
C’è un brivido freddo che corre lungo la schiena di chi, come noi, vive di sport, di tattica, di sudore e di quel rumore sordo dei tacchetti nel tunnel prima di scendere in campo. È un brivido che non ha nulla a che fare con la tensione di un grande match di Serie A o con l’attesa per un fischio d’inizio al cardiopalma, ma arriva direttamente dalle pagine dei giornali. Leggendo l’edizione odierna de Il Fatto Quotidiano (martedì 25 agosto 2026), ci si imbatte in un articolo a firma di Leonardo Coen dal titolo inequivocabile: “IL SORPASSO (DEGLI ANDROIDI) Ormai disintegrano i record atletici”.
È un pezzo che non parla di tattiche calcistiche, né del Napoli di Massimiliano Allegri, ma di qualcosa di molto più profondo e, per certi versi, inquietante: il superamento dei limiti fisici umani da parte delle macchine. E la domanda che sorge spontanea, per chi cura uno spazio come questo blog, è inevitabile: quanto manca prima che tutto questo stravolga anche il nostro calcio?
IL “SORPASSO”: I NUMERI DI UNA RIVOLUZIONE
Per capire la portata di questo shock, dobbiamo spostarci mentalmente a Pechino, dove si sta disputando la seconda edizione dei World Humanoid Robot Games. Non stiamo parlando di un esperimento isolato in un laboratorio asettico, ma di un vero e proprio evento globale che conta 2.056 partecipanti robotici, suddivisi in 51 discipline e 1.301 competizioni, con la partecipazione di 16 Paesi (Italia inclusa).
Questi androidi non si limitano a camminare goffamente come i vecchi prototipi di qualche anno fa. Corrono, saltano, boxano, si esibiscono nelle arti marziali e, dettaglio che ci tocca da vicino, giocano a pallone. Ma sono i numeri dell’atletica leggera a far tremare i polsi, polverizzando quelli che credevamo essere i limiti insuperabili della biomeccanica umana.
Leonardo Coen ci racconta di “Lightning”, un robot color rosso sviluppato dall’azienda produttrice di smartphone Honor (curiosamente privo di testa, ritenuta inutile per correre), che ha disintegrato il mitico record sui 100 metri piani di Usain Bolt. Se il fulmine giamaicano aveva fermato il cronometro a 9″58 ai Mondiali di Berlino nel 2009, la macchina ha chiuso in un fantascientifico 9″32 (abbassando il limite di ben 26 centesimi), raggiungendo una velocità massima di 14,5 metri al secondo.
E se i 100 metri sono puro scatto, i 400 metri rappresentano “la gara più difficile e stressante dell’atletica leggera”. Eppure, anche qui, la caduta degli dei è stata rumorosa. Domenica 23 agosto, sulla pista dello stadio olimpico di Pechino, il robot numero 168 (chiamato Tiangong Ultra e marchiato Gmo sul petto in carbonio metallizzato) ha corso in 38″16, sfoggiando scarpette azzurre con laccetti rossi. Ha letteralmente frantumato il record del sudafricano Wayde van Niekerk (43″03 stabilito a Rio de Janeiro nel 2016) migliorandolo di quasi cinque secondi. Aggiungiamo un salto in alto da 2,88 metri contro il primato storico di Javier Sotomayor (2,45 metri) e il quadro del “sorpasso” fisico è completo.
L’IMPATTO SUL CALCIO E LA MORTE DELL’IMPERFEZIONE
Qui sul nostro blog, quando scriviamo le nostre Storie Mondiali o analizziamo i movimenti tattici del weekend, celebriamo l’epica dell’errore e della genialità. Il calcio è meraviglioso proprio perché è profondamente imperfetto. Un passaggio sbagliato di un millimetro, la stanchezza al novantesimo minuto che annebbia la vista, il colpo di genio irrazionale di un trequartista che vede una linea di passaggio dove la logica suggerirebbe il contrario.
Cosa succederebbe se 22 androidi scendessero in campo al Maradona? Coen fa notare che questi robot “giocano a pallone”. L’Intelligenza Artificiale che li governa non subisce la pressione del pubblico, non ha cali di concentrazione, non soffre di crampi o di infortuni muscolari. Un algoritmo potrebbe calcolare la traiettoria del vento, il coefficiente di attrito dell’erba e il posizionamento esatto dei compagni in frazioni di millisecondo, eseguendo le direttive dell’allenatore con un’aderenza tattica del 100%.
