Antonio Conte. Fonte: The Athletic

C’è un’immagine molto vivida che James Horncastle, firma di punta di The Athletic, ha tratteggiato nel suo ultimo, splendido editoriale pubblicato oggi, 5 ottobre. Londra, una giornata come tante. Un padre e una figlia fermano Antonio Conte per un selfie. Lui sorride. Loro sorridono. È un’interazione semplice, banale nella sua quotidianità, ma che racchiude l’essenza stessa di ciò che definisce l’uomo di Lecce: la capacità di aver regalato a quelle persone un ricordo indelebile. Una vittoria.

​Perché per Antonio Conte, la memoria è tutto. Il calcio, nel suo spietato scorrere, ricorda solo chi vince. I perdenti, salvo rarissime eccezioni, vengono inghiottiti dalle sabbie del tempo.

​Prendendo spunto dalla lunga e articolata intervista rilasciata ad Horncastle, è impossibile per noi, da questa tribuna, non riflettere su cosa abbia significato il ciclone Conte per il nostro amato Napoli, e su come le sue parole risuonino oggi come un manifesto programmatico per l’intero movimento calcistico europeo, schiacciato dallo strapotere finanziario della Premier League.

​Il peso della memoria e l’ossessione per il successo

​“Sai che ho una medaglia di vice-campione del mondo?”, chiede provocatoriamente Conte a Horncastle, ricordando USA ’94. “Tu ricordi che il Brasile ha vinto la finale. Non che l’Italia l’ha persa ai rigori… Se avessimo vinto quella partita, sarei riconosciuto come un campione del mondo”. E ancora, il riferimento a Euro 2000, o alle tre finali di Champions League perse con la Juventus.

​È in questa frustrazione, in questo dolore quasi fisico per la sconfitta, che risiede il segreto del suo successo. Come ha ricordato un altro immenso campione, Paolo Maldini, il peso delle finali perse rischia di schiacciare i ricordi delle vittorie. Per esorcizzare questo spettro, l’unica cura è l’ossessione. È quello che Conte definisce con una parola intraducibile in inglese, ma scolpita a fuoco nel nostro vocabolario: fatica. Non solo sforzo. Sangue, sudore e lacrime.

​Quando Conte parla ai suoi giocatori, non sta solo impartendo nozioni tattiche. Sta cercando di trasmettere un’urgenza esistenziale. “Se perdi… e questo è qualcosa che voglio che i miei giocatori capiscano bene, perché ci sono passato io stesso… se perdi una finale e poi vai in vacanza, potresti pensare che ci sia una prossima volta. Ma non c’è sempre una prossima volta. È questa.”

​La ricostruzione di un’identità: il biennio azzurro

​Leggere queste parole oggi ci riporta inevitabilmente a due estati fa. Al disastro sportivo della stagione 23/24, chiusa con un anonimo e doloroso decimo posto. Una squadra svuotata, una piazza depressa. Poi, l’arrivo di Conte. La ricostruzione di una mentalità vincente dalle macerie.

Horncastle ripercorre la carriera di Conte come quella del restauratore di grandezza per eccellenza. Lo ha fatto alla Juventus, al Chelsea, all’Inter. Ma quello che ha realizzato a Napoli nella stagione 24/25 ha contorni quasi miracolosi, se consideriamo il contesto. Ha preso una squadra smarrita, ha assorbito l’addio di pilastri fondamentali come Victor Osimhen e ha dovuto reinventare l’attacco a metà dell’opera, quando a gennaio 2025 Khvicha Kvaratskhelia è volato a Parigi, sponda PSG.

​Invece di piangersi addosso, Conte ha plasmato la squadra attorno a nuove certezze. Ha scommesso forte su Rasmus Højlund, trasformandolo nel terminale offensivo implacabile di cui avevamo bisogno. E, contrariamente ai vecchi stereotipi che lo volevano ancorato al dogma del 3-5-2 o del 3-4-1-2, a Napoli abbiamo visto un Conte tatticamente fluido, capace di alternare un 4-3-3 dinamico a un 4-1-4-1 solido ed equilibrato. Una necessità dettata dall’intelligenza, per non lasciare fuori gente come McTominay, Anguissa o Lobotka, garantendo al contempo copertura e spinta offensiva. Quel tricolore del 2025 non è caduto dal cielo; è stato conquistato “sputando sangue e mangiando l’erba”.

