Giovanni Malagò. Fonte: Wikipedia

Il palcoscenico istituzionale italiano ha sempre nutrito una vocazione innata per il teatro dell’assurdo, ma con l’ultima crisi al vertice della Federcalcio, il nostro Paese ha scritto un nuovo, insuperabile capitolo del trasformismo burocratico. La vicenda che si è consumata ieri, 6 ottobre 2026, ha i contorni di una farsa pirandelliana e le implicazioni di un trattato di Machiavelli: la FIGC è stata commissariata a causa di un vizio formale nell’elezione del suo presidente, Giovanni Malagò e il CONI ha scelto di affidare il ruolo di Commissario Straordinario per traghettare la Federazione verso nuove elezioni a un profilo ineccepibile. Quale? Lo stesso Giovanni Malagò. 
È la sublimazione del paradosso, l’apoteosi del “Gattopardo” applicata allo sport: tutto viene azzerato affinché nulla cambi. Per comprendere come si sia arrivati a trasformare la poltrona più rovente del calcio italiano in uno specchio in cui il controllore e il controllato si fondono nella medesima persona, è necessario riavvolgere il nastro di questa anomalia tutta italiana.

IL FATTO: L’ANOMALIA BUROCRATICA E IL CORTOCIRCUITO

La genesi di questa vicenda affonda le radici nella turbolenta estate del 2026. Dopo dodici anni incontrastati alla guida del CONI (dal 2013 al giugno 2025), Giovanni Malagò aveva individuato nel mondo del calcio il suo naturale approdo manageriale e politico. Succeduto al CONI dal suo ex braccio destro Luciano Buonfiglio, Malagò aveva puntato alla presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio per raccogliere l’eredità di Gabriele Gravina. 
L’epilogo sembrava trionfale: il 22 giugno 2026, Malagò veniva eletto presidente della FIGC con un perentorio 68,58% dei voti. Il suo insediamento era stato accompagnato da mosse a effetto, come il clamoroso ritorno di Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale e l’affidamento a Claudio Ranieri del ruolo di direttore tecnico del Club Italia. Sembrava l’inizio di una nuova età dell’oro per una Federazione bisognosa di rilancio. Eppure, sotto la superficie del consenso, covava un vizio di forma dilettantesco, un errore burocratico quasi impensabile per un navigato squalo delle istituzioni: al momento dell’elezione, Malagò non era in regola con il tesseramento. 
Nel rigido ordinamento sportivo italiano, il tesseramento non è un mero orpello, ma il requisito primario per la candidabilità. La scoperta di questa falla ha innescato una reazione a catena. Le opposizioni interne hanno sollevato il caso, gli uffici legali si sono attivati e la regolarità della presidenza è stata formalmente impugnata. Il rischio era quello di una paralisi istituzionale totale, con atti e nomine a rischio nullità. Il dossier è inevitabilmente finito sulla scrivania dell’ente vigilante, il CONI, presieduto proprio da Luciano Buonfiglio, successore e storico alleato dello stesso Malagò. 

IL TEATRO DELLE PARTI: LA SOLUZIONE “MADE IN ITALY”

Di fronte a un’elezione sub judice, le opzioni sul tavolo della Giunta Nazionale del CONI erano limitate e tutte politicamente infiammabili. Invalidare l’elezione e nominare un commissario esterno avrebbe significato umiliare pubblicamente una figura del calibro di Malagò, innescando una guerra civile nei palazzi dello sport. Ignorare il vizio di forma avrebbe invece esposto il CONI a ricorsi devastanti, violando i principi basilari della giustizia sportiva.
La soluzione raggiunta ieri mattina entrerà di diritto nei manuali di giurisprudenza creativa. In un incontro risolutivo tra Buonfiglio e Malagò, con il presidente del Comitato Paralimpico Giunio De Sanctis nel ruolo di garante, si è delineata l’intesa perfetta. Il CONI ha preso atto della non regolarità dell’elezione, deliberando all’unanimità il commissariamento della Federcalcio. Contestualmente, per “salvaguardare l’autonomia dello sport” e garantire la “continuità aziendale”, Buonfiglio ha proposto e ottenuto di nominare lo stesso Giovanni Malagò come Commissario Straordinario della FIGC. 
La giustificazione ufficiale, filtrata dalle stanze del Foro Italico, è stata un capolavoro di diplomazia: l’ex e neo-presidente è stato descritto come “vittima di un malfunzionamento degli uffici”, una dicitura che deresponsabilizza il vertice scaricando la colpa sull’apparato tecnico. Il giornalista Dario Di Vico aveva profetizzato lo scenario mesi prima sui social con una battuta fulminante: “Lo dovranno clonare”. E la clonazione è avvenuta: Malagò è stato chiamato a commissariare l’operato del se stesso appena decaduto. 