Ma sarebbe ancora calcio? Sarebbe ancora sport? O diventeremmo semplici spettatori di una partita a scacchi tridimensionale giocata da algoritmi? Il rischio, come sottolinea l’articolo de Il Fatto Quotidiano, è che “tale progresso possa rendere obsoleta l’umanità”. Se un automa può calciare un pallone sotto l’incrocio dei pali con una precisione meccanica garantita al cento per cento, il concetto stesso di “prodezza” svanisce. Il gol non sarebbe più l’eccezione miracolosa, ma la regola matematica.
ROBOETICA: ISAAC ASIMOV SCENDE IN CAMPO
L’aspetto più affascinante (e al contempo spaventoso) dell’analisi di Coen è l’inevitabile scontro etico. L’autore richiama la “roboethics”, l’etica di chi programma, produce e vende questi automi, tirando in ballo il visionario Isaac Asimov. Nel suo celebre Manuale di Robotica del 1950 (immaginato per la “56esima edizione, 2058 d.C.”), Asimov formulò le Tre Leggi della Robotica, la prima delle quali impone che un robot non possa mai recare danno a un essere umano.
Trasponiamo questa legge sul prato verde. In un ipotetico (e fantascientifico) futuro in cui squadre ibride di umani e robot competono insieme, come si gestirebbe un contrasto di gioco? Un difensore cibernetico dovrebbe programmaticamente ritrarre la gamba per non rischiare di infortunare l’attaccante umano avversario? Le regole stesse dello sport di contatto entrerebbero in un loop logico irrisolvibile.
Come nota Coen citando lo storico Timothy Garton Ash e i suoi timori sull’auto-miglioramento “ricorsivo” dell’Intelligenza Artificiale (un loop dove l’IA addestra se stessa), l’evoluzione spettacolare di questa tecnologia solleva questioni che minacciano persino le nostre sicurezze democratiche e i nostri valori.
UN NUOVO ORIZZONTE GEOPOLITICO : IL DOMINIO CINESE
Dietro le scarpette col laccetto rosso e i pettorali in carbonio, si nasconde anche una feroce battaglia geopolitica ed economica. Il palcoscenico dello stadio dei Giochi di Pechino 2008 è diventato la vetrina del business asiatico. I numeri riportati dal pezzo sono impressionanti: nel solo primo semestre del 2026, la Cina ha esportato oltre 40.000 unità, pari al 97% del totale globale di robot umanoidi.
Il colosso cinese Unitree Robotics, quotato alla Borsa di Shanghai con un mostruoso +629%, ha recentemente presentato “Superman”, un androide capace di saltare 2 metri da fermo e correre a 12,66 metri al secondo (superando la velocità di punta di Bolt, ferma a 12,42 m/s, sebbene inferiore ai 14,5 m/s di Lightning).
Questo strapotere tecnologico, unito alla visione del “transumanesimo” caro a personaggi come Elon Musk (che sogna cyborg e uomini-robot perfetti), ci pone di fronte a un bivio esistenziale: “è un uomo che pensa autonomamente o è un uomo programmato?” si domanda Coen.
TROPPO UMANI PER LORO (PER FORTUNA)
La consolazione, se così vogliamo chiamarla, arriva alla fine dell’articolo. Nonostante l’oro che luccica nelle vetrine tecnologiche di Pechino, l’imperfezione è ancora presente. Ai World Humanoid Robot Games, “i robot fanno ancora un sacco di errori, qualcuno esplode, talvolta non riescono a salire le scale, altre volte stabiliscono record ma non rispettano le regole umane”. Come conclude brillantemente Leonardo Coen, sono regole “troppo umane per loro”.
Ed è esattamente qui che risiede la salvezza del nostro sport. Finché ci sarà un pallone che rimbalza male su una zolla irregolare, finché ci sarà l’emozione imprevedibile di un ragazzo che, sfidando ogni statistica e ogni algoritmo, trova la traiettoria impossibile all’ultimo secondo di recupero, il calcio umano avrà senso di esistere.
I robot potranno anche correre i 100 metri in 9 secondi netti e calcolare il coefficiente di penetrazione aerodinamica di un calcio di punizione. Ma non sapranno mai cosa si prova a guardare la curva che esplode di gioia, non sentiranno mai i brividi sotto la pelle, e non sapranno mai piangere per una sconfitta. E fino a quando l’emozione non sarà programmabile in stringhe di codice, il nostro amato calcio resterà, indiscutibilmente, roba nostra.
Giulio Ceraldi
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