Fabregas e Allegri. Fonte: Sportmediaset

Il fischio finale dell’arbitro Pairetto non ha soltanto sancito la vittoria del Como per 2-1 al Diego Armando Maradona, ma ha squarciato, in un caldo pomeriggio di fine agosto, il velo che copriva le profonde criticità del nuovo Napoli di Massimiliano Allegri. Se la prima uscita stagionale aveva lasciato intravedere qualche scricchiolio mascherato da sprazzi individuali, la seconda giornata di Serie A è suonata come un inappellabile verdetto di colpevolezza. Un disastro tecnico, tattico e motivazionale che non ammette alibi, sconti o scusanti, soprattutto per una squadra che, nonostante un mercato modesto, resta un organico costruito, nelle passate due stagioni, con l’imperativo categorico di competere su tutti i fronti.

LA LEZIONE DI FABREGAS: MODERNITÀ CONTRO IMMOBILISMO

Cesc Fabregas ha incartato Massimiliano Allegri. È questa la nuda e cruda verità che emerge dal prato di Fuorigrotta. Il Como, formazione costruita, pezzo dopo pezzo, per diventare una realtà consolidata del panorama calcistico nazionale e non solo, è sceso in campo con un 4-2-3-1 spavaldo, fluido e maledettamente moderno. Luis Milla e Lucas Da Cunha hanno dettato i ritmi con una naturalezza disarmante, mentre il terzetto composto da Assane Diao, Nico Paz e uno straripante Martin Baturina ha costantemente danzato tra le statiche linee del centrocampo azzurro, creando superiorità numerica e disorientando i portatori d’acqua partenopei. 
Al contrario, il Napoli si è presentato con un 4-3-3 rigido, scolastico e privo di aggressività. Stanislav Lobotka è stato sistematicamente ingabbiato dalla pressione alta lombarda, mentre Scott McTominay e André-Frank Anguissa non sono mai riusciti a fare filtro, lasciando voragini in cui i trequartisti di Fabregas si sono infilati con estrema facilità. La superiorità tattica del Como non si è limitata al possesso palla, ma si è manifestata nella riaggressione immediata e nella capacità di eludere il blando (e mal organizzato) pressing azzurro. 

I 45 MINUTI DELL’ORRORE: ANALISI DI UN CROLLO ANNUNCIATO

La partita si è di fatto decisa, e persa, in un primo tempo che definire “da incubo” sarebbe un eufemismo. Al 17′, il vantaggio ospite ha messo a nudo tutta la fragilità della catena di sinistra del Napoli: Diao, partendo dalla fascia, ha letteralmente aggirato Mathías Olivera con uno stop a seguire, servendo al centro un pallone che Baturina ha tramutato in oro con un colpo da biliardo, con Di Lorenzo immobile davanti a lui, alla sinistra di un inerme Alex Meret.
La reazione del Napoli? Estemporanea, nervosa, affidata unicamente ai guizzi dei singoli piuttosto che a un’idea corale. Il momentaneo pareggio firmato da Rasmus Højlund al 30′ è stato un lampo nel buio: l’attaccante danese ha inventato una girata di pura classe in uno spazio minuscolo, beffando Butez. Un gol da centravanti di razza che avrebbe dovuto suonare la carica, ma che si è rivelato un mero palliativo.
Appena quattro minuti dopo, il disastro. Al 34′, un errore macroscopico in fase di impostazione ha condannato gli azzurri. Anguissa e Rrahmani hanno pasticciato sanguinosamente con il pallone, consegnandolo di fatto a Tasos Douvikas. L’attaccante greco non si è fatto pregare, fulminando nuovamente Meret e riportando i lariani in vantaggio. Un errore dilettantistico, inaccettabile per i palcoscenici a cui ambisce questa rosa.

IL REPARTO DIFENSIVO: UN COLABRODO IMPERDONABILE

“Su entrambi i gol potevamo fare meglio, li abbiamo quasi regalati”, ha ammesso a denti stretti Massimiliano Allegri nel post-partita ai microfoni di Sky Sport, aggiungendo che “bisogna imparare a essere meno leggeri in difesa”. Parole che sanno di tardiva consapevolezza, ma che mascherano le evidenti responsabilità dell’allenatore. Se la linea composta da Di Lorenzo (ammonito e perennemente in ritardo), Rrahmani, Rafa Marín e Olivera è sembrata in balia degli avversari, la colpa non è riducibile a una semplice mancanza di “cattiveria”. È mancata del tutto l’organizzazione. 
I due centrali non hanno mai accorciato in avanti per soffocare le linee di passaggio verso Nico Paz, i terzini si sono fatti puntare e saltare con una facilità irrisoria, e le distanze tra i reparti sono risultate chilometriche fin dalle prime battute. In un sistema che storicamente ha fatto della solidità il marchio di fabbrica del suo allenatore, subire due reti (e rischiarne seriamente una terza allo scadere della prima frazione, sventata da un miracolo di Meret su Baturina) dal Como, tra le mura amiche, rappresenta un fallimento concettuale di proporzioni enormi.

