
Ci risiamo. Ogni volta che il pallone rotola sul palcoscenico più importante del mondo, c’è chi pensa bene di usare i riflettori per vomitare le proprie frustrazioni. Il Mondiale di calcio non è mai solo un torneo. È uno specchio della società, un amplificatore di culture, un momento in cui le nazioni si guardano negli occhi. Ma cosa succede quando quello specchio riflette il volto peggiore dell’umanità?
Mentre noi tifosi ci godiamo lo spettacolo del Mondiale 2026, pregustando sfide epiche come la semifinale tra Spagna e Francia ad Arlington, in Texas, nei salotti della politica si gioca una partita molto più sporca. Una partita fatta di pregiudizi, dogmi anacronistici e un razzismo nemmeno troppo velato.
A sollevare il velo su questo squallido teatrino è stato un eccellente e dettagliato reportage a firma di Colin Millar, pubblicato sulla prestigiosa testata The Athletic. Millar ha messo in fila una serie di dichiarazioni pubbliche che, lette tutte insieme, fanno accapponare la pelle. E ci costringono a una riflessione profonda qui, sul blog, dove il calcio lo viviamo non solo come tifo, ma come espressione viscerale di identità.
IL “CASO RAJOY” E IL CORTOCIRCUITO SPAGNOLO
Partiamo dal fatto più clamoroso. Mariano Rajoy non è un tifoso qualunque da bar sport. È stato Primo Ministro della Spagna dal 2011 al 2018. Un uomo di Stato. Eppure, in una rubrica scritta per la testata spagnola El Debate per presentare la semifinale mondiale tra Spagna e Francia dello scorso 10 luglio, Rajoy ha pensato bene di scrivere: “Sono attualmente al primo posto nel ranking FIFA. Hanno anche una squadra di altissimo livello. Detto questo, non hanno nessun giocatore francese, e stanno giocando molto bene”.
Fermiamoci un attimo. Non hanno nessun giocatore francese.
È una frase che abbiamo sentito mille volte, solitamente sussurrata dai detrattori dell’integrazione, ma leggerla nero su bianco dalla penna di un ex premier fa un effetto diverso. È la negazione assoluta della realtà in nome di un’ideologia etnica. Come ha giustamente ricordato l’ambasciata francese a Madrid in una nota gelida e perfetta, i fatti dicono tutt’altro: su 26 giocatori della nazionale di Deschamps, 23 sono nati in Francia. I tre nati all’estero sono cittadini francesi a tutti gli effetti.
La reazione in Francia, come riporta The Athletic, è stata furiosa e trasversale. Il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha definito le parole “assolutamente inaccettabili”, ricordando che la Francia “è un Paese di diversità dove ognuno può fiorire”. Ancora più duro Olivier Faure, leader del Partito Socialista, che ha centrato il punto nevralgico della questione: “La squadra francese è composta solo da francesi. La Francia non è una nazione etnica; non ha colore della pelle o religione. È una nazione politica unita attorno al motto repubblicano. Con grande sgomento della destra razzista”.
Anche in Spagna, per fortuna, c’è chi non ha digerito la sparata. Oscar Puente, ministro dei trasporti iberico, ha bollato Rajoy come un “idiota post-franchista”, smontando l’aura di moderato che l’ex premier si era costruito negli anni.
IL TIRO AL BERSAGLIO GLOBALE: PARAGUAY E ARGENTINA
Ma se pensate che Rajoy sia un caso isolato, vi sbagliate di grosso. L’articolo di Colin Millar scoperchia un vero e proprio vaso di Pandora, dimostrando come il razzismo contro la Francia multietnica sia un vero sport globale.
Dal Paraguay arrivano le parole più raccapriccianti. La senatrice Celeste Amarilla, 61 anni, ha deciso di attaccare frontalmente il capitano francese, Kylian Mbappé. Dopo l’ottavo di finale tra Francia e Paraguay, la senatrice ha definito Mbappé un “camerunense colonizzato”. Non contenta, ha rincarato la dose sui social media rispolverando i peggiori cliché dell’odio razziale: “Quel bruto non ha mai nemmeno imparato a scrivere. Invece del latte materno, ha succhiato noci di cocco, e le creature più istruite che abbia mai ascoltato erano scimpanzé”.
