievo nella notte di Champions contro i norvegesi, ma la cui tenuta atletica sui novanta minuti non può più reggere il doppio impegno settimanale ad alta frequenza.
E chi c’è alle spalle di questa guardia pretoriana usurata dal tempo? Il vuoto pneumatico o la scommessa al buio. Quando si fermano i senatori, Allegri si volta verso la panchina e trova Luca Marianucci (mandato allo sbaraglio contro Woltemade e Kolo Muani fino all’inevitabile cartellino rosso), Rafa Marín, Antonio Vergara, l’oggetto misterioso Giovane o i ragazzi della Primavera Francisco Baridó, Milton Pereyra, Chiummariello, Melnyk e Lieto portati a Torino per riempire la distinta. È la schizofrenia strutturale fatta squadra: da un lato monte ingaggi appesantito da contratti pesanti per ultratrentenni a fine ciclo; dall’altro ragazzi privi di un sistema didattico che li protegga.
Come scrivevamo dieci giorni fa analizzando il modello del Bodø/Glimt di Kjetil Knutsen, la grandezza di un club moderno si misura nella capacità di sostituire i pezzi senza perdere un solo giro del motore, perché l’identità risiede nello spartito collettivo e nello scouting funzionale, non nella figurina. Il Napoli del 2026 ha fatto esattamente l’opposto: ha distrutto lo spartito, ha invecchiato l’orchestra e ha affidato la bacchetta a un direttore d’orchestra come Massimiliano Allegri che per vocazione filosofica detesta la musica scritta, preferendo affidarsi all’improvvisazione dei solisti e alle conferenze stampa sull’ippica e sui cavalli di razza. Quando i cavalli di razza zoppicano, resta solo il fango dell’ippodromo.
IL CAPOLINEA STORICO DI AURELIO DE LAURENTIIS: LA RECIDIVA IMPERDONABILE DEI DUE SCUDETTI DILAPIDATI
Ma fermarsi alle colpe di Allegri, che pure sono evidenti nella gestione pavida delle transizioni, nei tre gol incassati in casa dal Bodø, nei tre subiti dalla Roma con l’incubo Balerdi sui piazzati, nel naufragio di Venezia e nell’encefalogramma piatto del secondo tempo di Torino, significherebbe guardare il dito e non la luna. Perché gli allenatori passano, i preparatori atletici cambiano, i direttori sportivi si alternano, ma il denominatore comune di questo crollo verticale siede sempre sulla stessa poltrona.
Siamo di fronte a un unicum nella storia del calcio europeo contemporaneo: Aurelio De Laurentiis è riuscito nell’impresa titanica e sconsiderata di dilapidare due eredità tecniche consecutive subito dopo aver vinto due scudetti nell’arco di un triennio.
Riannodiamo il nastro della storia recente. Nel maggio del 2023, il Napoli vince il terzo scudetto della sua storia dominando il campionato con sedici punti di vantaggio, esprimendo il calcio più avanguardistico d’Europa e disponendo di un patrimonio tecnico, giovane e patrimonializzato che chiunque nel continente ci invidiava. Qualsiasi proprietà dotata di una struttura manageriale moderna avrebbe blindato l’architettura tecnica (Spalletti e Giuntoli) o, in caso di fisiologico ricambio, avrebbe innestato profili coerenti con quel sistema di gioco per aprire un ciclo quinquennale. De Laurentiis, tradito da un eccesso di protagonismo e dalla convinzione che il tricolore fosse un prodotto esclusivo del proprio genio cinematografico, smantella la catena di comando e partorisce l’abominio della stagione 2023/2024: la girandola grottesca di Rudi Garcia, Walter Mazzarri e Francesco Calzona, chiusa con il decimo posto della vergogna e il peggior rendimento post-scudetto della storia della Serie A.
Un errore del genere, per quanto clamoroso, poteva ancora essere catalogato dagli indulgenti come un peccato di superbia isolato, tanto più che nell’estate del 2024 la paura del baratro aveva costretto il presidente a un bagno di umiltà temporaneo, consegnando le chiavi del club ad Antonio Conte per ricostruire sulle macerie. Il miracolo riesce una seconda volta: il Napoli risorge dalle proprie ceneri e conquista il quarto scudetto, una seconda miniera d’oro tecnica, emotiva e finanziaria servita su un piatto d’argento. La storia offre a De Laurentiis una seconda possibilità che nel calcio d’élite non viene concessa quasi mai a nessuno: la chance di dimostrare di aver imparato la lezione del 2023.
E invece eccoci qui, lunedì 2 novembre 2026. Diciotto mesi dopo quel secondo trionfo, il patrimonio tecnico è stato nuovamente raso al suolo. Invece di costruire una struttura societaria autonoma, un settore giovanile degno di questo nome, un centro sportivo moderno e una rosa ringiovanita con criteri di data analysis e sostenibilità atletica, la proprietà è ricaduta esattamente negli stessi vizi capitali: frizioni gestionali, cambi di rotta ideologici da un estremo tattico all’altro, mercato schizofrenico diviso tra parametri zero logori e scommesse acerbe, fino al paradosso attuale di un Napoli settimo in classifica con 14 punti in 10 partite (-7 rispetto ai 21 punti dello scorso anno allo stesso giro di boa), già sconfitto quattro volte in campionato e staccato di 9 punti dalla zona Champions League, mentre in panchina siede un tecnico nervoso e scollegato dal DNA storico della squadra. Dilapidare uno scudetto è stato un crimine sportivo; dilapidarne due in tre anni è la prova provata dell’obsolescenza irreversibile di un modello padronale.