​E anche la seconda stagione, la 25/26 appena conclusa, seppur orfana del bis in campionato (andato a un’Inter fortissima e attrezzata), ci ha regalato il trofeo della Supercoppa Italiana e un lusinghiero secondo posto, lottando fino alla fine nonostante un’ecatombe di infortuni che avrebbe steso chiunque. Lo stesso De Laurentiis lo ha salutato ringraziandolo per “due anni fantastici”.

​Bazooka contro Pistole: il divario economico

​Ma il cuore dell’intervista su The Athletic tocca un nervo scoperto del calcio contemporaneo. Interrogato sulla possibilità di un ritorno in Premier League, Conte non usa giri di parole per descrivere il dislivello tra l’Inghilterra e il resto d’Europa: “In Inghilterra oggi usano i bazooka, mentre ovunque altrove si usa ancora la pistola”.

​È una metafora cruda, ma di una lucidità spietata. I diritti televisivi spropositati, le proprietà multimiliardarie, le iniezioni di capitale continuo: competere con i club d’Oltremanica sul mercato è diventato un esercizio di pura sopravvivenza. Ma Conte aggiunge un corollario fondamentale, che suona come una frecciata alla sua ex squadra, il Tottenham, e un monito per tutti gli altri: “Ma dobbiamo anche stare attenti a come vengono spesi i soldi… potresti anche avere i soldi, ma devi spenderli saggiamente”.

​Non è il denaro in sé a garantire il successo. È la visione. È la coerenza tra la direzione tecnica e quella societaria. L’esempio del Tottenham, con acquisti costosissimi e mal assortiti come Richarlison, è l’antitesi del lavoro fatto a Napoli, dove le risorse, pur limitate rispetto ai “bazooka” inglesi, sono state investite per creare un collettivo coeso, un blocco granitico impermeabile alle critiche esterne.

​L’evoluzione del gioco e lo sguardo al futuro

​Oggi Conte è fermo, osserva, studia. La sua mente analitica non si spegne mai. Ai microfoni di Horncastle, rivela la sua ammirazione per chi sta innovando. “Tutti sono più coraggiosi oggi”, ammette. “In passato, se affrontavi City o Liverpool, il divario di qualità era enorme, quindi ti posizionavi in un blocco medio e lasciavi a loro l’iniziativa. Questo non succede più”.

​Osserva Mikel Arteta all’Arsenal. Elogia Luis Enrique al PSG, capace di imporre per la prima volta una vera identità di squadra a Parigi dopo gli anni delle figurine (Messi, Neymar, Mbappé) slegate tra loro. E guarda con attenzione al miracolo del settore giovanile del Barcellona, La Masia, capace di sfornare diciottenni che giocano davanti a centomila persone con la naturalezza dei veterani.

​È il segnale di un allenatore che non si sente affatto superato, ma che sta metabolizzando le nuove tendenze (dal relazionismo all’aggressione uomo su uomo a tutto campo) per integrarle nel suo già vincente bagaglio.

​Il lascito ad Allegri

Mentre Conte progetta il suo prossimo ritorno nell’arena, con l’obiettivo dichiarato di andare in un club storico per “spolverare quella storia e farla brillare di nuovo”, noi guardiamo al nostro presente. Massimiliano Allegri, l’uomo a cui è stato affidato il timone per questa stagione 2026/27, ha ereditato una Ferrari con il motore già rodato e abituato a girare a pieni giri.

​L’imprinting lasciato da Conte non svanisce in un’estate. La dedizione al lavoro, il rifiuto categorico degli alibi, la consapevolezza che ogni punto lasciato per strada è un’opportunità bruciata: questa è l’eredità più grande dell’uomo dei bazooka e delle pistole.

​Come ci ha ricordato lui stesso in chiusura di intervista, un allenatore deve instillare nei cuori dei tifosi, dei giocatori e dei dirigenti quella scintilla, quella speranza che fa dire: “Cazzo, possiamo vincere”. Anche se le probabilità sono all’1%. E se c’è una cosa che Antonio Conte ha dimostrato, è che sotto la sua guida quell’1% diventa il 100%.

Oggi toccherà ad Allegri tenere accesa quella fiamma. Ma la legna, quella buona, è stata tagliata e accatastata nei due anni precedenti. E di questo, non smetteremo mai di essere grati all’uomo che ci ha tirati fuori dal decimo posto per riportarci sul tetto d’Italia.

Giulio Ceraldi

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