LA GIRANDOLA INUTILE: SOSTITUZIONI SENZA IDENTITÀ

Nella ripresa, il disperato tentativo di raddrizzare la barca ha visto Allegri stravolgere la squadra gettando nella mischia tutto l’arsenale offensivo a disposizione, finendo però per aumentare la confusione generale. Dal 55′, il Maradona ha assistito a una frenetica girandola di cambi: dentro Spinazzola per uno spaesato Olivera, spazio ad Alisson Santos per rilevare un generoso ma impreciso Noa Lang, e soprattutto l’atteso ingresso di Kevin De Bruyne al posto di McTominay.
L’ingresso del fuoriclasse belga, su cui il mister ha commentato: “Sta meglio. Quando sarà titolare? Vedremo più avanti”, ha provato a iniettare fosforo in una mediana spenta, ma predicare nel deserto contro un Como compattatosi a protezione del risultato si è rivelata un’impresa titanica. Gli inserimenti tardivi di David Neres e del centravanti Lorenzo Lucca al 79′ al posto di Anguissa e Højlund hanno definitivamente trasformato la squadra in un undici sbilanciato, aggrappato all’assalto all’arma bianca e a cross buttati nel mezzo nella speranza dell’episodio fortuito. 
Un approccio provinciale, disperato. Il gol di Lobotka al 95′, poi strozzato in gola dall’intervento del VAR che ha cancellato tutto per un fuorigioco precedente di Lucca, è stata la crudele illusione finale che ha sigillato una prestazione desolante. 

NESSUNO SCONTO AD ALLEGRI

È giunto il momento di guardare in faccia la realtà: Massimiliano Allegri, in questa seconda uscita ufficiale, ha sbagliato pressoché tutto. La dialettica post-partita, concentrata su attenuanti fisiologiche, “a inizio campionato, con le gambe imballate, è più difficile rimontare”, è un disco rotto che in una piazza esigente e calda come Napoli suona come una resa anticipata. 
Se le gambe sono pesanti al 30 di agosto, lo sono anche per gli avversari. Non è tollerabile lasciare il pallino del gioco al Como per larghi tratti della partita affidandosi alla sterile speranza che la fisicità del centrocampo risolva i problemi da sola. La filosofia del blocco basso e della ripartenza esige un’impeccabile pulizia tecnica e un cinismo feroce; venendo meno questi due pilastri, l’impianto implode. Allegri è sbarcato all’ombra del Vesuvio per garantire mentalità vincente, spietatezza e gestione chirurgica dei momenti della gara, non per subire lezioni di fluidità dall’avversario. L’assenza di un piano B strutturato, che vada oltre l’accumulo di attaccanti negli ultimi minuti, è il campanello d’allarme più assordante della serata.

L’OMBRA DEL FUTURO: INTER E ARSENAL ALL’ORIZZONTE

Il dramma sportivo di questa sconfitta non risiede unicamente nell’aver dilapidato tre punti, ma nella sinistra proiezione di ciò che attende la squadra. “Ma la nostra stagione non si deciderà contro Inter e Arsenal”, ha dichiarato Allegri, cercando disperatamente di smorzare i toni in vista di un calendario infernale. Una dichiarazione da pompiere, certo, ma che assume i contorni di una terribile premonizione. 
Le imminenti sfide contro l’Inter in campionato e l’Arsenal in Champions League minacciano di tramutarsi in una carneficina calcistica se il Napoli manterrà questa fisionomia. I nerazzurri di Christian Chivu sono una macchina cinica, costruita esattamente per sfruttare gli scollamenti difensivi e punire l’assenza di pressing sui braccetti difensivi. Ancora peggio potrebbe andare in Europa: l’Arsenal di Mikel Arteta, maestro assoluto di quel gioco di posizione e occupazione degli spazi che solo il Como ha sfruttato per mandare in frantumi il Napoli, non perdonerà leggerezze in costruzione. Se Milla, Paz e Baturina sono bastati a esporre tutti i limiti del centrocampo e della linea a quattro di Allegri, cosa succederà quando a dialogare nello stretto ci saranno Ødegaard, Saka e Rice? 

IL TEMPO DEGLI ALIBI È GIÀ FINITO

L’1-2 del Maradona è una spietata doccia fredda che spazza via i sogni di mezza estate. Il Napoli visto contro il Como è apparso fragile psicologicamente, confusionario nelle geometrie e disorganizzato tatticamente. La qualità della rosa, arricchita da innesti internazionali del calibro di De Bruyne, McTominay e Højlund, è progettata per dominare le partite casalinghe contro squadre di fascia medio-alta, non per rincorrere affannosamente palloni persi e avversari palesemente superiori nell’intensità.
Mister Allegri si trova già, ad agosto, davanti a un crocevia fondamentale. Continuare con un pragmatismo passivo in attesa che la condizione atletica lieviti rischia di compromettere la stagione prima ancora che entri nel vivo. Serve un’immediata assunzione di responsabilità e, soprattutto, serve trovare un’identità tattica che non si limiti al lancio nel vuoto sperando nel colpo del singolo. La Serie A non fa sconti e l’Europa tantomeno. Le scusanti sono terminate: il Maradona ha emesso la sua sentenza.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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