LA TABELLA DI MARCIA DEL COMMISSARIO-PRESIDENTE

Mandato a tempo: Fino a 90 giorni di gestione straordinaria.
 
Obiettivo primario: Riscrivere l’organigramma e indire nuove elezioni federali entro e non oltre il 31 gennaio 2027 (con l’ipotesi di anticiparle al 14 dicembre).
 
La mossa finale: Durante il periodo di commissariamento, regolarizzare il tesseramento mancante per potersi ricandidare, presumibilmente come candidato unico, e tornare a ricoprire esattamente la stessa carica formale.
 
IL PESO DEL DOPPIOPESISMO BUROCRATICO

La narrazione di questo “compromesso storico” si scontra frontalmente con il concetto stesso di credibilità del sistema. La politica sportiva ha brindato allo scampato pericolo, ma l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori hanno reagito con un misto di sconcerto e cinismo. Lo scrittore e aforista Ennio Flaiano avrebbe sintetizzato il momento con la sua celebre massima: “La situazione è grave, ma non è seria.” 
Ciò che rende questa vicenda l’ennesima barzelletta nostrana non è l’antipatia o la simpatia verso l’attore protagonista, ma l’insostenibile applicazione del doppio standard. Il mondo del calcio italiano è tenuto in piedi da un sottobosco di società dilettantistiche, settori giovanili, dirigenti e allenatori di provincia per i quali le regole burocratiche sono spietate. Una firma mancante, un tesseramento depositato con un giorno di ritardo o un modulo compilato male si traducono inesorabilmente in penalizzazioni in classifica, sconfitte a tavolino, ammende salatissime e squalifiche. Per la base del sistema piramidale calcistico, la legge è granitica e inflessibile.
Quando però l’infrazione riguarda il vertice assoluto dell’istituzione piramidale, il sistema sviluppa improvvisamente una flessibilità straordinaria. Un errore formale che invaliderebbe la presidenza di qualsiasi piccolo club viene assorbito, digerito e trasformato in una promozione. Invece di un passo indietro, il protagonista viene dotato dei poteri speciali di commissario per sistemare le proprie carte. È la dimostrazione plastica di un sistema in cui i requisiti sono obblighi per i sudditi, ma semplici raccomandazioni per i sovrani.

LE CONSEGUENZE PER L’IMMAGINE DEL CALCIO ITALIANO

Mentre la politica nazionale, per voce del Ministro dello Sport Andrea Abodi, ha scelto di mantenere un distacco formale appellandosi al principio di “autonomia dello sport” e limitandosi a un monitoraggio vigile, il contraccolpo d’immagine si farà sentire oltre i confini nazionali. La UEFA e le istituzioni internazionali guardano con perplessità a una Federazione che risolve una crisi di legittimità istituzionalizzando l’anomalia.
Il commissariamento di sé stesso crea un precedente giurisprudenziale e politico estremamente scivoloso. Se l’ente controllore stabilisce che un’elezione viziata alla radice può essere sanata affidando la transizione al candidato invalidato, si depaupera la funzione di vigilanza. L’unanimità con cui Giunta e Consiglio Nazionale del CONI hanno ratificato questa scelta è il sintomo di una pace armata, di un consociativismo in cui l’importante non è il rispetto pedissequo delle norme, ma il mantenimento degli equilibri di potere e la garanzia che nessuna fazione perda il proprio posto al tavolo.
Giovanni Malagò, dal canto suo, prosegue il suo percorso con la solidità di chi sa di essere, nel bene e nel male, insostituibile all’interno delle dinamiche di potere romane. Nelle sue prime parole da Commissario ha parlato di “spirito di servizio” e di “concentrarsi sulle priorità del calcio”. Probabilmente lo farà, forte delle sue innegabili capacità relazionali. Ma il sipario che è calato sul Consiglio Nazionale del 6 ottobre 2026 lascia in eredità un’istantanea perfetta dell’Italia contemporanea: un Paese dove le dimissioni non si rassegnano mai, le poltrone non si svuotano, e anche quando la forma svanisce, la sostanza del potere trova sempre il modo di perpetuare sé stessa, persino a costo di diventare una barzelletta. 

Giulio Ceraldi

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