
C’è un modo di perdere che ti svuota di ogni certezza, lasciandoti in balia dei dubbi, e c’è un modo di perdere che, paradossalmente, ti riempie di consapevolezza. La trasferta di San Siro contro l’Inter appartiene, senza ombra di dubbio, a questa seconda categoria. Oggi, a mente fredda e con il polso della situazione più lucido, il primo istinto non è quello di cercare colpevoli, ma di scrivere due parole semplici e potenti: grazie ragazzi.
Abbiamo affrontato una vera e propria corazzata. L’Inter di Cristian Chivu è una macchina programmata per vincere, un avversario che sul proprio campo, spinto da un pubblico incessante, è capace di asfaltare chiunque. Uscire dal Meazza con una sconfitta di misura (3-2) in una partita giocata a viso aperto, vibrante e ricca di capovolgimenti di fronte, “ci sta”. Fa parte del percorso di crescita di una squadra che, dopo il tonfo interno contro il Como, aveva l’obbligo morale di dimostrare innanzitutto a sé stessa di essere viva. E la risposta è arrivata, forte e chiara.
L’ATTEGGIAMENTO: UNA SQUADRA CHE NON MOLLA
Quello che ci portiamo a casa da Milano non è zero punti, ma la prestazione. Il Napoli ha dimostrato di avere un’anima, un attaccamento alla maglia e una capacità di soffrire che non si compravano al calciomercato. Nel primo tempo, di fronte all’inevitabile pressione nerazzurra, la squadra si è compattata. Ha stretto i denti.
Ma è nella ripresa che abbiamo visto il vero volto di questo gruppo. I gol di Matteo Politano e Rasmus Højlund, arrivati in un lasso di tempo fulmineo (tra il 50′ e il 53′), non sono stati il frutto del caso, ma la sublimazione di un potenziale offensivo che ha solo bisogno di essere innescato. In quei minuti, il Napoli ha ammutolito San Siro, dimostrando che la distanza siderale tra noi e i Campioni d’Italia, di cui tanto si parla, sul campo si può colmare con la grinta e l’applicazione.
LA FORZA DEI DETTAGLI: QUANDO LA TATTICA DIVENTA FLUIDA
Questa partita ha lanciato un segnale inequivocabile: bastano pochi, mirati accorgimenti tattici per cambiare radicalmente il volto e l’inerzia di una gara. Massimiliano Allegri, tanto criticato per la presunta rigidità del suo sistema, ha dimostrato che il suo telaio può supportare variazioni sul tema estremamente efficaci.
Quando la squadra ha alzato il baricentro di quei fatidici 10-15 metri, le distanze si sono accorciate. La transizione che ha portato al vantaggio di Politano è stata un saggio di aggressività positiva: recupero, ribaltamento rapido, inserimento letale. Lo stesso Højlund, encomiabile per tutto il primo tempo nel lavoro sporco, appena ha avuto il supporto ravvicinato del centrocampo ha dipinto un gol da centravanti di razza pura.
Non siamo di fronte a uno schieramento irrecuperabile; siamo di fronte a un cantiere che, con le giuste rifiniture e la ripresa di pedine fondamentali in mediana, può diventare una trappola mortale per qualsiasi avversario.
LE “SLIDING DOORS” DEL MEAZZA: COSA SAREBBE SUCCESSO SE…
Nel calcio, si sa, la linea che separa il trionfo dalla caduta è sottilissima, tracciata da episodi che sfuggono al controllo di qualsiasi lavagna tattica. E se analizziamo chirurgicamente la gara di ieri, il rammarico per quello che poteva essere, e non è stato per una questione di centimetri o decisioni arbitrali, è l’unica vera nota amara della serata.
Partiamo dall’episodio che avrebbe potuto riscrivere non solo la partita, ma forse un pezzo di campionato: il fallo di Lautaro Martínez su Rafa Marín. Un intervento duro, un potenziale cartellino rosso che il direttore di gara ha deciso di interpretare in maniera a dir poco indulgente. Se Lautaro fosse stato espulso in quel frangente, lasciando l’Inter in dieci uomini, di che partita staremmo parlando oggi? Giocare in superiorità numerica contro una squadra già colpita psicologicamente dai nostri due gol avrebbe, con molta probabilità, chiuso la pratica.
E poi ci sono le occasioni. Le “sliding doors” che gridano vendetta. Pensiamo alla palla gol capitata sui piedi di Zambo Anguissa: un inserimento coi tempi giusti, una conclusione che avrebbe piegato le gambe a chiunque e che solo il fato (e un portiere graziato) ha deciso di non far gonfiare la rete.
E vogliamo parlare di Lorenzo Lucca? Il suo ritorno in maglia azzurra, fortemente voluto e finalmente concreto, ha aggiunto peso e profondità al nostro attacco nei minuti finali. Quell’occasione sfumata per un soffio è il preludio a ciò che potrà darci in questa stagione. Se quel pallone fosse entrato, staremmo celebrando un’impresa epica.
GUARDARE AL FUTURO CON RINNOVATA FIDUCIA
Usciamo dal campo di San Siro sconfitti nel punteggio, ma ampiamente rinvigoriti nello spirito. La corazzata Inter ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per piegare un Napoli che ha venduto carissima la pelle fino all’ultimo secondo di recupero.
La prestazione c’è stata, solida, orgogliosa e a tratti persino spavalda. Questo è il punto di partenza. Le fondamenta su cui Massimiliano Allegri e i ragazzi devono costruire l’immediato futuro nell’anno del nostro Centenario. Se l’atteggiamento è questo, se la voglia di lottare su ogni pallone non viene meno e se i meccanismi offensivi visti a inizio ripresa diventeranno una costante, nessun traguardo ci è precluso.
Mettiamo in archivio questo 3-2 non come un passo falso, ma come una lezione di spessore. La squadra ha risposto presente. I margini di miglioramento ci sono, ma la materia prima, il cuore, batte forte e colora di azzurro le nostre speranze.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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