
Fonte: SSC Napoli
Il limite oltre il quale il calcio smette di essere uno sport e si trasforma in un tragicomico esercizio di teatro dell’assurdo è stato bissato. Se appena quarantott’ore fa, all’indomani del naufragio di Venezia, avevamo scomodato Freddy Krueger e gli incubi di Elm Street per raccontare il baratro di una stagione del Centenario nata sotto i peggiori auspici, la conferenza stampa odierna di Massimiliano Allegri in vista della sfida di Champions League contro il Bodø/Glimt ha ufficialmente riscritto i canoni del genere. Non siamo più nel territorio del thriller psicologico: siamo atterrati direttamente nel cabaret grottesco, con un allenatore che esordisce in sala stampa parlando di ippica e di scommesse sui cavalli (“Fly By Fly?”) mentre la tifoseria ha ancora il fegato in pezzi per l’umiliazione del Penzo e una piazza intera cerca di capire come sia stato possibile ridursi così.
La narrazione che stiamo portando avanti sul blog trova oggi il suo capitolo più surreale. Da un lato abbiamo la squadra, rappresentata in conferenza da Alex Meret, che si lascia sfuggire confessioni involontarie pesanti come macigni; dall’altro abbiamo il tecnico toscano che, di fronte all’evidenza di un disastro tecnico e di una classifica che piange, sceglie la via della negazione cosmica, sfoderando il manuale del perfetto pompiere piromane. E in mezzo, come un convitato di pietra, lo spettro di una società e di un mercato che la stessa guida tecnica, con una frecciata d’altri tempi, ha deciso di rispedire dritta al mittente.
I LAPSUS DI MERET E I FANTASMI DI UNA TRANQUILLITÀ FUORI LUOGO
Prima ancora che il tecnico si sieda a tavola per dispensare le sue massime filosofiche sul “corto muso”, a svelare involontariamente lo stato d’animo dello spogliatoio ci pensa Alex Meret. Quando i cronisti scavano nel solco delle cinque sconfitte rimediate nelle prime nove uscite stagionali, evocando lo spettro nefasto di quel famigerato e maledetto decimo posto che tutti a Napoli abbiamo ancora inciso sulla pelle come una cicatrice, il portiere azzurro prova a mettere le mani avanti. Ma è nel passaggio precedente, quando gli viene chiesto di tracciare il bilancio del cambiamento rispetto alla gestione martellante del biennio contiano, che si consuma la confessione più illuminante.
Meret ammette candidamente che con Allegri la squadra vive in un clima diverso: “C’è non dico tranquillità, ma comunque forse un po’ meno pressione, ci dà qualche libertà in più”. Eccolo qui, servito su un piatto d’argento, il vero cortocircuito di questa stagione. Quella “libertà in più” e quel calo di pressione, tradotti sul rettangolo verde di Venezia o di Villarreal, non sono diventati spensieratezza o estro creativo, ma drammatica anarchia tattica, approssimazione e un preoccupante difetto di tensione agonistica. Quando togli la museruola a un gruppo che per due anni ha vissuto spremendo ogni singola stilla di energia nervosa sotto la dittatura del lavoro duro, senza però sostituirla con un’organizzazione di gioco moderna e codici offensivi rigorosi, il risultato è esattamente quello che stiamo pagando a caro prezzo: una squadra piatta, svuotata, incapace di azzannare l’avversario e pronta a sciogliersi alla prima vera difficoltà.
Se a questo aggiungiamo l’ennesimo infortunio muscolare della stagione, stavolta l’alt-stop per Alisson Santos, su cui lo stesso Meret allarga le braccia parlando dei ritmi folli del calcio moderno, il quadro clinico di una rosa logora e gestita male nei carichi di lavoro si completa in tutta la sua drammaticità.
“Abbiamo creato tanto”: la realtà parallela del tecnico e l’apologia dell’ippica
Poi, finalmente, tocca ad Allegri. E lo spettacolo si sposta direttamente su un binario parallelo, totalmente sganciato dal pianeta terra. Si entra in sala stampa con il sorriso sulle labbra, pronti a scherzare con i vecchi amici giornalisti di cavalli e piste ippiche, ridendo di un certo Fly By Fly e di bollette andate male. Un siparietto delizioso se ci trovassimo al dopolavoro ferroviario o a una festa di paese, ma profondamente stonato se messo in scena alla vigilia di un dentro-o-fuori europeo, mentre il Centenario del Napoli viene trascinato nella polvere.
Quando finalmente si decide a parlare di calcio giocato, il tecnico livornese compie il capolavoro oratorio della giornata: la riscrittura della storia di Venezia. Secondo la sua personale visione della realtà, sabato al Penzo il Napoli avrebbe addirittura “creato tanto” e disputato un “discreto secondo tempo”. Secondo Allegri, a condannare la squadra non sarebbe la totale assenza di uno straccio di trama offensiva, la disposizione iniziale con cinque difensori e due mediani contro l’ultima in classifica o il fatto di aver chiuso la gara senza un tiro pulito nello specchio, ma solo… il risultato finale. È la sindrome del “risultato bugiardo” applicata a un deserto tecnico.