DAL SOFFITTO DI CRISTALLO ALLA NEBBIA DEI CANTIERI: COMO, MILANO, APONTE E IL BLUFF SU RIZZETTA
Questa sconfitta allo Stadium cade peraltro al termine di una settimana che, come abbiamo documentato passo dopo passo sulle pagine del blog, ha messo a nudo tutta la distanza siderale tra la propaganda di De Laurentiis e la realtà del calcio globale del 2026.
Mentre a Torino il campo emetteva la sua sentenza, fuori dal rettangolo verde si consumava l’ennesimo capitolo di una gestione che ha ormai toccato il suo soffitto di cristallo. Guardate cosa accade attorno a noi. Sul Lago di Como, la proprietà dei fratelli Hartono ha costruito quel “modello Disney” raccontato da James Horncastle su The Athletic, capace di coniugare visione globale, infrastrutture, marketing internazionale e un’identità di gioco feroce fino a piegare il Manchester United. A Milano, dopo anni di battaglie burocratiche, i fondi americani di Inter e Milan hanno trovato la quadra istituzionale con il Comune per il nuovo Generali Stadium firmato da Foster e Manica: un’astronave da 71.500 posti con quasi 12.000 sedute corporate hospitality (oltre il 16% della capienza) progettata per generare 120-150 milioni di euro annui a club dal solo matchday.
E a Napoli? A Napoli siamo ostaggi di una guerra di trincea permanente e di annunci buoni a spostare l’attenzione mediatica a ogni vigilia delicata. Da una parte il braccio di ferro con Palazzo San Giacomo sul restyling del Diego Armando Maradona (dove i 36 skybox per 576 posti complessivi previsti dal progetto comunale restano una goccia nel mare rispetto ai ricavi milanesi); dall’altra i miraggi itineranti di De Laurentiis, che rimbalzano dai terreni ex Q8 di San Giovanni a Teduccio ai vertici ginevrini con Gianluigi Aponte per vagheggiare una futuribile “MSC Arena” da 70.000 posti, fino alla fretta improvvisa di chiudere i contratti per i terreni di Qualiano destinati al centro sportivo.
È davvero una coincidenza temporale che i rendering degli stadi e le carte di Qualiano vengano agitati proprio nei giorni in cui Matt Rizzetta e il fondo americano Underdog Global Partners escono allo scoperto su Sportico? L’imprenditore italo-americano, già patron del Napoli Basket, ha confermato le trattative preparando un rilancio tra 1,5 e 1,6 miliardi di euro (200-300 milioni in più rispetto all’offerta di marzo da 1,3 miliardi più presidenza onoraria) dentro un piano multisportivo complessivo da oltre due miliardi per trasformare Napoli in un hub mondiale sul modello delle grandi polisportive europee, fissando però una scadenza invalicabile: «Speriamo di chiudere, ma non andremo oltre l’inizio del 2027, altrimenti attiveremo il piano B». E qual è stata la risposta di De Laurentiis davanti alla prospettiva di un fondo strutturato pronto a immettere capitali freschi e management internazionale? Il solito scudo del provincialismo padronale: «Magari vendo a un napoletano».
Il verdetto della storia verso l’Estádio do Dragão
Ecco perché il 2-0 incassato ieri sera contro la Juventus non può essere archiviato con il “zitti e lavorare” di Marco Landucci né con l’attesa degli esami strumentali di stamattina sulla caviglia di Kevin De Bruyne e sull’adduttore di Giovanni Di Lorenzo. Mercoledì sera alle 21:00 italiane (le 20:00 locali) il Napoli scenderà in campo all’Estádio do Dragão contro il Porto nella quarta giornata della League Phase di Champions League con una squadra incerottata, sulle gambe e psicologicamente svuotata.
Chi scenderà in campo in Portogallo avrà il dovere morale di onorare la maglia che indossa, come hanno sempre fatto i tifosi anche quando dalle curve del Maradona si sono alzati striscioni di dura e lucidissima contestazione. Ma nessuno provi più a vendere fumo a questa città. Quando una proprietà riesce a trasformare l’eredità di due scudetti in un settimo posto a novembre, facendosi cantare «Ohi vita mia» in faccia dallo stadio della Juventus allenata da Luciano Spalletti, il problema non è più chi siede in panchina o chi entra in infermeria. Il problema è che l’orologio della storia ha già battuto la mezzanotte per un modello di gestione familiare che non ha più nulla da dare al futuro del Napoli, se non il lento, inesorabile consumo dei suoi ricordi più belli.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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