Il simbolo del Centenario del club.
Fonte: SSC Napoli

Il 1º agosto 1926 segnava formalmente l’inizio della storia della Società Sportiva Calcio Napoli. Oggi, esattamente cento anni dopo, ci ritroviamo a vivere un inizio di stagione che dovrebbe essere intriso unicamente di romanticismo, orgoglio e celebrazioni. Dallo scorso 1° agosto 2026 fino al 31 luglio 2027, la società ha lanciato un anno intero di festeggiamenti. Lo slogan della campagna, “Pe’ cient’anne”, riecheggia in città ed esprime il desiderio che questa storia continui a vivere in grande. Eppure, grattando sotto la superficie dorata del marketing, l’atmosfera che si respira all’ombra del Vesuvio è tutt’altro che festosa.
Siamo a poco più di quarantott’ore dalla fine della finestra estiva del calciomercato e ci rendiamo conto che in questa stagione del Centenario, la più attesa, ci sono decisamente troppi “se”. E nel calcio, i condizionali sono l’anticamera della delusione.

IL VALZER DEGLI ATTACCANTI: IL NAPOLI RESTA A GUARDARE?

Partiamo dall’attualità più stretta: il calciomercato, appunto. Il grande domino degli attaccanti europei è partito, le tessere stanno cadendo una dopo l’altra, e noi sembriamo destinati a guardare lo spettacolo da dietro una vetrina.
Ricapitoliamo la situazione offensiva sullo scacchiere internazionale:
Rafael Leão ha accettato la corte faraonica del Galatasaray, compiendo una scelta che sposta clamorosamente gli equilibri ma che lo toglie di fatto dal mercato delle grandi leghe occidentali.
Noa Lang, a lungo chiacchierato, sembrerebbe destinato a restare dov’è. A Napoli.
Nicolas Jackson ha salutato Londra per accasarsi all’Aston Villa, blindando un reparto offensivo avversario.
Marc Guiu, talento puro, vola in Bundesliga sposando la filosofia del Lipsia.

E in questo scenario si inserisce anche la riflessione su profili internazionali come Rasmus Højlund: un attaccante che, ad oggi, deve ancora dimostrare di valere sul campo tutti i soldi che è stato pagato. Pur considerando la giovane età (23 anni), i suoi innegabili potenziali margini di miglioramento e il fisiologico tempo di adattamento, il suo record personale di 12 reti, stabilito proprio nella scorsa stagione, è un bottino ben lontano dall’essere quello di un vero e proprio “bomber di razza” in grado di trascinare da solo il peso di un top club.
E il Napoli? Il rischio tangibile è quello di restare col cerino in mano. Aver perso in passato campioni del calibro di Osimhen (volato anch’egli in Turchia tempo fa) e Kvaratskhelia (finito tra i lustrini del PSG) ha lasciato cicatrici profonde non solo nei cuori, ma anche nelle dinamiche strutturali della squadra. Ora si continua a rincorrere, ma le prede sfuggono.

Ciò che emerge con prepotenza da queste settimane di trattative è la strategia drammaticamente ondivaga della società azzurra. Si naviga a vista, in giro tra nomi altisonanti come Gabriel Jesus, Gabriel Martinelli, Nicolas Jackson e, qualche gradino più giù, Marc Guiu per poi finire a stringere il cerchio su un nome, quello di Nick Woltemade, tecnicamente e tatticamente del tutto particolare.

Woltemade è un attaccante anomalo: un gigante di 198 centimetri che, di fatto, gioca come un trequartista. Ha una tecnica incredibile, un eccellente dribbling nello stretto, visione di gioco e un’ottima protezione palla. Di contro, paradossalmente per la sua stazza, fa fatica di testa, non ha l’istinto del killer d’area di rigore e tira pochissimo in porta, oltre a essere un autentico equivoco tattico che ha bisogno di libertà totale per esprimersi. È, in sintesi, un numero 10 nel corpo di un pivot: se impara a essere più egoista può diventare un crack. Ma la domanda sorge spontanea: è davvero quello che ci servirebbe, ammesso e non concesso che venisse? E continuo a domandarmi con quale logica il Newcastle dovrebbe prestarcelo, dopo averlo pagato ben £69 milioni soltanto 12 mesi fa. È impensabile che una proprietà ricca e strutturata come quella inglese decida di cederlo in prestito per fare un favore al Napoli.

​Il tutto tradisce un modus operandi aziendale ben preciso, orientato più a inseguire il nome potenzialmente suggestivo da dare in pasto alla piazza, purché a buon mercato tramite la formula del prestito, anziché a costruire una vera e coerente strategia tattica.

Senza contare il contesto interno del nostro attacco: Massimiliano Allegri, chiamato ad aprire un nuovo ciclo tecnico sotto il Vesuvio, si ritrova a gestire una situazione surreale. Da un lato c’è una partenza di Romelu Lukaku che, alla luce di quello che si è fatto finora, tecnicamente parlando, doveva essere ponderata, al di là delle dichiarazioni e delle insulse prese di posizione; dall’altro un Lorenzo Lucca che resta in attesa di capire il suo vero ruolo in questo scacchiere azzurro, avendo pure lui, come e forse peggio di Lang appetibilità di mercato vicina allo zero. Affidare il peso dell’attacco nell’anno del Centenario a prestiti improbabili o a giocatori scontenti è un azzardo incalcolabile, se si escludono il danese, Alisson Santos ed un Neres tutto da valutare, come tenuta fisica.