Parole che definire bestiali è riduttivo. Mbappé, con la signorilità che lo contraddistingue, si è limitato a liquidarle come “spregevoli” e “razziste”, mentre la Federazione Francese (FFF) sta già muovendo i propri legali.
E l’Argentina? Non è da meno. Hebe Casado, vice-governatrice della provincia di Mendoza, ha definito la Francia una “squadra africana”, condividendo il pensiero di un giornalista locale secondo cui, in caso di vittoria dei Bleus, la Coppa del Mondo andrebbe consegnata “alla Confederazione Calcistica Africana”. Un’uscita che le è costata la dichiarazione di “persona non grata” da parte dell’ambasciatore francese in Argentina.

L’IDENTITÀ NAZIONALE E IL PARADOSSO DEL PALLONE
Quello che l’articolo di The Athletic evidenzia in modo magistrale, e che noi appassionati di calcio dobbiamo analizzare con lucidità, è l’uso strumentale del corpo degli atleti.
Quando la Francia vince, come ai tempi della generazione Black-Blanc-Beur di Zidane e Thuram del ’98, o come nel trionfo di Mbappé e Pogba nel 2018, la multietnicità viene celebrata (a volte in modo ipocrita) come un trionfo del modello di integrazione. Ma quando si tratta di attaccarla, l’avversario usa le origini di quegli stessi ragazzi per delegittimarli.
È il paradosso dell’immigrato: sei tollerato finché produci eccellenza, torni a essere “lo straniero” appena sbagli un rigore (chiedere a Saka, Sancho e Rashford per referenze dopo Euro 2020) o, come in questo Mondiale del 2026, appena fai paura ai tuoi avversari politici e sportivi.
La verità che politici come Rajoy, Amarilla e Casado non riescono ad accettare è che il calcio è una meritocrazia spietata e purissima. Il campo da gioco se ne frega del colore della pelle, del cognome che porti o della nazione di provenienza dei tuoi nonni. Come ha fatto notare un utente commentando l’articolo originale: il sistema francese è basato sul merito. Se i detrattori volessero più giocatori con lineamenti “europei” in campo, dovrebbero sperare che questi imparino a giocare a calcio meglio di Tchouaméni o Camavinga. Il calcio non prevede le quote per etnia. Il calcio prevede che giochi chi sa stoppare un pallone, saltare l’uomo e metterla all’incrocio.
NOI, IL NAPOLI E LA LEZIONE DI CHI SUBISCE PREGIUDIZI
A Napoli, tutto questo lo capiamo benissimo. Certo, su scale e contesti diversi, ma il concetto di discriminazione per noi non è un concetto astratto. Conosciamo bene l’odore del pregiudizio, lo sentiamo negli stadi italiani ogni domenica sotto forma di “discriminazione territoriale”, una variante locale di quello stesso odio che porta Rajoy a negare la “francesità” di un ragazzo nato a Parigi da genitori senegalesi.
Sappiamo cosa significa essere considerati “altri” rispetto al salotto buono del Paese. Per questo, davanti alle parole vomitevoli della senatrice paraguayana contro Mbappé, o alle uscite post-franchiste di Rajoy, non possiamo che schierarci. Il razzismo è una malattia endemica che usa il calcio come palcoscenico perché il calcio è popolare, potente e arriva a tutti.
IL CAMPO HA SEMPRE L’ULTIMA PAROLA
Philipe Diallo, presidente della FFF, ha risposto a Rajoy in modo tombale: “I nostri giocatori non hanno bisogno di ricevere un certificato di nazionalità da un ex Primo Ministro spagnolo. La squadra francese è la squadra della Francia”.
Ed è esattamente così. Il Mondiale 2026 andrà avanti. La Spagna sfiderà la Francia e l’Inghilterra se la vedrà con l’Argentina. Ci saranno vincitori e vinti, lacrime di gioia e di disperazione. Ma mentre i politici continueranno a usare i social e i giornali per spargere veleno, nel tentativo disperato di aggrapparsi a concetti di purezza etnica che la storia ha già spazzato via, i ragazzi di Deschamps continueranno a fare quello che sanno fare meglio: giocare a calcio.
Perché, alla fine della fiera, quando la palla entra in rete, a nessuno importa di che colore sia il piede che ha calciato. Tranne a chi, non avendo argomenti reali per vincere nel mondo reale, cerca di sporcare l’unico posto dove le regole sono uguali per tutti: un campo verde, lungo cento metri.
Giulio Ceraldi
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