La foto copertina dell’articolo di The Athletic

C’è una domanda che rimbomba tra noi tifosi da generazioni, da quando guardavamo i difensori avversari falciare impunemente i nostri campioni o, al contrario, vedevamo fischiare punizioni inesistenti a favore delle solite “squadre a strisce” del Nord. La domanda è semplice ma bruciante: la legge del campo è davvero uguale per tutti?
Oggi, nel pieno dei Mondiali del 2026, questa domanda si ripropone su scala globale. E al centro del ciclone non c’è un giocatore qualunque, ma Lionel Messi.
A far esplodere la miccia è stato il discusso intervento della Pulce sull’algerino Aissa Mandi durante la recente sfida della fase a gironi. Un fallo che, se commesso da un mediano di provincia, avrebbe probabilmente portato a un’espulsione diretta. Eppure, Messi è rimasto in campo. Perché? È un complotto della FIFA? È sudditanza psicologica?
A rispondere a queste domande, smontando molte delle nostre certezze da tifosi “complottisti”, ci ha pensato Graham Scott, ex arbitro di Premier League per dieci anni e VAR in oltre 100 occasioni. Nel suo illuminante articolo per la testata sportiva The Athletic, Scott ha analizzato al microscopio il caso Messi-Mandi, offrendoci una prospettiva inedita: quella di chi sta dall’altra parte del fischietto.
Ecco cosa abbiamo scoperto e perché la questione è molto, molto più complessa di un semplice “gli arbitri favoriscono i forti”.

IL “CASO MESSI-MANDI”: ANATOMIA DI UN FALLO

Riavvolgiamo il nastro alla partita di martedì tra Argentina e Algeria. Lionel Messi interviene in scivolata su Aissa Mandi. È un intervento che si può definire in molti modi, a seconda del grado di tifoseria: maldestro, disattento, imprudente, o addirittura pericoloso.
I replay mostrano chiaramente i tacchetti dell’argentino piantati sul polpaccio del difensore algerino. Un fermo immagine è sufficiente per invocare il cartellino rosso per “grave fallo di gioco”. Eppure, l’arbitro in campo, il polacco Szymon Marciniak, che ha diretto la finale mondiale del 2022 (non un novellino, insomma), assegna solo un calcio di punizione. Niente cartellino giallo, men che meno rosso. E il VAR resta in silenzio.
Come è possibile? Secondo l’analisi dell’ex arbitro Scott, ci sono diverse dinamiche da considerare che sfuggono all’occhio del tifoso sul divano.

1. La velocità reale contro l’inganno della moviola

A velocità normale, l’intervento di Messi non sembrava né volontario né caratterizzato da un’intensità tale da mettere a rischio l’incolumità dell’avversario. Il contatto è apparso accidentale. Scott sottolinea un punto cruciale del protocollo:
“Perché un giocatore riceva un rosso diretto per grave fallo di gioco, devono esserci prove che abbia messo in pericolo la sicurezza dell’avversario o usato forza eccessiva. Guardando in tempo reale, l’arbitro non ha visto nulla di tutto ciò”.

2. La reazione dei giocatori in campo

Noi tifosi azzurri sappiamo quanto la “sceneggiata” sia parte integrante del calcio moderno. I giocatori sono addestrati a circondare l’arbitro e a fare pressione affinché il VAR intervenga. Nel caso di Messi, c’è stata una sorta di “alzata di spalle collettiva” da parte dei giocatori algerini. Nessuno di loro ha percepito malizia nell’intervento. Anche questo, che piaccia o no, è un fattore che viene valutato nella sala VAR.

3. Il dilemma del VAR

Perché il VAR non è intervenuto? Scott ci svela un retroscena tecnico fondamentale (che spesso in Serie A dimentichiamo). Il protocollo impone ai giudici al monitor di guardare prima il fallo a velocità normale e da un’inquadratura larga. Solo se questa visione suggerisce un “chiaro ed evidente errore” si passa allo slow-motion. Il rallentatore e i fermo-immagine esasperano la violenza di qualsiasi impatto.
Scott ammette: “Se fossi stato al VAR, è altamente improbabile che sarei stato spinto a un intervento basandomi sulle immagini statiche e sui replay in alta definizione dopo aver visto la dinamica a velocità reale”.

IL “PESO” DELLA MAGLIA: ESISTE UN TRATTAMENTO DI FAVORE?

Arriviamo al cuore del problema, quello che interessa maggiormente a noi che mastichiamo calcio 365 giorni all’anno. Graham Scott non si nasconde dietro un dito e ammette una verità scomoda: Sì, le superstar ricevono un trattamento di favore, ma non nel modo in cui pensiamo noi.
Non esiste un complotto scritto. Non c’è una direttiva dall’alto che dice “Non espellete Messi”. Tuttavia, c’è un elemento psicologico profondamente radicato.
L’imparzialità è un’utopia: Agli arbitri viene chiesto di essere robot imparziali, ma contemporaneamente si chiede loro di “capire la partita” e non rovinare lo spettacolo.
La lente di ingrandimento: Qualsiasi cosa faccia un giocatore come Messi riceve un’attenzione sproporzionata. È impossibile per loro, dice Scott, “ricevere un processo equo” dall’opinione pubblica.
Ma c’è un fattore umano, oscuro e spaventoso, che condiziona i direttori di gara: il terrore delle conseguenze.