LA CRISI STRUTTURALE DEL “MODELLO ADL”

Sintetizziamo la vera radice del problema, spostandoci dal prato verde ai fogli di calcolo. Per anni, la narrazione dominante ha incensato il “Modello De Laurentiis”. Un modello oggettivamente capace di coniugare risultati sportivi eccellenti (culminati in due Scudetti indimenticabili) e profitti economici invidiabili. Ma oggi, a fine agosto del 2026, bisogna guardare in faccia la realtà: questo modello non regge più.
Non si può più pensare di competere ad altissimi livelli basandosi unicamente sulle plusvalenze, senza avere alle spalle delle strutture proprietarie. Le intuizioni dei vari direttori sportivi, il comprare a poco e rivendere a peso d’oro, sono ossigeno prezioso, ma non possono sostituire le fondamenta di cemento. I nostri competitor, in Italia e in Europa, sono cresciuti, si sono evoluti, o stanno beneficiando di nuovi palcoscenici strutturali.
I bilanci parlano chiaro e presentano un conto salatissimo. Il club chiuderà il bilancio al 30 giugno con un passivo di oltre 20 milioni di euro. Questo rosso segue in maniera preoccupante il deficit di 21,4 milioni registrato nell’esercizio precedente. Sono due bilanci di fila in profondo rosso. E non serve essere un analista finanziario per capire che anche il prossimo bilancio rischia la stessa fine, a meno che il Napoli non faccia una Champions League clamorosamente al di sopra delle aspettative. Un’annata storta in Europa, infatti, può arrivare a pesare sulle casse del club anche per 25 milioni di euro.
La verità, cruda e politicamente scorretta, è che Aurelio De Laurentiis non riesce più a fare, allo stesso tempo, bene e soldi.
La vera sfida per il club oggi è aumentare il fatturato in maniera strutturale. Per farlo, il progetto legato a uno stadio di proprietà non è più un capriccio o un argomento da tirare fuori nei salotti televisivi, ma è diventato vitale per consolidare la crescita e ridurre il divario con l’Europa. Senza infrastrutture, senza un merchandising all’avanguardia e senza un ecosistema aziendale moderno, le sole plusvalenze non bastano più a tappare i buchi. Chest’è.

L’OMBRA DELL’ANNO DI GARCIA E LA POLVERIERA AMBIENTALE

Tutti noi, dal primo all’ultimo tifoso, ci auguriamo che la stagione vada benissimo, che mister Allegri trovi la quadratura del cerchio e che la squadra voli sulle ali dell’entusiasmo. Ma, da un punto di vista societario, non possiamo far finta di non vedere la realtà. Se le cose dovessero invece andar male, il Napoli si è messo in una situazione non troppo distante da quella vissuta nell’anno di Rudi Garcia.
Tuttavia, c’è un’aggravante pesantissima che rende l’attuale contesto infinitamente più esplosivo: questo è l’anno del Centenario. Le aspettative sono titaniche. Invece di ricompattare l’ambiente, la società ha rotto i ponti con le curve e il tifo organizzato ancor prima di iniziare la stagione.

Napoli è una piazza unica al mondo, capace di un amore incondizionato che ti trascina letteralmente sul tetto del mondo. Tuttavia, è anche un ambiente viscerale che esige estrema chiarezza e che difficilmente perdona la sensazione di una navigazione a vista. Nell’anno della difficile transizione post-terzo-Scudetto, il malcontento del Maradona si era canalizzato nel celebre coro “Aurelio cacciali tutti”. In quel momento storico la delusione, pur indirizzata al vertice, veniva equamente distribuita tra allenatore, dirigenti sportivi e rosa, percepiti come i co-protagonisti di un’annata profondamente negativa.

Quest’anno, però, le dinamiche sembrano cambiate. La tifoseria ha maturato una consapevolezza manageriale diversa, più attenta alle dinamiche societarie. Qualora le enormi aspettative legate al Centenario dovessero scontrarsi con una stagione percepita come un ridimensionamento, magari giustificato in nome della sostenibilità finanziaria, l’orizzonte della critica muterebbe. Non assisteremmo più a una frammentazione delle colpe o a una richiesta di epurazione della squadra, ma a una ferma richiesta di assunzione di responsabilità rivolta esclusivamente alla proprietà. E, valutando con lucidità la distanza tra la narrazione aziendale di questi mesi e gli attuali limiti strutturali del progetto, diventerebbe davvero complicato non comprendere le ragioni di un simile disincanto.

Non c’è più spazio per le narrazioni di comodo. Il calcio moderno viaggia a una velocità che non perdona l’immobilismo. Avere un allenatore navigato e vincente come Allegri è un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi, ma un comandante ha bisogno di soldati motivati, di rinforzi reali e non di enigmi di mercato da 69 milioni di sterline provenienti dalla Premier League, e soprattutto di un management che supporti il lato sportivo con una visione a lungo termine che vada oltre il semplice trading di cartellini.
I tifosi del Napoli meritano un Centenario all’altezza dei cento anni di sudore, lacrime e trionfi che hanno segnato questa maglia. Di “se” e di “ma”, francamente, ne abbiamo le tasche piene. Ora servono i fatti, le strutture, e i campioni veri. Altrimenti, l’unica cosa che celebreremo quest’anno sarà la fine definitiva di un modello che ha fatto il suo tempo.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.