La nostra copertina. Fonte: le pagine ufficiali Facebook di Inghilterra, Norvegia, Argentina e elconfidencial.com

Benritrovati sul blog per un nuovo appuntamento con STORIE MONDIALI.
Siamo arrivati al penultimo atto di questa rassegna iridata. Da una parte del tabellone, una sfida dal fascino puramente europeo e dal tasso tecnico stellare tra Francia e Spagna. Dall’altra, un incrocio che la vulgata calcistica si ostina a caricare di significati epici, politici e vendicativi: Inghilterra contro Argentina.
Ma qui, su queste pagine, abbiamo un patto non scritto con voi lettori: raccontare il calcio per quello che è. Esaltare il merito, analizzare i fatti e non farci accecare da narrazioni tossiche o da mitologie create ad arte per giustificare ciò che, alla prova del campo, fatica a brillare. E allora, prima di addentrarci nella semifinale, togliamoci subito il dente e guardiamo a come queste due squadre sono arrivate fin qui.

I QUARTI DI FINALE: IL PRAGMATISMO CONTRO LA “MANO BENEVOLA”

L’Inghilterra e la Legge del Più Forte
Ieri sera, l’Inghilterra ha staccato il biglietto per la semifinale piegando la Norvegia per 2-1 al termine di una partita spigolosa, risolta solo ai tempi supplementari. Non è stata un’Inghilterra scintillante, ma è stata una squadra vera. Gli uomini dei Tre Leoni hanno assorbito l’urto fisico degli scandinavi, hanno disinnescato un’arma letale come Erling Haaland e hanno colpito quando contava, aggrappandosi allo strapotere tecnico e fisico di Jude Bellingham, autore della decisiva doppietta. Questa nazionale britannica si sta dimostrando cinica, solida e, soprattutto, padrona del proprio destino, costruendo il proprio cammino su un calcio organizzato e su un merito conquistato metro dopo metro.

L’Argentina e l’Ombra del Sospetto
Alle prime ore di oggi, invece, l’Argentina ha superato la Svizzera per 3-1, ancora una volta trascinandosi ai tempi supplementari. Ma se guardiamo con onestà intellettuale al percorso dell’Albiceleste in questo Mondiale, è impossibile non sollevare più di una perplessità.
Nelle cronache precedenti di questo blog lo abbiamo sottolineato a chiare lettere: il cammino dei sudamericani è stato finora tutt’altro che irresistibile, costantemente puntellato da una “mano benevola” che sembra accompagnarli nei momenti topici. Abbiamo visto prestazioni balbettanti e prive di idee contro avversari modesti come Capo Verde. Abbiamo assistito attoniti al mancato sanzionamento di un evidente fallo da espulsione di Lionel Messi contro l’Algeria, un episodio che avrebbe potuto cambiare le sorti del torneo. E non possiamo dimenticare lo scempio arbitrale perpetrato ai danni dell’Egitto, piegato da decisioni direzionali a dir poco discutibili.
Anche contro la Svizzera, l’Argentina ha faticato immensamente prima di dilagare nel finale, complice l’espulsione (severa) dell’elvetico Embolo che ha spianato la strada ai gol di Alvarez e Martinez. L’Albiceleste arriva a questa semifinale con molti dubbi tattici e una sensazione latente: finora, più che il bel gioco, a trionfare è stata l’inerzia di un sistema che fa fatica a punire le ombre di questa squadra.

