Il presunto fallo di De Bruyne su Vasquez.
Fonte: calcioefinanza.it

CAPITOLO 1: IL SALOTTO BUONO E L’INDIGNAZIONE A COMANDO

La polvere sollevata a Marassi dopo la rete di Kevin De Bruyne non è semplice cronaca sportiva; è antropologia calcistica. Ancora una volta, un normale scontro di gioco, giudicato leale dal direttore di gara e validato in pieno dal protocollo VAR, si è trasformato in un caso nazionale. Ma la domanda che dobbiamo porci, lontani dai clamori del tifo cieco, è una sola: se quella spallata fosse stata assestata da un giocatore con una maglia a strisce o sull’asse Milano-Torino, l’eco mediatica sarebbe stata la stessa?
La risposta, in fondo, la conosciamo tutti. Avremmo letto fiumi di inchiostro sull’importanza della “fisicità europea”, sull’agonismo che finalmente sbarca in Serie A e sulla bravura dell’attaccante nel proteggere lo spazio. Avremmo assistito a masterclass televisive su come il calcio non sia uno sport per educande e su come l’arbitro abbia magistralmente “lasciato correre”, assecondando lo spirito moderno del gioco.
Invece, il protagonista veste la maglia azzurra. E allora il vocabolario dei media cambia istantaneamente: la malizia diventa “fallo netto”, il normale contatto fisico si trasforma in “spinta irregolare”, e il ferreo rispetto del protocollo (che vieta l’intervento della tecnologia sulle valutazioni soggettive del direttore di gara) viene dipinto come un complotto o una falla del sistema.
È il solito, stucchevole doppio standard del calcio italiano. Un’ipocrisia latente che scatta a comando quando il Napoli, guidato oggi dal pragmatismo di Massimiliano Allegri, osa mostrare i muscoli e piegare gli episodi a proprio favore con astuzia e vigore fisico, caratteristiche storicamente invidiate e ora improvvisamente demonizzate.

CAPITOLO 2: SMONTARE LE TESI DELLA MOVIOLA (IL VANGELO SECONDO L’IFAB)

Per comprendere la pretestuosità della caccia alle streghe di queste ore, occorre abbandonare per un attimo le tifoserie da salotto televisivo e aprire concretamente il regolamento. La convalida del gol a Marassi non è stata né una svista né un regalo benevolo, ma la perfetta applicazione delle direttive internazionali vigenti.
L’IFAB parla chiaro attraverso la Regola 12: il calcio resta, fino a prova contraria, uno sport di contatto fisico. Non ogni incrocio di traiettorie o tocco tra giocatori costituisce automaticamente un’infrazione. Affinché un intervento venga sanzionato, deve superare una soglia specifica di negligenza, imprudenza o uso di vigore sproporzionato.

Smontiamo pezzo per pezzo la retorica dei moviolisti.
Il Contatto Fisico: Nella dinamica dell’azione, De Bruyne non ha utilizzato le braccia in modo innaturale o per produrre una spinta deliberata atta ad allontanare l’avversario. Ha fatto valere la posizione, utilizzando il corpo e il baricentro basso per guadagnare lo spazio necessario. Si tratta di un duello rusticano ma leale, dove astuzia e preparazione atletica hanno fatto la differenza.

La Valutazione Soggettiva dell’Arbitro: Il metro di giudizio su questa tipologia di scontri è demandato in toto alla percezione dell’arbitro di campo. Essendo a pochi metri dall’azione, il direttore di gara ha valutato l’intensità del contatto come fisiologica, rientrante nella normale dinamica di uno scontro per il possesso palla.

Il Falso Mito del VAR onnipotente: I soloni della moviola tendono a dimenticare, o a omettere maliziosamente, il principio cardine del “Chiaro ed Evidente Errore”. Il VAR non è uno strumento concepito per “ri-arbitrare” le partite a rallentatore. Se l’arbitro vede il contatto e decide consapevolmente di non fischiarlo (decision making), chi siede in sala video non ha alcuna giurisdizione per intervenire, a meno che non si palesi una violenza inaudita o un colpo proibito sfuggito al campo.
L’indicazione dei vertici arbitrali per la stagione 2026/2027 è cristallina: alzare la soglia del fallo, favorire la fluidità del gioco e premiare l’intensità agonistica. Insinuare che il VAR dovesse annullare la rete significa non solo ignorare l’attuale protocollo sull’APP (Attacking Possession Phase), ma volerlo piegare a uso e consumo di una narrazione preconcetta. Il Napoli ha semplicemente interpretato al meglio questo nuovo ecosistema tattico e normativo.