Il suo manifesto filosofico è racchiuso in una frase che è tutto un programma: “Sarebbe meglio magari fare risultato con un tiro in porta”. Una battuta che vorrebbe essere pragmatica e che invece suona come una resa incondizionata, l’ammissione che si naviga a vista affidandosi alla buona sorte, al colpo episodico o alla giocata estemporanea del singolo, mentre il resto d’Europa corre, verticalizza e fa cinque gol a partita. Per Allegri il problema non è l’impostazione tattica pavida o la mediocrità della proposta di gioco, ma quella “palla mezza e mezza che ti finisce alle spalle” per colpa di un centimetro. Dettagli, millimetri, fatalismo. Come se la sterilità offensiva fosse una congiunzione astrale e non il frutto di scelte scellerate.
IL SILURO ALLA SOCIETÀ: “I GIOCATORI QUESTI SONO, LA SOCIETÀ HA FATTO LE SUE VALUTAZIONI”
Ma il vero momento di tensione, quello che certifica come la luna di miele tra panchina e dirigenza sia ormai ridotta a un cumulo di macerie fumanti, arriva quando il tecnico risponde sulle proprie responsabilità. Qui la maschera del bonario gestore cade per lasciare spazio a un siluro vagante indirizzato dritto dritto negli uffici di Aurelio De Laurentiis.
Alla domanda se si rimproveri qualcosa, Allegri risponde di no, rivendicando il diritto di divertirsi finché gli andrà di farlo. E subito dopo, con una lentezza calcolata e pause cariche di sottintesi, pronuncia la frase che smaschera il grande alibi della stagione: “I calciatori fanno parte della rosa del Napoli… e se sono stati scelti dal Napoli, vuol dire che dovrebbero essere in condizione di giocare nel Napoli”.
Non pago, il tecnico alza il tiro e sbotta, quasi perdendo la pazienza: “Altrimenti ogni giorno bisogna buttarne a mare dieci! Siccome il mercato è chiuso, non è che ogni giorno si possono cambiare dieci giocatori. La società ha fatto le valutazioni sulla rosa”.
È uno scaricabarile di una violenza inaudita, formulato a microfoni accesi. Allegri prende i calciatori bersagliati dalla critica e, apparentemente difendendoli, li usa come clave contro chi li ha acquistati. Il messaggio implicito ma chiarissimo è: questa squadra che non gira, vecchia, logora e incompleta, non l’ho chiesta io sul mercato; me l’avete passata così, le valutazioni le avete fatte voi in estate, e adesso vi tenete il materiale umano e i nodi al pettine. È la certificazione pubblica di un divorzio in casa, con l’allenatore che prende le distanze dalle scelte tecniche del club e la società ostaggio di un contratto pesantissimo che non può (e non vuole) permettersi di interrompere.
L’ILLUSIONE TATTICA E LA FARSA DEL “CAMBIA SOLO L’ESTERNO”
A chiudere il cerchio dell’incomprensione totale ci pensa poi quando si parla di tattica pura. Interpellato sulla possibilità di confermare o meno quel 3-5-2 (di fatto una linea a cinque blindatissima) che contro il Venezia ha fatto inorridire i tifosi, Allegri liquida la questione con la leggerezza di chi parla del meteo: la differenza tra difesa a tre e difesa a quattro, sostiene, “è solo l’esterno a destra”. Nient’altro. Nessun problema di baricentro, nessun difetto di coraggio, nessuna incapacità di occupare la trequarti avversaria. È solo questione di interpretazione del singolo interprete di fascia.
E così, mentre in sala stampa si celebrano le lodi del prossimo avversario europeo, il Bodø/Glimt, dipinto giustamente come una squadra ostica che sa il fatto suo, la sensazione che si respira è quella di un gigantesco cortocircuito collettivo. Da un lato il presidente che in TV si autocelebra parlando del 2027 e del suo kolossal del Centenario; dall’altro l’allenatore che in conferenza parla di ippica e scarica la qualità del mercato sulla dirigenza; e nel mezzo una squadra spaesata, priva di identità e di guida spirituale, che si appresta ad affrontare l’ennesima notte da incubo europea.
VERSO IL BARATRO: NON BASTA PIÙ CAMBIARE LA SERRATURA
Siamo oltre il punto di non ritorno. Le parole di oggi in conferenza stampa dimostrano che all’interno del club non c’è più comunione d’intenti, non c’è visione comune e, soprattutto, non c’è l’abilità di correggere la rotta. Ognuno difende il proprio orticello: la proprietà blatera di stadi e futuro mentre il presente affonda; la panchina si trincera dietro il materiale a disposizione, assolvendosi da ogni colpa tattica; e la squadra galleggia senza bussola.
Domani sera al Maradona ci sarà il Bodø/Glimt. E l’ambiente, inutile nasconderselo, vive nel terrore che l’ennesima “partita della svolta” si trasformi nell’ennesimo atto di un film horror scritto malissimo. Ma la verità, l’abbiamo scritto a chiare lettere e i fatti continuano a darci ragione, è che il problema non si risolve con un colpo di coda estemporaneo o con l’ennesimo ritiro punitivo.
Quando un sistema marcisce alla radice, quando i cavalli di razza promessi si rivelano ronzini a fine corsa e chi guida la carrozza pensa solo a scommettere i propri fantini, non serve cambiare la formazione o sperare nel miracolo della buona sorte. Serve avere il coraggio di ammettere il fallimento totale di un modello. Il tempo dei proclami è scaduto. Fuori i mercanti dal tempio, prima che di questo Centenario resti solo il triste ricordo di una barzelletta raccontata male.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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