DEMISTIFICARE L’AZTECA: LA STORIA OLTRE LA PROPAGANDA

Quando si parla di Inghilterra-Argentina, il nastro della memoria viene riavvolto ossessivamente fino al 22 giugno 1986, allo Stadio Azteca, ai quarti di finale del Mondiale messicano. E in particolare, a Diego Armando Maradona.
Come tifosi del Napoli, conosciamo la grandezza inarrivabile del Diego calciatore, e il “Gol del Secolo”, quella serpentina di 60 metri in cui ha ridicolizzato l’intera difesa inglese, resta un capolavoro di tecnica e potenza che appartiene al patrimonio dell’umanità.
Ma c’è un altro episodio di quella partita che, storicamente, è stato infarcito di una retorica politica insopportabile: la Mano de Dios.
Per decenni, quel pugno furbesco che ha anticipato Peter Shilton è stato giustificato e romanticizzato come una presunta “vendetta divina” del popolo argentino per la Guerra delle Falkland (o Malvinas), combattuta quattro anni prima. È tempo di rimettere i fatti nella loro giusta prospettiva storica e politica.
L’invasione delle isole Falkland nel 1982 non fu un atto di nobile ribellione antimperialista. Fu, nuda e cruda, una disperata manovra diversiva orchestrata dalla spietata giunta militare argentina, guidata dal generale Galtieri. Il regime, con il Paese al collasso economico e la popolazione che iniziava a ribellarsi alle violazioni dei diritti umani e ai desaparecidos, decise di invadere un territorio pacifico e storicamente amministrato da un’altra nazione per ricompattare l’opinione pubblica interna sotto la bandiera del nazionalismo tossico.
Fu un’aggressione ingiustificata che provocò, inevitabilmente, la legittima reazione del Regno Unito. Il bilancio di quell’azzardo politico fu tragico: quasi mille vite umane spezzate (tra cui tantissimi giovanissimi coscritti argentini, mandati a morire al gelo da generali vigliacchi).
Rivestire di un’aura di “giustizia politica” una palese infrazione del regolamento calcistico come la Mano de Dios significa fare un torto alla memoria storica. Quel gol fu un errore arbitrale, un’irregolarità. La vera rivalsa non c’entra nulla. Il calcio è bellezza, regole e merito. La propaganda di un regime non deve trovare spazio per giustificare i furti sul rettangolo verde.

VERSO LA SEMIFINALE: IL VERDETTO DEL CAMPO

E allora, spogliata delle false retoriche e dei favoritismi, cosa sarà Inghilterra-Argentina di mercoledì ad Atlanta?
Tatticamente, sarà la sfida tra una struttura solida e un caos organizzato.
L’Inghilterra di oggi ha i mezzi per far male. Il centrocampo britannico domina per fisicità e geometrie, e la retroguardia finora non ha mai mostrato il fianco alle ripartenze centrali. Dovranno essere bravi, gli inglesi, a non farsi trascinare nella prevedibile guerra di nervi, nei falli tattici reiterati e nelle perdite di tempo in cui l’Argentina, storicamente, cerca di trascinare le partite quando è in debito d’ossigeno o di idee.
Dall’altra parte, Scaloni dovrà dimostrare di avere un piano B. Finora l’Argentina è vissuta di strappi, di giocate individuali e, come detto, di episodi arbitrali fortunati. Contro un’Inghilterra strutturata, servirà un calcio diverso. Servirà dimostrare di valere il blasone che questa squadra porta sul petto.
Noi guarderemo questa partita con gli occhi imparziali di chi ama questo sport. Non tifiamo per le bandiere, tifiamo per chi dimostra di meritare la vittoria sul campo, nel rispetto dell’avversario e delle regole. Che vinca, per una volta, semplicemente il migliore.
Buon Mondiale a tutti, e che il calcio, quello vero e pulito, prenda finalmente il sopravvento.

Giulio Ceraldi

P.S. IL “BAGNO DI REALTÀ” DI THOMAS TUCHEL E L’ORGOGLIO DI BELLINGHAM

A conferma della nostra volontà di analizzare il calcio per quello che è, basandoci sul merito e senza fare sconti a nessuno, è doveroso fare una chiosa sulle infuocate interviste post-partita rilasciate ai microfoni di ITV Sport dopo Inghilterra-Norvegia.
Se da un lato abbiamo criticato le ombre sul cammino argentino, dall’altro bisogna riconoscere la brutale e ammirevole onestà intellettuale di Thomas Tuchel. Nonostante l’accesso in semifinale, il CT inglese non si è nascosto dietro un dito: ha definito la prestazione dei suoi “sciatta, lenta e piena di errori tecnici”, ammettendo candidamente che l’Inghilterra “è stata fortunata”. Ha elogiato la “pura mentalità” dei suoi ragazzi, ma ha lanciato un allarme chiaro: se si vuole arrivare fino in fondo, la qualità del gioco deve salire drasticamente.
Di tutt’altro avviso Jude Bellingham. Il match winner, interrogato sulla frustrazione del suo allenatore, ha liquidato la questione con un insofferente e plateale “Oh well, whatever, whatever” (Vabbè, chi se ne frega), preferendo esaltare lo spirito di sacrificio di quelli che ha definito i suoi “guerrieri” (elogiando gregari come Anderson, Burn e Spence).
Uno strappo, seppur piccolo, che ci racconta molto di questa Inghilterra: una squadra tenuta a galla da un fuoriclasse assoluto e da un’innegabile tenacia nervosa, ma che dal punto di vista del “bel gioco” ha ancora moltissimo da dimostrare. Mercoledì ad Atlanta contro l’Argentina, il cuore e la fortuna potrebbero non bastare più.

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