CAPITOLO 3: IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA E LA PROVA DI MATURITÀ

Rivendicare con forza e orgoglio la regolarità della rete di De Bruyne ci impone, però, un dazio. Non possiamo esigere l’applicazione ferrea del regolamento e del protocollo VAR solo quando le decisioni assecondano le nostre ambizioni. L’asticella del limite agonistico si è alzata, e si è alzata per tutti. Questa è la realtà dei fatti del calcio di oggi, e la piazza azzurra deve farsi trovare psicologicamente pronta a gestirne le conseguenze.
Arriverà inevitabilmente il giorno in cui le parti si invertiranno. Ci sarà una domenica in cui un centravanti avversario prenderà posizione su Amir Rrahmani o su Benoît Badiashile usando esattamente le stesse armi: il mestiere, il fisico, la sportellata al limite. Ci sarà un arbitro che, a due passi dall’azione, valuterà quel contrasto come un normale scontro di gioco, allargando le braccia e lasciando proseguire. E ci sarà un VAR che, coerentemente con le direttive sull’APP, confermerà il “non intervento”, convalidando la rete subita dal Napoli.
È proprio in quel preciso istante che si misurerà la reale caratura di Napoli come vera capitale del calcio europeo. La maturità di una grande squadra, e dell’ambiente che la circonda, si dimostra disinnescando la cultura dell’alibi. Se abbiamo esaltato (giustamente) la malizia di De Bruyne a Marassi, non potremo permetterci di gridare al complotto di Palazzo quando subiremo la medesima moneta.
Per troppi anni, in passato, ci siamo lasciati logorare dalla dietrologia. Abbiamo speso energie nervose preziose a sezionare i fotogrammi, a denunciare complotti, a cercare nel fischietto dell’arbitro la giustificazione per i nostri mancati traguardi. Ma il Napoli di quest’anno, costruito per primeggiare già dodici mesi fa’, e guidato da un pragmatismo feroce, non ha più bisogno di questi paraventi.
Accettare l’uniformità di giudizio del “nuovo calcio fisico”, anche quando la decisione ci costerà punti e ci farà storcere il naso, è il salto quantico definitivo. Significa scrollarsi di dosso il provincialismo di chi si sente sempre sotto assedio, per abbracciare finalmente la mentalità cinica di chi sa che le vittorie si costruiscono dominando l’avversario sul campo, non nei salotti televisivi.
Lasciamo che siano gli altri a piangere in sala stampa. Noi concentriamoci sull’imminente debutto al Diego Armando Maradona contro il Como. La vera risposta a tutto questo rumore dovrà arrivare esclusivamente dal prato verde.

CAPITOLO 4: IL CINISMO DEL CAMPO E L’URGENZA DEL MERCATO

Il polverone sollevato dall’episodio di Marassi non deve distrarci dal quadro generale. Le polemiche, per quanto faziose e figlie di un doppio standard innegabile, passano; i punti e la solidità del progetto sportivo restano. Se vogliamo davvero imporre la nostra legge in questo nuovo ecosistema di Serie A, caratterizzato da un arbitraggio più permissivo e da un’intensità agonistica elevata, la risposta non si trova nelle aule di tribunale sportivo, ma negli uffici della dirigenza.
Per sostenere questo pragmatismo e per competere ad armi pari su ogni pallone, Massimiliano Allegri ha bisogno di una rosa profonda, fisica e completa. Il Napoli ammirato a tratti nel secondo tempo contro il Genoa, quello che ha imposto il proprio tasso tecnico, è la base di partenza; ma il gruppo attuale presenta ancora lacune evidenti e interrogativi che la società non può permettersi di ignorare negli ultimi, frenetici giorni di calciomercato.
Non c’è più spazio per il “braccino corto” o per l’eccesso di attendismo. Che si tratti di un incursore a centrocampo, di un esterno in grado di garantire le doppie fasi o di puntellare le rotazioni difensive, la società deve dimostrare lo stesso cinismo e la stessa determinazione mostrati dai giocatori in campo a Genova. Cogliere le opportunità last-minute è un’arte, ma costringere un allenatore a mascherare carenze strutturali fino all’autunno inoltrato è un rischio incalcolabile.
Il tempo per le promesse è scaduto. Il Diego Armando Maradona è pronto a spingere la squadra contro il Como, ma pretende rassicurazioni. Abbracciare una mentalità matura, spogliarsi degli alibi arbitrali e smettere di piangersi addosso è il nostro compito come tifosi e comunicatori; completare l’arsenale per permetterci di combattere queste battaglie alla pari, invece, è il compito inderogabile della presidenza.
Se vogliamo far tacere definitivamente il rumore dei nemici, l’unico megafono concesso è quello del prato verde. E le munizioni devono essere acquistate adesso.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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