IL PRECEDENTE DI MICHAEL OLIVER E GIGI BUFFON

Scott ricorda un episodio che tutti in Italia ricordiamo bene: l’espulsione di Gianluigi Buffon da parte dell’arbitro inglese Michael Oliver in un acceso Real Madrid-Juventus di Champions League di qualche anno fa. Oliver aveva applicato il regolamento alla lettera. Aveva ragione.
Il risultato? Sua moglie fu sommersa da minacce di morte e messaggi di odio.
“I migliori arbitri riescono a mettere da parte i pregiudizi”, scrive Scott. “Ma ci sono pochi ufficiali che possono raggiungere questo obiettivo in modo assoluto, poiché tutti sanno che il livello di scrutinio che seguirà un cartellino rosso (magari errato o “borderline”) mostrato a una leggenda del gioco sarà insopportabile. Siamo solo umani”.
Espellere il mediano dell’Algeria comporta un po’ di rumore sui media nordafricani. Espellere Lionel Messi a quello che è, verosimilmente, il suo “Last Dance” Mondiale in Nord America, significa scatenare una tempesta mediatica globale, insulti, minacce e la fine potenziale di una carriera arbitrale se la decisione risulta anche minimamente controversa. Questo bias (pregiudizio) subconscio agisce nei cosiddetti casi “al limite” (in the margins, li chiama Scott). Nel dubbio, si tende a proteggere il campione.

I PRECEDENTI ILLUSTRI E IL CORTOCIRCUITO SOCIAL

I detrattori di Messi, subito dopo il fallo su Mandi, hanno inondato i social, in quell’arena impazzita che sono i vari TikTok, X e YouTube, con le immagini del suo fallo di mano intenzionale contro l’Olanda nei quarti di finale di Qatar 2022. Anche in quel caso, Messi non fu ammonito (cosa che gli permise di fare un altro fallo da giallo poco dopo senza essere espulso).
La verità è che la cultura della personalità che circonda figure messianiche come Messi o Cristiano Ronaldo rende impossibile un dibattito razionale. Come fa notare acutamente il pezzo di The Athletic, gli opinionisti online e i creatori di contenuti non cercano la sfumatura o il regolamento: cercano i click. E i click si ottengono prendendo posizioni estreme: o Messi è un santo intoccabile protetto dalla FIFA, o è un usurpatore delle regole. La realtà, grigia e complessa come la decisione di un arbitro presa in una frazione di secondo a 180 battiti cardiaci al minuto, non vende.

COSA CI INSEGNA TUTTO QUESTO (E COSA C’ENTRA CON NOI TIFOSI)

Da tifosi del Napoli, siamo abituati a combattere contro i mulini a vento dei poteri forti. Abbiamo visto scudetti sfuggire per decisioni arbitrali che gridano ancora vendetta (e la memoria corre sempre agli hotel di Firenze o alle sfide degli anni ’80 contro la Juventus di Platini).
Tuttavia, l’analisi dell’ex arbitro Scott ci costringe a un bagno di realtà e a una riflessione più profonda sull’intera cultura calcistica.
Gli arbitri sbagliano? Assolutamente sì. (Scott stesso ammette che per l’intervento di Messi su Mandi il cartellino giallo sarebbe stato la decisione corretta).
I campioni godono di una zona grigia di tolleranza? Innegabile.
Ma c’è una chiosa finale nel pensiero di Graham Scott che dovrebbe far riflettere ogni amante del calcio. I giocatori e gli allenatori passano la vita a dire che vogliono solo “decisioni giuste” da parte della classe arbitrale. Eppure, sono i primi a circondare l’arbitro in dieci, a urlargli in faccia, a simulare, ad aizzare le curve e a cercare di bullizzare l’ufficiale di gara per fargli fischiare a proprio favore.
Se vogliamo davvero un calcio dove l’intervento di Messi su Mandi viene giudicato freddamente come l’intervento del mediano del Lecce o dell’Empoli, la prima cosa da fare è smettere di trasformare l’arbitro in un capro espiatorio su cui sfogare tutte le frustrazioni di una nazione o di una tifoseria. Bisogna lasciargli lo spazio mentale per decidere, accettando che l’errore umano fa parte del gioco.
Finché ci sarà il terrore di ricevere minacce di morte per aver espulso un Dio del Calcio, state pur certi che, nel dubbio, quel cartellino rosso resterà sempre ben piantato nel taschino.
E forse, la prossima volta che in campionato grideremo allo scandalo per un mancato rosso al campione della strisciata di turno, ricorderemo che sotto quella giacchetta fluo non cè un emissario del “Palazzo”, ma semplicemente un uomo che, terrorizzato dalle conseguenze mediatiche, ha ceduto al fascino (e alla paura) del Fuoriclasse.

Giulio Ceraldi

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